Un’insegnante inglese ha cercato di spiegare gli effetti del bullismo a una classe elementare a  Birmingham in un modo particolare. Ha preso due mele rosse, ne ha gettata in terra una di modo da danneggiarla all’interno, poi si è presentata con le due mele apparentemente uguali davanti alla classe.

Ha chiesto ai bambini di descriverle e confrontarle: erano identiche.

Allora ha preso la mela precedentemente rovinata e ha iniziato a insultarla, invitando i bambini a fare lo stesso. All’altra mela sono invece stati fatti dei complimenti per il suo bell’aspetto.

Per concludere, un altro giro di impressioni sull’aspetto di entrambe: di nuovo uguali secondo i bambini. L’esperimento si è concluso con il taglio di entrambe le mele a metà. Con tutto lo stupore dei bambini quella che avevano maltrattato era piena di lividi al suo interno.

L’obiettivo della lezione era insegnare che l’effetto delle parole cattive che spesso ci si rivolge vicendevolmente tra bambini non è sempre evidente. Una astrazione molto funzionale per dei bambini ai quali dire “non usare le parolacce” e “tratta bene i tuoi compagni” non basta più. Una buona base di partenza per rendere consapevoli anche i più piccoli che le parole fanno male, così da prevenire ogni possibile comportamento violento futuro.

Il bullismo è un tipo di comportamento aggressivo. Il più delle volte ha come vittima giovani ragazzi, deboli o indifesi, presi di mira per svariati motivi: dalle difficoltà di apprendimento scolastico alle disabilità fisiche di cui i più grandi e prepotenti approfittano per ricevere una qualche gratificazione sociale.

Si distingue dalle semplici lotte o litigi tra singoli compagni in quanto il contesto è quello di un gruppo in cui interagiscono più soggetti. L’inserimento di un bambino in un gruppo di coetanei può avere un procedimento doloroso e spesso traumatico. Nel tentativo di essere accolti dai compagni di classe, spesso molti bambini pagano a caro prezzo l’accettazione tra i coetanei. Altre volte se la vittima non scende a compromessi con le regole di quella che è una vera e propria sub-cultura della convivenza scolastica verrà escluso e appunto bullizzato.

Come si legge nell’ultima indagine Istat sul bullismo, “in Italia poco più del 50% degli 11-17enni ha subìto qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nell’arco di 12 mesi. Il 19,8% è vittima assidua di una delle “tipiche” azioni di bullismo, cioè le subisce più volte al mese. Per il 9,1% gli atti di prepotenza si ripetono con cadenza settimanale e il 7,1% delle vittime è composto da ragazze contro il 4,6% dei ragazzi.”

L’aggressività nei bambini e degli adolescenti è spesso normale e fa parte del percorso di crescita, ma non lo è la prevaricazione e la prepotenza che minano ai presupposti per una normale socializzazione.

È un problema da non sottovalutare in giovane età perché gli effetti possono perdurare per tutta la vita: ansia, insicurezza, depressione, effetti psicosomatici e dipendenze da droga e alcool.

Accanto al bullismo tradizionale, con la nascita dei social network e l’uso massiccio della rete da parte dei più piccoli, si è presentato il problema del cyberbullismo.

Sotto falso nome e usando profili finti, i cyberbulli si mettono in contatto con i loro coetanei, compagni di classe o sconosciuti: il procedimento di prevaricazione è lo stesso del bullismo, ma il cyberbullo può sfruttare l’anonimato e la virtualità dell’azione che il più delle volte non fa percepire la gravità e le conseguneze dei propri gesti.

Tristemente celebre è la storia di Amanda Todd, una ragazza canadese di 15 anni che nel 2012 si è tolta la vita dopo aver caricato un video su YouTube — My Story: Struggling, bullying, suicide and self harm. Nelle sue mani scorrono silenziosamente una serie di fogli di carta sui quali ha scritto la sua struggente storia di vittima del bullismo e del cyberbullismo.

Dal medesimo report dell’Istat si leggono numeri in aumento. Tra i ragazzi utilizzatori di cellulare e/o Internet, il 5,9% denuncia di avere subìto ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, e-mail, chat o sui social network.

Le ragazze sono più di frequente vittime di cyberbullismo. Le prepotenze più comuni consistono in offese con brutti soprannomi, parolacce o insulti (12,1%), derisione per l’aspetto fisico e/o il modo di parlare (6,3%), diffamazione (5,1%), esclusione per le proprie opinioni (4,7%), aggressioni con spintoni, botte, calci e pugni (3,8%).

Facebook, affiancato dallo Yale Center for Emotional Intelligence, ha lanciato nel 2014 il progetto Bullying Presention Hub — Resources for parents, teens and educators, iniziativa accolta in Italia da Save the Children Italia in collaborazione con Telefono Azzurro. Vengono messi a disposizione un numero verde e una chat per combattere il cyberbullismo proprio tramite i mezzi che più facilmente vengono utilizzati dai più giovani, vittime e carnefici che siano: i social network.

Il 92,6 per cento degli adolescenti, secondo i dati Istat, ha sempre con sé il proprio cellulare, quindi tutelarli durante la navigazione, responsabilizzarli nell’uso delle nuove forme di comunicazione per sviluppare un senso critico nella navigazione è difficile da parte di genitori e insegnanti non nativi digitali.

I provvedimenti legislativi sul tema sono in stallo: è ancora bloccato in esame alla Camera il disegno di legge approvato all’unanimità in Senato nel maggio dello scorso anno per la definizione del fenomeno del cyberbullismo, la regolazione degli interventi del Garante sulla privacy e la rimozione dei contenuti ritenuti offensivi e che violano la privacy della vittima.

Accanto alle conseguenze psicologiche, psicosomatiche e di socializzazione, bullismo e cyberbullismo hanno provocato un grave aumento dell’abbandono degli studi da parte degli adolescenti. Come si legge nel 9° Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza in Italia, realizzato dal Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Gruppo CRC) e Save the Children Italia, l’Italia ha il più alto tasso di dispersione scolastica d’Europa: nel 2014, il 15% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni ha conseguito al massimo la licenza media.

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