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104: Un governo di tutti (i partiti) contro i molti

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Tutto l’arco politico sembra aver fatto i conti con la necessità di sostenere in qualche modo il governo Draghi. Senza che, almeno pubblicamente, si sappia niente di quello che Draghi vuole fare

Ieri Draghi ha tenuto le prime consultazioni ufficiali in qualità di premier incaricato. I primi, nel pomeriggio, sono stati i piccoli e variegati gruppi di centro — quelli che ci si aspettava fossero “responsabili” per il governo Conte, e che invece ne hanno favorito la caduta. Con Draghi sono stati molto più accomodanti: Calenda e Bonino, di Azione e +Europa, hanno dichiarato con gioia la propria adesione al governo — secondo Repubblica, Draghi avrebbe concluso il colloquio con Bonino esclamando “Ma benissimo, siamo d’accordo su tutto!,” al che la leader di +Europa l’avrebbe messo in guardia: “Caro presidente, con noi è facile. Ma non ti illudere, al Senato sarà un Vietnam pure per te.”

In realtà il timore di Bonino sembra più che altro scaramantico, visto che nella giornata di ieri sempre più esponenti di tutte le forze politiche hanno offerto il proprio sostegno alla formazione del governo Draghi. Per il M5S ha cominciato proprio Conte, che in una conferenza stampa improvvisata in piazza, già da premier uscente, ha dichiarato che non si opporrà alla formazione del governo e spera in “un governo politico che sia solido e che abbia la sufficiente coesione per fare scelte politiche.” Conte spera di riuscire a conservare il proprio ruolo di punto d’equilibrio tra Pd e M5S, preservando la coalizione per il futuro a medio termine. Gli ha fatto eco Luigi di Maio, che intorno a mezzogiorno ha dichiarato che il M5S deve dimostrarsi “maturo” e “ascoltare” Draghi. Le resistenze interne a entrare al governo insieme all’ennesimo ex grande nemico ci sono, ma è convinzione dei vertici che il partito in questo momento subirebbe di più a stare all’opposizione che nella maggioranza. Il Movimento 5 Stelle sarà l’ultimo gruppo parlamentare ad essere ricevuto, domani prima di pranzo. 

Anche la Lega durante la giornata ha cominciato a entrare sempre più nell’ottica del sostegno al governo, quasi come una scelta obbligata. La posizione del partito, però, è resa più complicata dal fatto che il meno entusiasta all’idea di sostenere Draghi sembra essere proprio Salvini — mentre i parlamentari e l’ala “moderata,” guidata da Giorgetti ma sostenuta anche dai governatori del Nord, è molto più aperta al confronto: Giorgetti ieri ha dichiarato che Draghi “è un fuoriclasse, come Ronaldo,” e che dunque “non può stare in panchina.” A sera però Salvini ha provato a imporre una condizione piuttosto pesante per il sostegno della Lega, dichiarando che Draghi dovrà scegliere tra il sostegno leghista o quello del M5S. Un’adesione più esplicita a Draghi da parte del segretario leghista avrebbe reso paradossalmente più difficile la creazione di una maggioranza, perché — forse — il Pd e il M5S avrebbero avuto qualche remora a sostenere un governo insieme alla Lega. La delegazione della Lega è attesa da Draghi domattina, subito prima di quella pentastellata.

Chi invece sembra aver sciolto definitivamente tutti i dubbi è Silvio Berlusconi: il capo di Forza Italia si presenterà di persona alle consultazioni con Draghi, lasciando la villa di famiglia in Costa Azzurra. Quel che è certo è che i tre partiti della coalizione si presenteranno separatamente alle consultazioni con Draghi: una prova del fatto che la coalizione è sostanzialmente spaccata. Meloni, secondo cui la destra dovrebbe votare compatta per l’astensione, ha contestato le sofferte aperture di Salvini, chiedendosi se “il Pd va bene? La Boldrini e LeU vanno bene?” Il timore di essere eclissato da Meloni è probabilmente uno dei motivi per cui Salvini non è troppo entusiasta di aderire senza obiezioni a un governo alla fine guidato da uno dei volti dell’euro e dell’Europa. La delegazione di Fratelli d’Italia incontrerà Draghi oggi alle 15.

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