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125: L’accordo (quasi) globale per far pagare le multinazionali (il meno possibile)

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Joe Biden e i governi occidentali dicono che è un grande risultato, ma al contrario si tratta di una misura di basso impatto, che per stessa ammissione dell’Ocse recupererà meno della metà delle tasse eluse dalle grandi multinazionali

Ieri è stato chiuso un mezzo accordo per l’aliquota minima globale: 130 paesi su 139 nell’Ocse hanno firmato un accordo basato sulla proposta avanzata dagli Stati Uniti al G7 dei ministri dell’Economia. Biden ne ha parlato come un grande passo avanti, ma si tratta di una soluzione con numerosi compromessi: in primis perché la City di Londra resta esclusa dalla norma — ma in realtà la stessa partecipazione dei paesi europei è ancora tutta da dibattere, perché Irlanda, Estonia e Ungheria non hanno firmato l’accordo, e potrebbero bloccare la misura a livello comunitario.

La proposta statunitense arriva, in primis, per evitare l’elusione fiscale dal nordamerica, e recuperare risorse per finanziare l’ambizioso piano d’infrastrutture post–pandemia. Con l’Europa, il nodo più complesso da sciogliere era quello delle digital tax, presenti in alcuni paesi come misura alternativa per tassare le grandi aziende informatiche — e che nei prossimi anni dovranno essere superate. Il nuovo accordo prevede una tassazione minima sugli utili del 15% e una tassa del 20% sui profitti per le multinazionali i cui margini siano superiori al 10%, che va pagata nello stato dove vengono realizzati quei profitti. 

Va sottolineato che, al netto dei paradisi fiscali diciamo più famigerati, come le Bermuda, in realtà l’aliquota minima globale sia solo marginalmente più alta di quanto le multinazionali siano già abituate a pagare: la tassazione sulle aziende in Irlanda, ad esempio, e a parte eccezioni come l’accordo stretto con Apple, non è molto distante — è al 12,5%. In Svizzera le aliquote sono tra l’11,9 e il 21,6%; a Singapore invece le imposte sulle aziende sono già più alte del limite deciso dal G7, e sono fissate al 17%.

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