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Possiamo parlare di Incompiuto Milanese?

di Nicolò Tabarelli

Possiamo parlare di Incompiuto Milanese?

di Nicolò Tabarelli

in copertina la ex fabbrica Innocenti, foto di Giovanni Hänninen

Il collettivo artistico Alterazioni Video ha proposto di codificare uno stile, l’Incompiuto Siciliano, per storicizzare il fenomeno delle opere incompiute. Abbiamo fatto un giro in città per capire se si può traslare questo paradigma interpretativo anche a Milano

Nel 2006, il collettivo artistico Alterazioni Video ha cominciato a fotografare, catalogare e mappare le opere incompiute che costellano tutta l’Italia. Il risultato di questo lavoro è poi confluito, nel 2009, nell’archivio della fondazione Incompiuto Siciliano. Ci sono più di 750 opere incompiute sparse per l’Italia, 350 nella sola Sicilia: da qui la caratterizzazione regionale del progetto che su Domus, nel 2017, il collettivo ha descritto così: “Non [è] solo un’etichetta entro cui rinchiudere forzatamente un pacchetto eterogeneo di opere, quanto piuttosto un vero e proprio modello teorico, capace di riconoscere […] un sistema di opere incompiute in essere o in procinto di divenire.” L’idea, a metà strada tra la provocazione artistica e l’elaborazione seria, è di considerare le opere incompiute, costruite dal dopoguerra ad oggi, come appartenenti a un vero e proprio stile architettonico. Questo stile, dato dalle naturali affinità estetiche tra i vari edifici incompiuti più che dall’esistenza di un canone architettonico, ha come materiale fondante il cemento armato in rapporto con la vegetazione spontanea che interagisce sinesteticamente con gli edifici incompiuti. In un breve contributo apparso su Abitare, anche i Wu Ming prendono atto di questo fenomeno: “L’Incompiuto Siciliano ha fondato un’etica e un’estetica propria, con cui è necessario fare i conti fino in fondo.”

A dispetto del nome, il fenomeno non si limita certo alla sola Sicilia. Ci siamo chiesti quindi se a Milano esistano edifici che possano rientrare in questo canone ormai riconosciuto. Per individuarli abbiamo incrociato i database di Incompiuto Siciliano, del Sistema Informativo Monitoraggio Opere Incompiute (S.I.M.O.I., l’anagrafe delle opere incompiute curata dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti) e del blog Urbanfile.

Secondo il S.I.M.O.I. le opere incompiute della città metropolitana di Milano sono sei, ma il database del S.I.M.O.I. e quello di Incompiuto Siciliano coincidono solo in minima parte – impossibile capire con esattezza quante opere incompiute esistano né Italia né a Milano. Il database del S.I.M.O.I. indica come incompiuti il Laboratorio di Quartiere Ponte Lambro e l’ex fabbrica Iso Rivolta a Bresso. Abbiamo escluso dalla nostra analisi tutti i progetti che non potrebbero rientrare nei paradigmi estetici fondanti dell’Incompiuto, per lo stato dei lavori troppo  arretrato (tra lo 0 e il 15% del completamento) – insomma, dei non luoghi dove c’è poco o nulla da vedere. Dell’elenco stilato da Urbanfile abbiamo visto la fabbrica Innocenti nel quartiere Rubattino, l’istituto Marchiondi di Baggio, lo scalo merci di Porta Romana e il cosiddetto “Cementone”di via Emilio De Marchi.

— Leggi anche: La riapertura dei navigli: storia di un’idea bizzarra diventata mainstream

in copertina la ex fabbrica Innocenti, foto di Giovanni Hänninen

Il collettivo artistico Alterazioni Video ha proposto di codificare uno stile, l’Incompiuto Siciliano, per storicizzare il fenomeno delle opere incompiute. Abbiamo fatto un giro in città per capire se si può traslare questo paradigma interpretativo anche a Milano

Nel 2006, il collettivo artistico Alterazioni Video ha cominciato a fotografare, catalogare e mappare le opere incompiute che costellano tutta l’Italia. Il risultato di questo lavoro è poi confluito, nel 2009, nell’archivio della fondazione Incompiuto Siciliano. Ci sono più di 750 opere incompiute sparse per l’Italia, 350 nella sola Sicilia: da qui la caratterizzazione regionale del progetto che su Domus, nel 2017, il collettivo ha descritto così: “Non [è] solo un’etichetta entro cui rinchiudere forzatamente un pacchetto eterogeneo di opere, quanto piuttosto un vero e proprio modello teorico, capace di riconoscere […] un sistema di opere incompiute in essere o in procinto di divenire.” L’idea, a metà strada tra la provocazione artistica e l’elaborazione seria, è di considerare le opere incompiute, costruite dal dopoguerra ad oggi, come appartenenti a un vero e proprio stile architettonico. Questo stile, dato dalle naturali affinità estetiche tra i vari edifici incompiuti più che dall’esistenza di un canone architettonico, ha come materiale fondante il cemento armato in rapporto con la vegetazione spontanea che interagisce sinesteticamente con gli edifici incompiuti. In un breve contributo apparso su Abitare, anche i Wu Ming prendono atto di questo fenomeno: “L’Incompiuto Siciliano ha fondato un’etica e un’estetica propria, con cui è necessario fare i conti fino in fondo.”

A dispetto del nome, il fenomeno non si limita certo alla sola Sicilia. Ci siamo chiesti quindi se a Milano esistano edifici che possano rientrare in questo canone ormai riconosciuto. Per individuarli abbiamo incrociato i database di Incompiuto Siciliano, del Sistema Informativo Monitoraggio Opere Incompiute (S.I.M.O.I., l’anagrafe delle opere incompiute curata dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti) e del blog Urbanfile.

Secondo il S.I.M.O.I. le opere incompiute della città metropolitana di Milano sono sei, ma il database del S.I.M.O.I. e quello di Incompiuto Siciliano coincidono solo in minima parte – impossibile capire con esattezza quante opere incompiute esistano né Italia né a Milano. Il database del S.I.M.O.I. indica come incompiuti il Laboratorio di Quartiere Ponte Lambro e l’ex fabbrica Iso Rivolta a Bresso. Abbiamo escluso dalla nostra analisi tutti i progetti che non potrebbero rientrare nei paradigmi estetici fondanti dell’Incompiuto, per lo stato dei lavori troppo  arretrato (tra lo 0 e il 15% del completamento) – insomma, dei non luoghi dove c’è poco o nulla da vedere. Dell’elenco stilato da Urbanfile abbiamo visto la fabbrica Innocenti nel quartiere Rubattino, l’istituto Marchiondi di Baggio, lo scalo merci di Porta Romana e il cosiddetto “Cementone”di via Emilio De Marchi.

— Leggi anche: La riapertura dei navigli: storia di un’idea bizzarra diventata mainstream

lo scalo merci di Porta Romana, foto di Giovanni Hänninen
lo scalo merci di Porta Romana, foto di Giovanni Hänninen

lo scalo merci di Porta Romana, foto di Giovanni Hänninen

Il primo edificio che visitiamo, la fabbrica Innocenti, è in stato di totale abbandono. A un primo sguardo, sembrerebbe rientrare pienamente nello stile dell’Incompiuto Siciliano, se non per una caratteristica fondamentale: l’Incompiuto Siciliano non è interessato a edifici che hanno perso la loro funzione, ma ad opere che non hanno mai avuto una funzione. Insomma, per rientrare nello stile la condizione sine qua non, postulata da Alterazioni Video, è la parziale esecuzione.

Lo stesso vale per l’istituto Marchiondi: una volta entrati si può ammirare l’opera che la natura ha svolto in un edificio in stato di abbandono, ci si può soffermare sulle crepe che segnano il calcestruzzo, ma non si sfugge dal postulato della mancata funzione. L’istituto Marchiondi, infatti, è stato dal 1957 al 1970 un istituto minorile per ragazzi “difficili o caratteriali.”

Anche lo scalo merci di Porta Romana rientra nella categoria dell’ex-fabbrica Innocenti e dell’istituto Marchiondi. Leggermente diversa è la situazione del Laboratorio di quartiere Ponte Lambro. Ad essere incompiuto è un intervento di Renzo Piano che, come scrive Martina Magnani sul sito dell’Ordine degli architetti: “Dal 2000 alterna fasi altalenanti senza essere giunto a compimento.” Anche in questo caso però l’uso, per quanto parziale, dell’opera non permette di inserirla nello stile dell’incompiuto. L’unico edificio che in tutto e per tutto rispecchia il manifesto di Alterazioni Video è il “Cementone” che nasce come centro di controllo del traffico ferroviario, ma la cui costruzione non è mai stata portata a termine perché nel frattempo il quartiere Greco si è trasformato da zona industriale in zona residenziale. I tre edifici non risultano nel S.I.M.O.I. perché il primo viene considerato in stato di abbandono e il secondo parzialmente in funzione. Il “Cementone” invece non è pubblico (la proprietà è di Ferrovie dello Stato) e il S.I.M.O.I. prende in considerazioni solo opere pienamente pubbliche.

A questo punto, è chiaro che non si può parlare di “Incompiuto Milanese” in senso stretto. Emerge però un argomento liminare che è imprescindibile nell’indagine sulle future prospettive urbanistiche della città: quello degli edifici abbandonati.

lo scalo merci di Porta Romana, foto di Giovanni Hänninen

Il primo edificio che visitiamo, la fabbrica Innocenti, è in stato di totale abbandono. A un primo sguardo, sembrerebbe rientrare pienamente nello stile dell’Incompiuto Siciliano, se non per una caratteristica fondamentale: l’Incompiuto Siciliano non è interessato a edifici che hanno perso la loro funzione, ma ad opere che non hanno mai avuto una funzione. Insomma, per rientrare nello stile la condizione sine qua non, postulata da Alterazioni Video, è la parziale esecuzione.

Lo stesso vale per l’istituto Marchiondi: una volta entrati si può ammirare l’opera che la natura ha svolto in un edificio in stato di abbandono, ci si può soffermare sulle crepe che segnano il calcestruzzo, ma non si sfugge dal postulato della mancata funzione. L’istituto Marchiondi, infatti, è stato dal 1957 al 1970 un istituto minorile per ragazzi “difficili o caratteriali.”

Anche lo scalo merci di Porta Romana rientra nella categoria dell’ex-fabbrica Innocenti e dell’istituto Marchiondi. Leggermente diversa è la situazione del Laboratorio di quartiere Ponte Lambro. Ad essere incompiuto è un intervento di Renzo Piano che, come scrive Martina Magnani sul sito dell’Ordine degli architetti: “Dal 2000 alterna fasi altalenanti senza essere giunto a compimento.” Anche in questo caso però l’uso, per quanto parziale, dell’opera non permette di inserirla nello stile dell’incompiuto. L’unico edificio che in tutto e per tutto rispecchia il manifesto di Alterazioni Video è il “Cementone” che nasce come centro di controllo del traffico ferroviario, ma la cui costruzione non è mai stata portata a termine perché nel frattempo il quartiere Greco si è trasformato da zona industriale in zona residenziale. I tre edifici non risultano nel S.I.M.O.I. perché il primo viene considerato in stato di abbandono e il secondo parzialmente in funzione. Il “Cementone” invece non è pubblico (la proprietà è di Ferrovie dello Stato) e il S.I.M.O.I. prende in considerazioni solo opere pienamente pubbliche.

A questo punto, è chiaro che non si può parlare di “Incompiuto Milanese” in senso stretto. Emerge però un argomento liminare che è imprescindibile nell’indagine sulle future prospettive urbanistiche della città: quello degli edifici abbandonati.

l’istituto Marchiondi, foto di Giovanni Hänninen
l’istituto Marchiondi, foto di Giovanni Hänninen

l’istituto Marchiondi, foto di Giovanni Hänninen

Abbiamo contattato il fotografo Giovanni Hänninen coautore insieme ad Alberto Amoretti di un progetto affine a quello dell’Incompiuto Siciliano, cittàinattesa. Nel loro caso si è trattato di creare un “catalogo tipologico dei luoghi dimenticati di Milano.” Hänninen ci spiega: “Non mi piace usare il termine abbandono perché questi edifici tuttora hanno una vita. Sono abbandonate le loro funzioni di partenza, ma spesso ci sono persone che ancora ci vivono.” In cittàinattesa sono incluse la fabbrica Innocenti, l’istituto Marchiondi e lo scalo di Porta Romana. Queste opere sono quindi assimilabili allo stile dell’incompiuto, ma appartengono a un altro fenomeno, quello della perdita della funzione originaria, che a Milano è molto più rilevante dell’incompiutezza.

Il vero nodo a livello urbanistico per definire la Milano del futuro è quindi cosa si vuole fare degli edifici abbandonati. In cittàinattesa ne erano stati selezionati 60, e il lavoro di catalogazione è ancora in corso, però “dei luoghi che avevamo selezionato nel 2012 pochissimi hanno effettivamente cambiato il loro stato. Tra questi l’hotel di Italia ‘90, la stazione di benzina dell’Agip e gli Headquarters di Gucci situati nelle storiche ex-officine aeronautiche Caproni di Milano” ci dice Hänninen sottolineando come la selezione fatta ai tempi da lui e Amoretti non avesse nemmeno seguito il criterio di selezionare “i luoghi più abbandonati, ma voleva mostrare come all’interno di Milano esistesse una città dormiente che possedeva in potenza tutte le funzioni dell’abitare urbano.”

— Leggi anche: A Milano servono sempre piú case popolari, ma Aler pensa solo al profitto

Sembra però che la direzione stia cambiando: Giulia Cusumano, addetta stampa dell’assessore all’urbanistica Maran, ci ha spiegato che mentre il PRU Rubattino 87 per la fabbrica Innocenti è fermo, per l’istituto Marchiondi il comune “ha avviato una collaborazione con il Politecnico indirizzata a trovare finalmente un progetto di recupero possibile.” Lo scalo di Porta Romana, invece, ricade nell’Accordo di Programma per la riqualificazione dei sette scali ferroviari di Milano e “in autunno FS lancerà il masterplan per il suo sviluppo.”

Rispetto a questi sviluppi Hänninen si dice cautamente positivo: da un lato Milano, almeno prima della pandemia, stava “vivendo un momento felice della sua storia” ed è “stata sbloccata”. Dall’altro, esistono due problemi: il primo è che per quanto sia vero che si costruisce, “in tutta questa espansione si guarda a un mercato che non è di persone comuni, ma di clienti internazionali,” il secondo è che, se si dovesse assecondare il semplice calcolo economico, molte delle opere abbandonate presenti nel territorio della città metropolitana di Milano andrebbero semplicemente abbattute. Una prospettiva che Hänninen vede di pessimo occhio: “Una città senza storia e senza memoria crolla su sé stessa.” Forse, sono proprio le scelte che Milano farà rispetto ai progetti edilizi dedicati agli edifici abbandonati sono quelle che possono evolversi in un nuovo stile architettonico tipico della città dove la prospettiva più ottimistica è che si scelga una strada che contempli sia la preservazione degli edifici storici sia la necessità di un’edilizia popolare di qualità, mentre lo scenario peggiore è quello di una cementificazione incontrollata rivolta solo a una platea di clienti ricchi e internazionali.

Aiutaci a scrivere altri articoli come questo: abbonati a Hello, World!, la nostra rassegna stampa del mattino. La prima settimana è gratis

l’istituto Marchiondi, foto di Giovanni Hänninen

Abbiamo contattato il fotografo Giovanni Hänninen coautore insieme ad Alberto Amoretti di un progetto affine a quello dell’Incompiuto Siciliano, cittàinattesa. Nel loro caso si è trattato di creare un “catalogo tipologico dei luoghi dimenticati di Milano.” Hänninen ci spiega: “Non mi piace usare il termine abbandono perché questi edifici tuttora hanno una vita. Sono abbandonate le loro funzioni di partenza, ma spesso ci sono persone che ancora ci vivono.” In cittàinattesa sono incluse la fabbrica Innocenti, l’istituto Marchiondi e lo scalo di Porta Romana. Queste opere sono quindi assimilabili allo stile dell’incompiuto, ma appartengono a un altro fenomeno, quello della perdita della funzione originaria, che a Milano è molto più rilevante dell’incompiutezza.

Il vero nodo a livello urbanistico per definire la Milano del futuro è quindi cosa si vuole fare degli edifici abbandonati. In cittàinattesa ne erano stati selezionati 60, e il lavoro di catalogazione è ancora in corso, però “dei luoghi che avevamo selezionato nel 2012 pochissimi hanno effettivamente cambiato il loro stato. Tra questi l’hotel di Italia ‘90, la stazione di benzina dell’Agip e gli Headquarters di Gucci situati nelle storiche ex-officine aeronautiche Caproni di Milano” ci dice Hänninen sottolineando come la selezione fatta ai tempi da lui e Amoretti non avesse nemmeno seguito il criterio di selezionare “i luoghi più abbandonati, ma voleva mostrare come all’interno di Milano esistesse una città dormiente che possedeva in potenza tutte le funzioni dell’abitare urbano.”

— Leggi anche: A Milano servono sempre piú case popolari, ma Aler pensa solo al profitto

Sembra però che la direzione stia cambiando: Giulia Cusumano, addetta stampa dell’assessore all’urbanistica Maran, ci ha spiegato che mentre il PRU Rubattino 87 per la fabbrica Innocenti è fermo, per l’istituto Marchiondi il comune “ha avviato una collaborazione con il Politecnico indirizzata a trovare finalmente un progetto di recupero possibile.” Lo scalo di Porta Romana, invece, ricade nell’Accordo di Programma per la riqualificazione dei sette scali ferroviari di Milano e “in autunno FS lancerà il masterplan per il suo sviluppo.”

Rispetto a questi sviluppi Hänninen si dice cautamente positivo: da un lato Milano, almeno prima della pandemia, stava “vivendo un momento felice della sua storia” ed è “stata sbloccata”. Dall’altro, esistono due problemi: il primo è che per quanto sia vero che si costruisce, “in tutta questa espansione si guarda a un mercato che non è di persone comuni, ma di clienti internazionali,” il secondo è che, se si dovesse assecondare il semplice calcolo economico, molte delle opere abbandonate presenti nel territorio della città metropolitana di Milano andrebbero semplicemente abbattute. Una prospettiva che Hänninen vede di pessimo occhio: “Una città senza storia e senza memoria crolla su sé stessa.” Forse, sono proprio le scelte che Milano farà rispetto ai progetti edilizi dedicati agli edifici abbandonati sono quelle che possono evolversi in un nuovo stile architettonico tipico della città dove la prospettiva più ottimistica è che si scelga una strada che contempli sia la preservazione degli edifici storici sia la necessità di un’edilizia popolare di qualità, mentre lo scenario peggiore è quello di una cementificazione incontrollata rivolta solo a una platea di clienti ricchi e internazionali.

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foto di Nicolò Tabarelli e Federico Donati

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Il “Cementone”

Cementone
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L’ex fabbrica Iso Rivolta a Bresso

ex fabbrica Iso Rivolta a Bresso.
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Il Laboratorio di quartiere Ponte Lambro

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L’istituto Marchiondi di Baggio

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