Nell’anno della pandemia, 493 persone sono diventate miliardarie

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L’annuale classifica di Forbes mostra come la pandemia sia stata un’ottima occasione di business per molte persone già ricche

Tra il 2020 e il 2021, nell’anno della pandemia e della conseguente crisi globale che ha visto un generale impoverimento delle persone, i miliardari hanno accresciuto il loro patrimonio in maniera esorbitante. La notizia è arrivata in seguito all’aggiornamento della tradizionale classifica di Forbes sulle persone più ricche del pianeta, che spesso la stampa italiana definisce con l’eufemismo “paperoni.” 

Non solo: è anche cresciuto il loro numero. Nel corso dell’anno si sono registrati infatti 493 nuovi miliardari — uno ogni 17 ore — per un totale di 2,755 persone che hanno messo insieme 13.100 miliardi di dollari in totale: ben 8.000 miliardi in più del totale della classifica 2020. La crisi ha quindi accelerato la concentrazione della ricchezza in poche mani, e sono urgentissime politiche redistributive efficaci per limitare le crescenti disuguaglianze mondiali.

La persona più ricca del mondo è a Jeff Bezos, in cima alla classifica per il quarto anno di fila: quest’anno il suo patrimonio è stimato in 177 miliardi di dollari, con una crescita di ben 64 miliardi rispetto al precedente. È chiaro che Amazon ha lucrato sulla pandemia, confermandosi in gran parte del mercato occidentale come un’infrastruttura prima ancora che un’azienda. Come scrivevamo in occasione degli scioperi delle scorse settimane, non ha nessuna intenzione di distribuire questa nuova ricchezza con i lavoratori che l’hanno davvero creata, al contrario calcando la mano sulle proprie politiche anti–sindacaliste.

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Al secondo posto si trova Elon Musk, il cui patrimonio si è più che quintuplicato quest’anno grazie al grande slancio in borsa di Tesla. Tra i nomi di questa lista Musk è senza dubbio quello meglio visto dall’opinione pubblica, anche quando scherza (?) sull’opportunità di fare colpi di stato in Bolivia. Musk è così in alto in questa lista grazie alla scalata non completamente irrazionale del titolo di borsa di Tesla, che in dieci anni è aumentato di valore del 20 mila percento — in quella che secondo molti analisti è però anche una bolla che aspetta di scoppiare

L’aumento spropositato di ricchezza di Jeff Bezos non è un’eccezione: le aziende che si occupano di logistica, shopping online e distribuzione hanno avuto modo di cementare il proprio ruolo nella società grazie alla pandemia. La prova di questo trend è dimostrata da Bom Kim, che è la persona che in percentuale, si è arricchita più di tutti dalla pandemia vedendo il proprio capitale totale crescere del 670% in un anno — più ancora della crescita di Musk, del 559%. Kim è il fondatore di Coupang, un’azienda del Delaware che opera l’omonimo sito di ecommerce, che grazie alla pandemia è esploso di popolarità in Corea del Sud. Kim ha immediatamente colto l’occasione per iniziare a fare quello che fanno tutte le grandi aziende digitali negli anni Venti: creare un servizio di streaming video.

Il nome di Kim è in cima ad un report del think tank statunitense Institute for Policy Studies, che mostra perfettamente come moltissimi grandi imprenditori hanno lucrato sulla pandemia. Altri nomi, meno in alto nella classifica, ma che si sono arricchiti in modo problematico: il fondatore di Twitter Jack Dorsey, grazie a Square, l’azienda che offre servizi di pagamento per le piccole imprese, ha visto i propri capitali crescere del 396%, e Anthony Wood, il fondatore di Roku, l’azienda tra le leader di mercato nell’ambito dello streaming video su tv — che ha guadagnato molto vendendo soluzioni contro la noia da lockdown, la cui ricchezza è cresciuta del 331 percento.

Questi dati dipingono un contrasto sconvolgente con un report pubblicato a inizio anno dall’Organizzazione internazionale del lavoro. L’agenzia ha calcolato che nel 2020 sono state perse l’8,8% delle ore di lavoro globali a causa della pandemia — un ammontare totale pari a 255 milioni di posti di lavoro complessivi. L’impatto economico di questa perdita di produzione si è tradotto, secondo lo studio dell’ONU, nella perdita individuale del posto di lavoro per 114 milioni di persone. 

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