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È l’ennesimo schiaffo dell’Egitto sul caso Regeni. Ma al governo importa davvero qualcosa?

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L’incontro tra magistrati italiani e egiziani si è chiuso con un nulla di fatto e una nuova provocazione da parte del Cairo. Sarà abbastanza per convincere il governo a fare dietrofront sulla maxi-vendita di armi?

Ieri si è tenuto l’incontro in videoconferenza tra i magistrati italiani ed egiziani sul caso Regeni, organizzato dopo lo scandalo della commessa militare miliardaria che prevede la cessione di due fregate Fremm e altro materiale bellico dall’Italia all’Egitto. L’incontro avrebbe dovuto segnare una nuova svolta nelle indagini sull’omicidio del giovane ricercatore italiano — di fatto bloccate da oltre un anno a causa della scarsa collaborazione degli inquirenti egiziani — ma si è concluso con un nulla di fatto.

Anzi, dall’Egitto è arrivata l’ennesima provocazione: invece di collaborare con le autorità italiane, rispondendo alla rogatoria inviata più di un anno fa, i magistrati egiziani hanno “formulato alcune richieste investigative” per “meglio delineare l’attività di Giulio Regeni in Egitto.” Si tratta, nello specifico, di 14 richieste che tornano su aspetti già chiariti della vicenda e che insinuano, ancora una volta, che Regeni stesse conducendo in Egitto attività di spionaggio. Nessuna risposta, invece, alle 12 domande contenute nella rogatoria inviata dalla procura di Roma ormai più di un anno fa, nell’aprile del 2019. Nemmeno alla più semplice: quella di indicare un domicilio legale per i cinque agenti dei servizi di sicurezza egiziani accusati di sequestro di persona dal pm di Roma Sergio Colaiocco. Senza domicilio legale, non si può procedere con le indagini.

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In serata dal Cairo è arrivato un comunicato che suona quasi beffardo: “Roma toccherà con mano la trasparenza della della squadra di inquirenti egiziani e il suo desiderio di giungere alla verità nel prossimo periodo.” È una nuova presa in giro, dieci giorni dopo l’invio alla famiglia Regeni dei vestiti del figlio, che però si è scoperto che non erano veramente i suoi vestiti (a quattro anni dalla morte del ricercatore, i genitori ancora non hanno potuto riaverli).

I genitori di Regeni hanno reagito duramente, chiedendo di nuovo volta al governo italiano di richiamare l’ambasciatore al Cairo e accusando esplicitamente il presidente del Consiglio Conte, che pochi giorni fa, di fronte allacommissione parlamentare d’inchiesta, aveva promesso di essere “inflessibile” fino all’ottenimento della verità.

“Chi sosteneva che la migliore strategia nei confronti degli egiziani per ottenere verità fosse quella della condiscendenza — hanno dichiarato i Regeni — chi pensava che fare affari, vendere armi e navi di guerra, stringere mani e guardare negli occhi gli interlocutori egiziani fosse funzionale ad ottenere collaborazione giudiziaria, oggi sa di aver fallito.”

Ma lo sa davvero, di aver fallito? Da parte del governo per il momento non c’è nessuna dichiarazione ufficiale, solo molto imbarazzo. Secondo le indiscrezioni giornalistiche, nemmeno il fallimento di questo vertice è una motivazione sufficiente, per Conte e Di Maio, per rompere le relazioni diplomatiche con l’Egitto, ma la Farnesina avrebbe espresso ufficiosamente “forte delusione” e starebbe valutando di richiamare a Roma l’ambasciatore “per consultazioni.” Potrebbe essere questa la “via di mezzo” tentata dal governo per salvare la faccia di fronte alle pressioni della famiglia Regeni e allo stesso tempo non perdere la possibilità di fare affari d’oro con il regime egiziano.

Nel Pd, globalmente molto timido anche su questa vicenda, chiede senza mezzi termini il ritiro dell’ambasciatore e il blocco delle forniture militari Matteo Orfini. Ma è difficile immaginare un dietrofront sulla fornitura di armi: secondo le ricostruzioni, la maxi-commessa da 9 miliardi accordata all’Egitto è stata avallata sostanzialmente in autonomia dal Presidente del Consiglio, senza trovare particolari opposizioni interne prima che il caso esplodesse sulla stampa. La trattativa risale allo scorso gennaio e sarebbe stata seguita direttamente da Giuseppe Conte insieme al proprio consigliere militare Carlo Massagli, tenuta segreta per un certo periodo anche alla Farnesina e al ministero della Difesa. In seguito, Conte ha giustificato la decisione argomentando, paradossalmente, che un maggiore “dialogo” con l’Egitto avrebbe permesso di fare dei passi avanti più sostanziali nella ricerca della verità. Ora è evidente che non è così: il Presidente del Consiglio avrà il coraggio di fare marcia indietro?

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Il caso Regeni — è bene ricordarlo di nuovo — non è l’unica buona ragione per sospendere la vendita di armi al Cairo: oltre a Patrick Zaki, che si trova detenuto senza motivo da febbraio, il regime di al-Sisi ha una lunga storia di arresti indiscriminati e persecuzioni ai danni di giornalisti, attivisti e membri della società civile. Le ultime a farne le spese sono state Nora Younis e Sanaa Seif: Younis è stata fortunatamente rilasciata su cauzione, mentre Seif è ancora in prigione.

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In copertina: una commemorazione per Giulio Regeni e le altre persone scomparse in Egitto, Cambridge 2017 / Wikimedia Commons

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