Il pericolo della pandemia in Africa, visto da Nairobi

Il sistema sanitario in Kenya è estremamente diseguale: la qualità dei servizi scende incredibilmente al di fuori di Nairobi, e, soprattutto, discrimina fortemente i ceti più poveri, ovvero la stragrande maggioranza della popolazione.

in copertina, Mathare, uno degli slum più popolosi di Nairobi

Il sistema sanitario in Kenya è estremamente diseguale: la qualità dei servizi scende incredibilmente al di fuori di Nairobi, e, soprattutto, discrimina fortemente i ceti più poveri, ovvero la stragrande maggioranza della popolazione.

Sono le 11:50 di venerdì mattina quando Pius fa il suo ingresso nella sala riunioni: “Hanno appena confermato il primo caso. Siamo fottuti.”

Ovviamente stiamo parlando di nuovo coronavirus. Finora il continente africano era stato largamente risparmiato dall’epidemia, ma la giornata di venerdì ha lanciato l’allarme definitivo, dopo che primi casi di persone affette da Covid-19 sono stati confermati in Kenya, Etiopia, Ruanda, Mauritania, Namibia e Guinea nel giro di 24h.

“Siamo fottuti” può sembrare una reazione esagerata per un solo caso, ma per chi vive a Nairobi è una preoccupazione lecita.

Sono arrivata a Nairobi dall’Italia in tempi non sospetti, il 10 febbraio 2020. Già allora sistemi di monitoraggio della temperatura erano attivi al Jomo Kenyatta International Airport di Nairobi e negli altri maggiori aeroporti del Kenya. Nel corso delle settimane, con la crescita esponenziale della crisi, ho visto aumentare di giorno in giorno le restrizioni per i passeggeri provenienti da Cina, Italia e Iran fino alla completa cancellazione delle tratte più a rischio, quelle da e per l’Italia in primis.

Non appena ha dato notizia del primo caso confermato ‒ una donna kenyana di 27 anni arrivata dagli Stati Uniti via Londra — il governo ha anche emanato una serie di provvedimenti,in continuo aggiornamento, simili a quelli promulgati dal governo italiano, come lavarsi spesso le mani, mantenere la distanza di almeno un metro e la sospensione di tutti gli eventi pubblici nel paese.

Come reazione iniziale è molto più di quanto si possa dire della risposta di molti Paesi europei fino a qualche giorno fa. Ma purtroppo non basta, e la paura si sta diffondendo a Nairobi.

Un Carrefour a Westlands, quartiere abitato prevalentemente da espatriati e kenyani benestanti, venerdì pomeriggio.

Diversi supermercati sono stati svuotati dei generi di prima necessità, di prodotti per l’igiene personale e la pulizia della casa, tanto che diversi gestori hanno voluto rilasciare dichiarazioni ufficiali per invitare la clientela alla calma:

Tusky’s è una catena di supermercati kenyana che impiega oltre 6.000 persone in tutto il Paese

Un poster Carrefour all’interno del centro commerciale Galleria di Karen.

Se da un lato la paura può essere accolta come un segnale positivo, poiché significa che la popolazione sta prendendo seriamente la notizia del possibile diffondersi dell’epidemia in Kenya, dall’altro lato è una paura giustificata: è il sintomo che manifesta chi sa che il sistema corrente non è pronto per reggere l’urto. “Siamo fottuti,” appunto.

Sebbene il Kenya, e molti altri Paesi africani, non siano nuovi ad emergenze sanitarie come tubercolosimalaria o ebola, il sistema sanitario del paese non è paragonabile a quello di uno stato occidentale: a Nairobi nelle scorse settimane sono stati predisposti 120 letti in terapia intensiva per possibili casi di coronavirus e due area di isolamento sono state create in altrettanti ospedali della città. Come tentativo precauzionale è encomiabile — ma Nairobi ha una popolazione di oltre 4.5 milioni di abitanti.

Si tratta di un problema strutturale che va ben oltre questa crisi. Da un lato la pregressa gestione di epidemie ha creato dei protocolli efficaci: grazie al protocollo di tracciamento per la tubercolosi, 22 persone entrate in contatto con la “paziente 0” sono state messe in isolamento in ospedale e le altre 23 rintracciate sono in auto-quarantena.Dall’altro, però, in Kenya ci sono in media solo 22,1 medici e infermieri ogni 10.000 abitanti (dati 2017), a fronte di una raccomandazione OMS di 44.5. 

Si tratta inoltre di un sistema estremamente diseguale: la qualità dei servizi sanitari scende incredibilmente di livello al di fuori di Nairobi, e — soprattutto — discrimina fortemente i ceti più poveri, vale a dire la stragrande maggioranza della popolazione. Il sistema sanitario kenyano infatti è a pagamento e anche gli appartenenti al ceto medio ci pensano su due volte prima di decidere se andare a farsi visitare.

Questo significa che in pronto soccorso arriveranno solo i casi più gravi e che il vero numero di contagiati sarà molto più alto e difficile da calcolare, soprattutto negli slum.

“Meno male che non è ebola, ma quando il virus arriverà negli slum sarà una carneficina lo stesso. Lì non ci sarà più modo di evitarlo,” Robert, 30, kenyano, è piuttosto rassegnato sui possibili sviluppi di un’epidemia. “Voglio dire, ce l’hai presente Kibera?”. Sì, ce l’ho presente Kibera: 250.000 persone che vivono una sull’altra in baracche di 3mx4. Robert ha ragione: Kibera, Mathare e gli altri 198 informal settlements di Nairobi si apprestano ad affrontare un rischio enorme. Purtroppo nulla è dalla loro parte: rispettare le norme igieniche e il social distancing promossi dal governo è semplicemente impossibile in uno slum, senza contare che molte delle persone più a rischio — come senza tetto, tossicodipendenti e sieropositivi — vivono proprio in questi quartieri.

Uno scorcio di Mathare, uno degli slum più popolosi di Nairobi.

C’è comunque chi preferisce rimanere in Kenya: “Io in Sudafrica non ci torno,” dice Kennedy, 29 anni, “perché non c’è modo che il sistema sanitario possa gestire un’escalation dell’epidemia e se la situazione peggiora.” Al momento, il Sudafrica è il paese è il più colpito del continente africano. “Scoppieranno disordini razziali. Chi pensa che Nairobi sia una città violenta chiaramente non è mai stato in Sudafrica.”

Tuttavia, anche nella capitale kenyana ci sono stati episodi molto spiacevoli diretti prevalentemente alla comunità cinese: una coppia di turisti è stata molestata vicino a Kibera al grido di “coronavirus, coronavirus” e una sollevazione popolare ha accolto la decisione di far sbarcare i passeggeri di un volo arrivato dalla Cina a fine febbraio.

A 48 ore dal primo caso e con altri due casi appartenenti al primo focolaio confermati durante la stesura di questo articolo, mentre uffici pubblici, esercizi commerciali e aziende vengono invitati a lasciar lavorare da casa il personale non indispensabile, il futuro appare tutt’altro che sereno. C’è qualcosa che può aiutare il Kenya a gestire un’epidemia di Covid-19? Mettere a frutto le lezioni imparate dalle precedenti crisi sanitarie, una popolazione giovane, un clima apparentemente poco favorevole alla diffusione del virus, far rispettare tutte le norme precauzionali stabilite. A mio avviso, ad esempio, dovrebbero essere implementate con rigore estremo soprattutto le norme igieniche sui matatu, i minibus che fanno da servizio pubblico. Tutto questo può aiutare: ma la maggior parte delle persone con cui ho parlato a un certo punto ha tirato un sospiro di rassegnazione e mi ha detto “Pregare. Pregare che non si diffonda.”


Gemma Ghiglia lavora a Nairobi come Communications Officer per una ONG grazie all’iniziativa EU Aid Volunteers
I nomi delle persone coinvolte nella stesura di questo articolo sono stati cambiati per motivi di privacy

 

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