Le proteste in Iraq chiedono un futuro per il Paese dopo lo Stato islamico

Il problema dell’Iraq va oltre la semplice “corruzione.” Dopo la sconfitta dello Stato islamico non si è costruito un nuovo Paese, e ora i manifestanti chiedono un rinnovamento completo della classe politica

in copertina, foto CC Xequals

Il problema dell’Iraq va oltre la semplice “corruzione.” Dopo la sconfitta dello Stato islamico non si è costruito un nuovo Paese, e ora i manifestanti chiedono un rinnovamento completo della classe politica.

Il 6 dicembre a Baghdad ventitre manifestanti sono stati uccisi in un attacco da alcuni uomini armati non identificati. Negli ultimi giorni in Iraq ci sono stati anche degli attacchi missilistici. L’ultimo ha colpito una base militare statunitense a Baghdad la mattina del 9 dicembre ferendo sei soldati, di cui due in modo grave. Gli attacchi, partiti presumibilmente da gruppi ostili alle proteste di piazza, hanno portato Germania, Francia, Gran Bretagna e Canada a criticare fortemente il governo iracheno, ritenuto incapace di gestire la sicurezza nel Paese.

Le dimissioni del premier 

Domenica 1° dicembre il Parlamento iracheno aveva accettato le dimissioni del primo ministro Adil Abdul-Mahdi. Le dimissioni del premier, arrivate sulla scrivania della presidenza del Parlamento lo scorso venerdì, sono state la necessaria conseguenza dei forti scontri di piazza che stanno sconvolgendo il Paese dallo scorso ottobre e che nella sola giornata di giovedì 28 novembre hanno portato alla morte di 45 manifestanti. Le dimissioni sono state inoltre accompagnate dai suggerimenti del Primo ministro di destituzione di alcuni ministri chiave e del capo di Stato maggiore. Al momento il governo ha assunto l’incarico di “custode” per i prossimi giorni, fino a quando il Parlamento non approverà un nuovo candidato per sostituirlo. Nel frattempo Mahdi si dice pronto a lasciare il Paese.

I motivi delle rivolte

Il 9 agosto 2017 l’esercito regolare iracheno, dopo essere riuscito a penetrare nella parte occidentale di Mosul e a seguito di settimane di scontri, liberò la città dalle milizie dello Stato islamico. Il giorno successivo l’allora primo ministro Haydar al–Abadi, con un breve discorso alla tv di Stato, dichiarò la caduta dello Stato islamico e la presa della sua capitale. Nei mesi seguenti le operazioni a Tal Afar, Kirkuk e nella zona meridionale dei monti Hamrin, nel nord-est dell’Iraq, piegarono le ultime sacche di resistenza — la situazione del Paese sembrava migliorare.

Le elezioni del 12 maggio 2018 videro inoltre partecipare la prima candidata donna alla presidenza nella storia dell’Iraq, Sarwa Abdel Wahid. Purtroppo quelle elezioni furono segnate da subito dal sospetto di brogli e portarono alla nascita di una commissione d’inchiesta per il riconteggio dei voti in alcune province. Vennero certificate diverse violazioni e negli stessi giorni un deposito per le urne nella città di Baghdad prese fuoco. Dopo circa cinque mesi di trattative e veti incrociati da parte delle forze di maggioranza, Barham Salih — già premier della regione autonoma del Kurdistan e membro di spicco del Puk — venne eletto Presidente dell’Iraq e nominò Adil Abdul Mahdi come Primo ministro. Abdul Mahdi, un uomo dalla personalità controversa — si unì al partito Baath che portò al potere Saddam Hussein alla fine degli anni ’70, per poi in seguito diventarne uno dei suoi più forti oppositori prima in qualità di comunista e successivamente da islamista — fu il risultato di un compromesso. Ben visto dall’Iran, nonostante fosse il primo premier post Saddam a non provenire dal partito islamista sciita Dawa, e vicino agli Stati Uniti, all’indomani della sua nomina Mahdi non fu in grado di ottenere l’approvazione della maggioranza sui ministri cardine del gabinetto, presentandosi al giuramento del 24 ottobre con un gabinetto parziale. 

A giugno 2019 molti ministeri risultavano ancora vacanti e il governo appariva bloccato e incapace di predisporre una pianificazione a lungo termine. Da quel momento la situazione nel Paese è precipitata in fretta.  

Gli iracheni sono scesi in piazza

Il 1° ottobre 2019 gli iracheni hanno iniziato a manifestare contro la corruzione, la fine del settarismo, la mancanza di lavoro e servizi. Il governo si è dimostrato fin da subito sordo alle richieste della piazza e nella terza giornata di proteste ci sono stati 13 morti e 400 feriti. I maggiori scontri vennero segnalati nelle aree a sud del Paese ricche di raffinerie, mentre la zona verde di Baghdad — riaperta solo lo scorso dicembre dopo 16 anni — era stata nuovamente chiusa alla cittadinanza. Sin dalla prima settimana il governo ha cercato di fermare le proteste imponendo forti limitazioni alla circolazione e istituendo il coprifuoco nei centri più caldi. I proclami da parte di Mahdi riguardo una terza lista di riforme con le quali si prometteva di creare posti di lavoro non bastarono ad arrestare l’ondata di proteste. I manifestanti, scevri da qualsiasi tipo di legame con i partiti politici in Parlamento, si sono riversati così nelle strade al grido di “Noi Sunniti e Sciiti siamo tutti fratelli e il nostro Paese non è in vendita”. 

Le proteste continuano 

A due mesi dall’inizio delle proteste il bollettino risulta drammatico con circa 430 morti e migliaia di feriti. Nonostante il governo abbia imposto restrizioni all’accesso a internet le immagini delle violenti forme di repressione sono diventate virali, aumentando la rabbia e la determinazione tra i contestatori. Alcuni manifestanti hanno deciso di prendere parte alle proteste cucinando per le strade, mentre il personale medico ha allestito un ospedale di emergenza per dare primo soccorso ai feriti. 

Non è la prima volta che il primo ministro Mahdi promette di farsi da parte. Il 30 ottobre durante una diretta tv il Presidente Saleh aveva espresso la disponibilità da parte del primo ministro nel rassegnare le dimissioni così come chiesto dai manifestanti, ma questo non era accaduto. Al contrario Mahdi si era successivamente lamentato del cattivo trattamento ricevuto, e a coloro i quali lo incolpavano per l’alto numero di vittime durante le proteste, il premier aveva risposto dichiarandosi estraneo e accusando un non identificato “attore esterno.” 

I retroscena

Dopo la caduta di Saddam, l’Iran è riuscito a stringere ottime relazioni con Baghdad, tanto da portare il governo iracheno a inserire nei ranghi delle proprie truppe le milizie sciite delle Forze di Mobilitazione Popolare (Hashd al–Shaabi), che avevano già combattuto durante l’offensiva allo Stato islamico. Questo ha avvicinato le truppe irachene a Teheran, nonostante diversi contingenti americani siano ancora presenti nel Paese. Un’inchiesta di Reuters ha fatto luce sul ruolo svolto in Iraq dal generale iraniano delle “Forze Quds” Qassem Suleimani durante le ultime settimane di protesta. Secondo quanto riportato dall’agenzia britannica, Suleimani avrebbe incontrato i due principali leader sciiti iracheni Amiri e Sadr e avrebbe chiesto loro di continuare a sostenere l’attuale primo ministro e il suo programma di riforme. Funzionari della sicurezza irachena hanno riferito inoltre che milizie appoggiate dall’Iran avrebbero schierato cecchini sui tetti di Baghdad per cercare di reprimere le rivolte. Dopo il voltafaccia di Trump sul nucleare e le rinnovate tensioni con gli Stati Uniti, l’Iran non vuole assolutamente perdere uno dei più fedeli alleati nella regione. 

Le pesanti ingerenze di Teheran negli affari interni del Paese hanno aumentato il sentimento anti-iraniano tra i manifestanti, che mercoledì 27 novembre hanno dato fuoco al consolato iraniano nella città di Najaf, 160 chilometri a sud di Baghdad. Nonostante le dimissioni del primo ministro, i manifestanti non sembrano intenzionati a ritirarsi dalle principali piazze delle città irachene. Come dichiarato da Fanar al-Haddad, ricercatore presso il Middle East Institute ad Al Jazeera: “Se tutto ciò che la classe politica può offrire è una costellazione riarrangiata delle stesse facce, ci sarà più rabbia pubblica e una possibile escalation di proteste.”

Ottenute le dimissioni, quello che la piazza adesso chiede non è un semplice cambiamento di leadership ma un sostanziale rinnovamento del sistema politico e dei suoi obiettivi. Infatti, nonostante le sue immense risorse naturali, l’Iraq versa in condizioni economiche disastrose. Le promesse di ricostruzione non sono state mantenute e molte aree del Paese mancano di servizi di prima necessità come l’elettricità. Secondo i dati forniti dalla World Bank, l’Iraq risulta tra i paesi con il più basso tasso di crescita in tutta la regione e con un tasso di disoccupazione che è cresciuto anche rispetto al 2017 durante l’occupazione dello Stato islamico.  

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