Guida alcolica della scena indie milanese

Abbiamo chiesto a un po’ di artisti della nuova scena musicale italiana di raccontarci un locale (o una serata) e un drink che per loro rappresentano Milano.

Abbiamo chiesto a un po’ di artisti della nuova scena musicale italiana di raccontarci un locale (o una serata) e un drink che per loro rappresentano Milano

Per capire — almeno in parte — quello che è successo nella musica italiana negli ultimi anni bisogna guardare Milano da un marciapiede, fare una passeggiata lungo la Darsena, scendere in strada la sera e immaginare le possibilità che si aprono dopo il tramonto attorno a un posacenere di plastica tra i tavolini di un locale. Milano, quella della nostra generazione, assieme a Roma ha visto sbocciare la scena artistica più florida degli ultimi decenni. Milano sono i navigli dei Coma Cose. È quella dei concerti, delle code ai concerti, dei locali sovraffollati che poi finisci a bere in strada. È la Milano “anarchica” di via Gola e quella malinconica cantata da Calcutta. È la città delle serate tutte le sere, dei club e dei negozi h24, delle Enjoy che trovi dappertutto e lasci dove ti pare. Quella che ti consegna il cibo a qualsiasi ora in qualsiasi luogo, la Porta Venezia multiculturale e arcobaleno di Myss Keta e la città che fa da sfondo alle vite della maggior parte degli artisti indie che ascoltiamo tutti i giorni. Milano è un grande quartiere e se non ci vivi, in fondo, non importa poi così tanto, metti le cuffie, premi play e la vedi lo stesso. 

Abbiamo chiesto ad alcuni artisti che abbiamo conosciuto in questi anni e che ascoltiamo tutti i giorni di raccontarci un locale e un drink che per loro rappresentano Milano, quella che poi ricordi quasi sempre con un cerchio alla testa e una storia da raccontare, ma che il più delle volte finisce impressa in una canzone. 

Dargen D’Amico

Ci leghiamo ai luoghi e alle persone, e poi selezioniamo le epoche nella memoria ancorandole ai drink. Sapori carichi che segnano periodi, i punti fermi. Ai tempi della lavorazione di Musica Senza Musicisti, il mio preferito era una rivisitazione del Vodka Sour ad opera di Andrea Paolini, importante barman del mitologico Honky Tonks (oggi chiuso). Recentemente con Emiliano Pepe, durante la lavorazione del nostro ultimo album ONDAGRANDA, abbiamo spesso sorseggiato Shōchū corretto con un impasto di zenzero e melograno da accompagnarsi con bocconcini di daikon fermentato. Non sono sicuro abbia un nome questa diavoleria ma è deliziosa, che io sappia nessun locale pubblico milanese la somministra al momento, però sono fiducioso. Se non stesse piovendo, andrei a controllare nella drink list della Santeria Toscana 31. Ha smesso.

dellacasa maldive

Sicuramente il luogo in cui ho trascorso la maggior parte delle serate quest’anno è stato l’Arci Ohibò perché, oltre ai concerti che fanno e che mi interessano, c’è una serata che è iniziata la scorso settembre che si chiama Discoteca Paradiso in cui ogni tanto metto i dischi. 

Il mio drink preferito invece è un Martini Cocktail fatto da Mauro al Ponkji bar, che è un posto che si trova nella conca del naviglio vicino a corso Genova — è un bar alla vecchia rimasto fermo agli anni Sessanta in cui c’è appunto Mauro, che è un ottimo barman triestino. Alla fine mi ha anche insegnato a farlo e ci sono affezionato perché è un cocktail a base gin, anzi praticamente è solo gin, che però non è pesante quanto uno shot perché è lavorato: il ghiaccio che metti nel gin è lavato con il martini extra dry che gli dà un aroma super fresco e particolare, però anche intenso, perché alla fine è solo alcol. È anche una mazzata, infatti va sorseggiato. In alternativa direi il Campari shakerato col gin del bar Basso che mi ha fatto conoscere il mio amico Paolo.

Dola

Ormai una tecnica per ricordarsi le serate è quella di fare il percorso mentale al contrario, non c’è altro modo. Quindi sono qui che dondolo sul bordo di un marciapiede di piazza Canova, con le sirene che mi lampeggiano davanti e senza documenti. Parrebbe che i carabinieri non siano particolarmente incarogniti ‘sta volta. Ci hanno visti in cinque tutti belli alticci attraversare la strada come se fossimo appena usciti dallo stadio e parlando a un volume livello molestia. Ci stanno chiedendo chi siamo, dove andiamo e dove siamo stati, personalmente è la prima volta che mi fanno la paletta a piedi. La cosa mi fa ridere e mezzo mi rende anche orgoglioso, non fosse che se ci avessero perquisiti saremmo andati tutti al gabbio. “Dove siete stati”? Qualcuno risponde a Santeria a vedere un concerto, chiaramente nessuno dice che per tornare in zona abbiamo preso una Enjoy ma ci siamo sbagliati e invece di prenderne una normale abbiamo preso il cargo, cioè il furgoncino senza sedili di dietro — c’erano due di noi davanti e tre di noi dietro stesi a terra nel cassone. Quindi ripercorrendo mentalmente cosa ho fatto quella sera, prima del posto di blocco e dell’Enjoy dicevo di Santeria, del concerto e delle birrette sparse. Ma il vero culto è come sempre il pre-serata, quando esci dallo studio e vai al bar di fronte, che tutti chiamano da Angelo, bar Milano, dove arrivi alle 19 più o meno con quella bocca che sembra fatta della stessa consistenza della spugna e vuoi assorbire qualsiasi cosa. Lì di solito prendo la Peroni. Ci sediamo sempre fuori ai tavoli sul marciapiede e facciamo caricamento serbatoio almeno fino alle 21. Nel frattempo il proprietario ci porta la pizza facendoci sentire a casa, tipo la cantina familiare dove si può stare sbracati a bere e parlare di quello che si vuole, tanto dentro ci sono la mamma e il papà che ti vogliono bene comunque. Il maresciallo ridà i documenti a tutti, tranne a me che non li avevo, mi guarda con occhio di chi pare abbia capito, ma non ha capito e ci molla. Si torna a casa, forse.

Dutch Nazari

foto di Irene Gittarelli

Premesso che io sto a Milano da poco, e sarei molto più ferrato a rispondere alla stessa domanda riferita a Torino — lì potrei fare una vera e propria guida Michelin dell’alcolismo musicistico — a Milano ci sono un paio di posti dislocati in zone diverse dove andiamo noi di Undamento, a seconda di quale sia la parte di Milano in cui ci troviamo. Uno dove andiamo abbastanza spesso è “La Buttiga” in via Paolo Sarpi, che è una birreria artigianale che spacca. Birra preferita: Polka.

Frenetik&Orang3

A livello di drink&food il Deus ex Machina ci è molto caro, perché secondo noi si beve benissimo e poi è totale perché ogni volta che fai serata a Milano il sabato sera ti vai a fare una bella colazione americana col bacon anti hangover. È un posto che mi piace perché hanno molto sotto controllo il fattore qualità, quindi si beve bene e si mangia bene, ed è molto figo il cortile. E poi accanto c’è un negozio dove vendono vestiti e moto modificate da loro. È anche intrattenimento…

La cosa figa è che magari le prime volte che ci andavo il tipo alla selezione diceva “con questi capelli e in tuta non puoi entrare.” Poi una volta entro e all’interno c’era una canzone mia quindi ho pensato “io non posso entrare però a questo punto non potete mandare neanche la mia musica.” Poi in realtà siamo diventati amicissimi quindi adesso posso arrivare anche in tuta. Là fanno un Vodka Sour On The Rocks fortissimo, che è una limonata che ne potresti bere un litro e mezzo e poi non riconosci manco tua madre. 

Giorgieness

Partendo dal presupposto che sono un po’ un orso e non sono esattamente quella che trascina le persone fuori di casa ma il contrario, in otto anni a Milano penso sicuramente al birrificio di Lambrate. Più precisamente ai gradini delle poste accanto, mio quartier generale. E nonostante io sia un’amante del Moscow Mule  — c’è anche un locale a due passi da lì che si chiama così e lì ho scoperto il cocktail — direi che al birrificio io e la Sant’Ambroeus abbiamo avuto un rapporto speciale. A pari merito c’è il Magnolia, che ho frequentato per motivi di lavoro ma anche per passione, è stato il primo locale in cui sono stata quando sono arrivata dalle valli e mi è sembrato esattamente quello che stavo cercando da Milano. Potrei raccontarne mille di storie, tutte innaffiate dal gin lemon, ma forse mi voglio un po’ troppo bene per farlo. Però una notte, seduta sul bordo della “torretta” dei fonici, dopo aver litigato con una persona, mentre suonavano i Verdena — che all’epoca ancora non capivo — credo di aver scritto “Lampadari.” Dico credo perchè ho ricordi abbastanza sbiaditi, complici anche gli anni che sono passati, ma me la sono ritrovata il giorno dopo sul diario.

Maggio

Il Lab di viale Premuda è uno dei primi bar che ho frequentato per caso per qualche mese. Ci andavo dopo lavoro con i colleghi, me l’aveva fatto conoscere un’amica. Da lì sono passate molte serate che segnavano alcune fasi della mia vita a Milano. Dal punto di lasciare il lavoro fisso al non averlo, lasciarsi percorsi alle spalle e intraprenderne di nuovi… Un drink che prendo sempre è il Moscow Mule, quando voglio prendere qualcosa di alcolico che non mi pesi troppo di gusto e di stomaco. Ho imparato ad apprezzare lo zenzero nelle bevande e soprattutto mi piace perché spesso non lo sento nemmeno alcolico. Probabilmente è una paraculata pazzesca, ma tanto non capisco niente di cocktail, quindi pazienza. 

Sacramento

Cominciamo col dire che Stefano Palumbo, il nostro bassista, è sposato e ha un figlio. Lui non esce, è la nostra monaca di Monza. Meno uno. Stefano Fileti, leader e frontman, beve coca-cola in quantità industriale e va matto per pizza e hamburger. Rimango solo io, Alessandro (Franchi ndr), il batterista. Io bevo. Quando esco mi muovo verso nord. In zona ci sono due posti che prediligo, molto vicini e pressoché antitetici. Uno è il microbirrificio La Cruda, a due passi dal Leoncavallo. Pietro, il proprietario, è un patatone super cordiale. Le sue birre sono buonissime, le produce nel suo laboratorio e se hai fame, a qualsiasi ora, si prodiga in tutti i modi per saziarti. L’altro must della zona è la Gintoneria di Davide. La sua lista conta circa centocinquanta gin tonic, tutti a 15 euro. Se scegli una delle bottiglie da 1000 euro che trovi nel porta menù che somiglia ad un album fotografico di un matrimonio, Davide ti incita a sciabolare. Tutti vanno lì per sciabolare. Fuori sono parcheggiate Ferrari e Lamborghini, infatti. Io ci vado a piedi.

Sem&Stènn

foto cortesia Color Photo

Partiamo dal presupposto che per noi Milano è Milano Sud, che da qualche mese ci ha regalato il luogo di cui non sapevamo di aver bisogno, dove trascorrere il pre-serata: il Rocket Bar. All’accoglienza c’è la black cat indie-rock Barbarella, e senza neanche aver aperto bocca Carletto, il bartender, ci mostra i suoi bicipiti mentre shakera i nostri due Artemisia — a base di vodka e zenzero. Pronti e tracannati in pochi secondi. Quando sono finiti, si inizia un giro di chupiti, sempre di vodka e zenzero. È il posto in cui puoi permetterti di andare da solo, perché incontrerai comunque amici, o te ne farai di nuovi.

Dopo aver chiuso le transenne con Barbarella si attraversa il ponte e si prosegue al Rocket fino a orario indefinito, oppure scegliamo di andare all’Ohibò.

Venerus

Al Pravda ci sono stato tante volte, e non me ne sono mai andato sobrio. È uno spot speciale nella città e, sebbene abbastanza in centro, riesce a nascondersi dal resto che lo circonda in modo romantico. Il mio drink preferito è il Vodka Martini. Ho cominciato davvero ad apprezzarlo una volta che ero in giro con Mace e Gemitaiz a Milano di notte e siamo riusciti a trovare un bar che alle 3.30 ci servisse qualcosa. Lì per la prima volta ho voluto chiedere al barista qualcosa di speciale. Da quel momento se vado in un bar dopo mezzanotte bevo solo quello.

Verano

foto di Giuseppe Palmisano

Di posti in cui bere e ritrovarsi con amici e musicisti a Milano ce ne sono vari, in alcuni si beve anche molto bene. Tra le mie passioni c’è quella per il vino e il mixology, bere bene è tendenzialmente tra le mie priorità. C’è però un solo, unico posto, che reputo il mio bar del cuore per molti motivi. Siamo in piena città studi, a pochi metri da noi c’è lo storico Bar Basso. Ma noi siamo a duecento metri dal Bar Basso, davanti alle vetrine enormi del Bar Doria. La leggenda narra che il Cavaliere, proprietario del bar, tra la fine degli anni ‘80 e i primi anni ‘90 abbia dovuto far fronte al successo del Bar Basso creando una pozione magica che tutti noi conosciamo con il nome di Bombafragola. Un cocktail di cui non si conoscono tutti gli alcolici (saranno alcolici? sarà Lsd?), ma che ha lo speciale potere di buttarti fuori orbita, in una condizione psicofisica che definirei solo SPACE. Il bar è tappezzato di foto del Cavaliere negli studi Fininvest (oggi Mediaset) intento a preparare il cocktail a un Mike Bongiorno o un Alberto Castagna. Al Bombafragola ho dedicato un brano, che reputo speciale per molti motivi. Nasce da una serata potenzialmente innocua ma che ha preso pieghe inaspettate, trascorsa proprio in questo bar. Avevo la sala prove lì vicino, spesso dopo le prove ci si beveva una cosa. Quel martedì arriva un tipo alto, con un gessato bianco a righe beige, il mocasso e la camicia col colletto con le punte lunghe lunghe. Si siede al nostro tavolo senza chiedere e mi dice “PIACERE M. LAMBO”. Parla tutto il tempo di soldi e affari ma soprattutto parla della sua Lambo: 196 mila euro, mi piace pensare che la usi solo il martedì per andare al Doria. A fine serata  dico: “Beh se sei un commercialista insegnami a ottimizzare costi e tasse.” Lui guarda dritto me e la persona con cui sto e sbrocca in un “Le tasse non si evadono, si eludono”. Lancia al mio compagno di avventure le chiavi della Lambo e dice “Fate un giro, poveri.” Sipario.

Il Doria si trova in via Plinio 50, se andate trovate al banco Maurizio. Ditegli che vi mando io.

* * *

in copertina foto di Elena Buzzo

Questo articolo è apparso per la prima volta sul nostro primo numero di carta, ANTIFOOD.
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