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Cosa ne facciamo di questa storia del Salone del Libro e degli editori neofascisti

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Siamo arrivati a questo punto perché non si è fatto abbastanza per proteggere i luoghi della cultura dalle infiltrazioni neofasciste. Per questo ora servono reazioni radicali.

Un caso scoppiato giovedì scorso ha causato un effetto valanga che ha portato al centro dell’attenzione Altaforte, un editore vicino a CasaPound che ha appena pubblicato Io sono Matteo Salvini. Intervista allo specchio.  Altaforte esporrà al Salone del libro di Torino il suo catalogo, farcito di libri suprematisti bianchi con titoli come White guilt: il razzismo contro i bianchi al tempo della società multietnica. La partecipazione di una casa editrice dichiaratamente fascista  è stata percepita come un’emergenza, ma gli intellettuali e gli autori di sinistra non hanno saputo presentarsi in un fronte compatto, generando un meccanismo tossico che ha scosso internet per tutta la giornata di ieri.

In questi giorni si sono formate due principali linee di reazione tra la comunità antifascista: quella del boicottaggio e quella della partecipazione critica — della partecipazione arrabbiata, si potrebbe dire. Che sono poi le due direzioni in cui l’antifascismo italiano e internazionale si è sempre mosso, spesso dividendosi.

Tra i principali esponenti della prima linea c’è il collettivo Wu Ming, tra gli autori più noti in Italia, molto attivo nella denuncia e nel contrasto all’attività neofascista. In un post sul loro blog Giap, hanno spiegato le ragioni del proprio ritiro dal Salone:

Va sempre ricordato che, coi loro atti, i fascisti non parlano a noi, ma al loro mondo, e quel che diranno sarà: «Visto? Loro fanno le loro chiacchiere buoniste e antifasciste, ma intanto noi siamo qui, col nostro business e i nostri segni identitari, e nessuno ci ha fermati. Nemmeno con la storia di Viterbo ancora calda ci hanno fermati. Mentre gli altri parlano, noi andiamo avanti. Metro dopo metro.» 

Noi riteniamo che i fascisti vadano fermati e, metro dopo metro, ricacciati indietro.

In seguito hanno annunciato la loro assenza al festival di Torino anche Carlo Ginzburg, Zerocalcare, la presidente nazionale dell’ANPI Carla Nespolo, e People, la nuova casa editrice fondata da Civati, Catone e Foti.

La seconda posizione invece è stata espressa in un post su Facebook da Michela Murgia, raccolto poi da molti altri autori e editori di sinistra che vogliono comunque partecipare al Salone. Murgia sottolinea, in un commento al proprio post, che “la scelta di Wu Ming è legittima, la scelta di chi andrà per le ragioni che ho esposto non lo è da meno. Fare a gara a chi è più antifascista è un ottimo modo per perdere di vista l’obiettivo: il fascismo.” Ed è esattamente così: la differenza tra le due posizioni, infatti, non è tra “chi è più antifascista,” ma su quale delle due strategie sia più efficace.

Mentre il fronte antifascista si spaccava per scegliere quale fosse, questa strategia più efficace, Francesco Polacchi, responsabile di Altaforte, dichiarava a Radio 24: “Sono un militante di Casa Pound, anzi il coordinatore regionale della Lombardia. E sono fascista, sì. Lo dico senza problemi.”

Serve veramente a poco valutare chi abbia ragione, o peggio, come si è fatto durante tutta la giornata di ieri, chi sia più “antifascista.” Quello di cui invece serve parlare è come si è arrivati fino a qui, cosa ci fanno i neofascisti al Salone del libro, e cosa si può fare per mandarli via — o per impedire che ci siano l’anno prossimo, impresa davvero difficile considerata l’avanzata uniforme dei loro alleati in tutti i luoghi di potere del paese.

La posizione compromessa del Salone nei confronti del neofascismo non è una novità, peraltro. Come sottolineato da Raimo nel proprio comunicato, la fiera ha precedentemente ospitato le Edizioni di Ar di Franco Freda. Edizioni di Ar ha pubblicato molti volumi che era assolutamente fondamentale avere al Salone del Libro, come il Mein Kampf e Auschwitz: fine di una leggenda, volume revisionista di Carlo Mattogno. Insomma, la presenza di Altaforte non è un exploit di questa edizione, ma è frutto — esattamente come la normalizzazione del fascismo in tutto il discorso pubblico nel paese — di una progressiva ritirata ideologica da parte delle altre forze, che per comodità economica e probabilmente sottovalutandone la pericolosità archiviavano esperienze neofasciste come qualcosa di poco più che folkloristico. Purtroppo, avevano torto.

Che fare a questo punto?

Che si vada al Salone portandosi in borsa i propri libri antifascisti preferiti ai fascisti non interessa. Quello che è necessario, al contrario, è danneggiare in modo diretto chi pensa di poter servire l’estrema destra, ora al potere, mascherandosi dietro un evento comunque “progressista,” illuminato, o peggio, super partes.

Cancellare le proprie presentazioni al Salone del libro è l’unica forma di resistenza in casi come questo, perché mette in difficoltà gli organizzatori, e attivamente non fa andare la gente che sarebbe venuta a un determinato evento. Il problema non è quale sia la “risposta culturalmente piú efficace,” come sostiene Michela Murgia, ma quella che fa capire al Salone che un altro incidente come quello di quest’anno non può ripetersi.

Si può obiettare che il più illustre esempio di boicottaggio al fascismo in Italia è fallito miseramente: la secessione dell’Aventino, nel 1924. In quell’occasione i parlamentari non fascisti, per protestare contro il delitto Matteotti, decisero di riunirsi in una sede separata dai parlamentari fascisti, in quel momento al governo. L’azione, però, si rivelò inefficace: dopo pochi mesi la dittatura fascista divenne effettiva e la Camera ridotta al silenzio.

A questa obiezione va data una risposta chiara, però: la situazione è naturalmente molto diversa. Nel 1924 Mussolini era al governo del paese da ormai due anni, e i fascisti si trovavano in una posizione di forza. Era, insomma, troppo tardi: il boicottaggio non era più un’arma potenzialmente vincente. Oggi invece l’estrema destra italiana è in una fase precedente a quella in cui era nel 1924: più embrionale, infiltrata in parlamento, ma non presenta una minaccia paramilitare. La sua ideologia può essere ancora soffocata.

Andare al Salone e organizzare eventi “antifascisti” è un buon modo per andare al Salone lo stesso, ma il risultato, vero, economico, è che la gente andrà al Salone, pagherà e comprerà. Ovvero, l’aver ospitato un editore vicino a CasaPound non avrà causato nessun danno all’organizzatore dell’evento. Questa è la differenza fondamentale tra andare o non andare, non chi sia più “antifa” — ma l’azione di chi, effettivamente, crea un problema, o un danno, nei confronti di chi ha accettato di compromettersi con i fascisti.

È difficile parlare di “boicottare” il Salone del libro, storicamente uno dei rari eventi culturali di grande profilo nazionale, che ha forte presa sul pubblico e anche sulle scuole. Ma proprio per questa sua natura popolare, oltre che per il proprio valore culturale, è necessario che la pressione politica e sociale attorno agli organizzatori sia più alta. Per questo il boicottaggio può essere un’arma importante per ricordare a tutto il paese — soprattutto alla comunità intellettuale italiana, a cui piace sentirsi superiore a molti concittadini — che il fascismo è innanzitutto un crimine da prevenire.

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copertina da foto di Rinina25 e Twice25, via Wikimedia Commons

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