Il governo va attaccato sul cattofascismo

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in copertina foto di Elena Buzzo

Lo scontro tra i feti di gomma del Congresso delle famiglie e l’internazionale transfemminista di Non Una di Meno deve essere un modello per costruire una nuova sinistra non centrista ma con ambizioni maggioritarie.

Dopo la sconfitta dello scorso marzo — dura per il Pd, sì, ma anche per le forze alla sua sinistra, che silenziosamente speravano in risultati molto superiori — la sinistra italiana si è cacciata in un tunnel tossico da cui sarà difficilissimo uscire: l’idea di essere “dalla parte giusta,” ma di essere minoritari.

Si è trattato di una lettura forse inevitabile dopo il voto, ma largamente influenzata soprattutto da esperienze empiriche: i casi di violenza contro gli stranieri, i costanti luoghi comuni xenofobi sentiti in metro e al bar, le orde di troll online agitate da Salvini hanno creato un clima in cui non c’era spazio nemmeno per lo sconfittismo. È rimasto solo lo spirito di sopravvivenza — ma solo quello delle personalità politiche stesse.

Dopo aver tenuto le primarie troppo in ritardo, da cui però era emersa almeno una scintilla di speranza, il Partito democratico si sta di nuovo perdendo in quelli che è difficile non considerare come dettagli di implementazione — quanti mm servono sul simbolo a Calenda per non farci rompere i coglioni? Il badge di Democratici & Socialisti lo mettiamo o ci vergogniamo troppo di quella parola?

Il 3 marzo, dopo la gigantesca manifestazione di Milano contro il governo — ci eravamo contati in 200 mila — avevamo titolato che quella era la piazza senza partito. Nel mese successivo il centrosinistra non ha fatto molto per rinsaldare il proprio rapporto con quella piazza. “La piazza,” invece, è andata molto avanti.

La resistenza transfemminista di Non Una di Meno a Verona è da questo punto di vista un modello impagabile, che non va solo visto come bacino elettorale ma come modus operandi. Si tratta di un vero e proprio esempio su come presentarsi come forza radicale, drasticamente diversa e incapace di compromessi con la destra, senza per questo tradursi in battaglie di sola rappresentanza.

La lezione di Verona è che, malgrado il maquillage blu della Lega e l’istituzionalizzazione del Movimento 5 Stelle, nel governo sono presenti fortissime pulsioni rispettivamente retrograde e contro lo stato e i suoi diritti, e che queste pulsioni non sono evidenti solo agli addetti ai lavori — ma possono essere usate per smascherare i veri intenti della coalizione.

Per questo il centrosinistra deve ambire al modello Non Una di Meno. Perché è necessario, nell’ordine:

  • Spingere gli estremisti di destra a smascherarsi da soli, costringendoli in posti dove vengono distribuiti feti di plastica, a scusarsi implicitamente — come quando Salvini dice che toccare divorzio e aborto sia “fuori discussione;”
  • Avere la forza ideologica di contrapporsi a queste forze con proposte chiare, tangibili e che possano ambire ad essere maggioritarie, e non con lo spirito di trovare un compromesso moderato o centrista.

Quando Salvini dice che “il divorzio non si discute,” in realtà, mente sfacciatamente — perché mettere in discussione il diritto a divorziare è proprio quello che il suo governo sta cercando di fare. Per questo una forza centrista non è equipaggiata a affrontare queste sfide: perché il suo spirito è naturalmente quello del compromesso, e funziona soltanto quando c’è un intento condiviso da entrambe le parti del dibattito.

Contro l’assedio dei nuovi estremisti serve l’esatto opposto: una forza di sinistra che difenda quanto c’è di forte ma che al contempo sappia esporsi in nuove proposte costruttive.

Centinaia di persone sono morte nel mar Mediterraneo mentre governi “moderati” cercavano di saziare con compromessi osceni la domanda xenofoba creata dalla propaganda dell’estrema destra. Oggi, esattamente lo stesso blocco sta cercando di fare la stessa cosa — costruire una piattaforma politica avanguardistica che normalizzi idee estremiste, mentre forze di governo — questa volta, in Italia, alleate — lavorano per l’erosione di diritti che si mira a distruggere.

I tentennamenti di Salvini e la freddezza di Di Maio dimostrano che le forze di governo sanno che questo in particolare è un fronte ostico, su cui non si può — ancora — schierare come apertamente allineati con l’estrema destra internazionale che collega Washington e Mosca. Questi tentennamenti non sono sconfitte da celebrare, ma sono importanti segnali che una buona opposizione dovrebbe saper leggere per attaccare le forze di governo e costringerle a giustificare le proprie posizioni retrograde. Solo così si può smascherarli per quello che sono, e mostrare anche a tanti dei loro elettori che oltre alle boutade fascistoidi che gli mancavano c’è anche il mostro fascista, quello vero, quello che è sempre lo stesso, e che come sempre è nemico di tutti e non solo del capro espiatorio della decade.

Non ha senso contrastare queste forze accettando compromessi — insomma, quanto bisogna “garantire la bigenitorialità?” Si può fare solo un po’? È una via che porta solo all’ulteriore erosione non solo di quel singolo diritto, ma, col tempo, di tutti gli altri — sociali e civili. La battaglia contro Pillon è la stessa per i diritti dei lavoratori, ed è la stessa contro la xenofobia. E nessuno di questi fronti può essere lasciato in mano a figure che non sappiano presentarsi come diametralmente opposte ai fascisti e agli oscurantisti.

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