Da Pussycat Doll a Native American Ambassador per Trump, Kaya Jones è passata dall’avere un ruolo marginale nella musica all’avere un ruolo marginale – ma molto più esposto – nella politica americana.

Il video di Don’t Cha, uscito nel 2005, si apre con lo sparo di due Dune Buggy sul Los Angeles River in secca. Kaya Jones aveva già abbandonato le Pussycat Dolls – una delle band femminili di maggior successo nella storia con più di 54 milioni di dischi venduti nel mondo – facendo appena in tempo a registrare i cori di “PCD”, il disco di debutto del gruppo pubblicato proprio quell’anno. La cantante pregustava l’inizio della carriera solista, ancora, forse, non immaginava l’ascesa tra le sostenitrici più agguerrite di Trump.

Il riferimento alle Pussycat Dolls, oggi, a quasi quindici anni dall’abbandono del gruppo, è ancora presente nei sottopancia televisivi ma è solo terzultimo nella lista di epiteti con cui la cantante si presenta su Twitter. Viene dopo “Christian” e non la spunta nemmeno con “Commentator.”

L’ascesa in politica di Kaya Jones è recente. Arriva nel 2017 dopo le accuse di abusi – mai accertati – a Robin Antin (la coreografa delle Pussycat Dolls) a cui segue l’ingresso nella National Diversity Coalition for Trump. All’epoca probabilmente ha inizio anche la produzione patologica di tweet – ad oggi poco meno di 60000 – e la trasformazione del proprio profilo in un pesce pilota che da quel momento accompagna tutti i giorni l’account Twitter del presidente americano, diffondendone proclami, battaglie politiche e slogan sovranisti.

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Se la carriera solista è stata una parentesi artistica secondaria, commercialmente deludente e appannata dal successo mondiale delle Pussycat Dolls – anche loro frutto dell’estro geniale di Jimmy Iovine – quella politica sembra stia regalando alla cantante una seconda vetrina da cui esibire il proprio ego. Oggi Kaya Jones critica aspramente la cerimonia degli Oscar e firma articoli denunciando l’ipocrisia di Hollywood, colpevole a suo dire di schierarsi contro la costruzione del muro al confine col Messico e allo stesso tempo di aver ospitato il caso di molestie più grave nella storia dell’industria cinematografica. È un’antiabortista di ferro, invita puntualmente le celebrità che hanno votato Donald Trump a uscire allo scoperto e condivide sui social rivendicazioni cariche di emoticon di successi inconsistenti, come i 500 giorni di presidenza Trump in cui la Corea del Nord non avrebbe sparato missili – proprio recentemente Kim Yong-un sembra aver annunciato l’ennesimo lancio di un missile intercontinentale.

Jones sostiene apertamente che gli uomini si stiano trasformando in donne, e viceversa. La speranza, il non detto, è che si rispolveri in fretta la mascolinità di un John Wayne e i ragazzi comincino a indossare con orgoglio speroni e fondine provando a ricalcare le gesta di un personaggio da spaghetti-western:

Non è difficile trovarla ospite a Fox News o notarla sui social mentre loda le proprietà idratanti di un’acqua vitaminica. Kaya Jones onora la Conservative Political Action Conference abbozzando una versione cheap dell’inno nazionale americano. Poi festeggia l’8 marzo pubblicando una foto che ritrae Trump circondato dalle cinquanta miss americane seguita da un paio di suoi scatti in bikini. Dimostrando ancora una volta di padroneggiare bene la retorica MRA, Jones sostiene che negli ultimi tempi le donne si stiano incattivendo spargendo hating e prendendosela sempre più spesso con gli uomini. Sempre su Twitter rivendica con orgoglio la propria appartenenza alla minoranza dei nativi americani (Apache), sbeffeggia Bernie Sanders cercando il quarto d’ora di celebrità in un botta e risposta sulla crisi in Venezuela mai decollato, si mostra allibita di fronte ai cartelli gender-neutral affissi sui bagni e confessa in un afflato riflessivo-paranoico di sentirsi una donna eterosessuale a cui piacciono gli uomini, ma anche una razza in via di estinzione.

Non c’è traccia di apertura mentale. Kaya Jones è la matrice patinata – da copertina – di una politica che in Italia è ferma all’elogio via social della polenta o all’esibizione di una felpa sgualcita con il nome di un capoluogo di provincia. Giovane e già gonfia di retorica di destra, sul fronte social è una Rita Pavone che non ha imboccato la strada del buongiornismo. La vedremmo bene tra gli ospiti del poco auspicabile circo sovranista in cui potrebbe trasformarsi il nuovo Festival di Sanremo gialloverde – sempre che il governo tenga.

Ma francamente avremmo preferito rimanesse confinata nel sottobosco musicale, arenata tra le seconde file dell’industria del pop.

Come unica conseguenza spiacevole avremmo assistito alla produzione di un numero maggiore di singoli impalbabili come Tonight, l’ultimo brano pubblicato dalla cantante nel 2018. A poco è servita l’uscita di un remix, la canzone ad oggi ha raccolto meno di 1000 ascolti su Spotify.

Esaurita la vena artistica — mai emersa nella sua breve esperienza con le Pussycat Dolls e probabilmente mai realmente esistita – ecco spiegata, forse, l’improvvisa infatuazione della cantante per la politica.

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