in copertina: Minniti che vigila anche su se stesso

Come ci si può opporre alle politiche “securitarie” del governo Conte guidati dall’autore delle norme che hanno fatto da apripista all’attuale deriva razzista?

Marco Minniti in realtà non si chiama Marco, ma Domenico. Fin da piccolissimo però è stato chiamato così anche dai suoi genitori, in onore di un vicino di casa. Ce lo ha raccontato lo scorso settembre, quando siamo andati ad assistere alla sua conversazione con il centrosinistra meneghino alla Festa dell’unità di Milano.

Nello scorso anno e mezzo ci siamo occupati spesso di Minniti: esattamente dall’8 dicembre 2016, giorno in cui il glaciale senatore calabrese è diventato ministro dell’interno per il governo Gentiloni, imponendosi fin da subito come figura centrale di quell’esecutivo grazie a una politica ultra-securitaria e ostile verso i migranti. Ieri, Minniti si è candidato alla segreteria del Partito democratico.

La sua candidatura era nell’aria: a inizio ottobre, 500 sindaci democratici avevano sottoscritto una lettera in cui dichiaravano che “serve una candidatura forte e autorevole,” identificata appunto in Minniti. I renziani hanno tirato un sospiro di sollievo, vedendo nell’ex ministro dell’Interno una candidatura forte da cavalcare contro quella del governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, a cui sono ostili.

Minniti ha dichiarato di non essere renziano. Nonostante ciò, la dinamica tra i due è evidente: settimana scorsa, l’ex ministrissimo è salito sul palco con Renzi e il sindaco di Firenze, Dario Nardella, altro democratico noto per le sue posizioni securitarie e controverse, per presentare il suo libro: Sicurezza è libertà — un titolo che farebbe alzare un sopracciglio, se non facesse accapponare la pelle.

Le chances di vittoria di Minniti sono più che rilevanti. Il congresso del partito è fissato — anzi, non è ancora fissato — per un periodo indefinito compreso “tra febbraio e marzo”: un lasso di tempo durante il quale, vista la situazione estremamente frammentaria del partito, può succedere di tutto. Oggi, 19 novembre, le candidature a segretario sono 8, e ne sono possibili delle altre — ad esempio, non è ancora ben chiaro se il segretario uscente Martina si candiderà oppure no.

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La sua vittoria sarebbe pericolosa non solo per il partito, ma per il paese intero.

Abbiamo avuto l’opportunità di vedere in azione Marco Minniti come ministro dell’Interno e ascoltare le sue dichiarazioni in merito al governo Salvini, facendoci un’idea piuttosto chiara del suo pensiero: il compito fondamentale del governo è affrontare in modo energico e visibile le paure dei cittadini, per rassicurarli e impedire loro che le suddette paure prendano il sopravvento su di loro e sul paese. Per raggiungere questo scopo, il governo deve dimostrarsi forte e inflessibile nei suoi modi e nei suoi obiettivi.

Nonostante l’ex ministro abbia più volte a far passare questo ragionamento come “di sinistra,” una sorta di premessa dalla quale le altre politiche dell’area non possono prescindere, ha semplicemente torto.

Il ragionamento è fallace perché non tiene conto di una premessa: è la destra stessa a creare la paura — che in questo caso è del diverso, in particolare del migrante africano, ma che può essere di volta in volta davvero chiunque — e a usarla come strumento per accrescere e consolidare il proprio potere, sia mediatico che politico, su una comunità. Per smontare questo impianto ideologico non bisogna provare a competere con il suo inventore, cercando di risolverlo meglio e più in fretta: bisogna dire forte e chiaro che si tratta di una linea di pensiero priva di fondamento.

Diamo uno sguardo a tutto ciò che Minniti ha fatto per soddisfare questa sua proposta politica:

  • il decreto Minniti-Orlando, precedente diretto del decreto “sicurezza” dell’attuale ministro Salvini, che prevedeva l’eliminazione di un grado di giudizio per le richieste di protezione internazionale, l’ampliamento della rete dei Cie, sotto il nuovo nome di Centri di permanenza per il rimpatrio; la promozione di lavori socialmente utili per i rifugiati in favore delle comunità locali, “su base volontaria” — cioè lavoro non pagato.
  • la definitiva colpevolizzazione delle ONG, che sotto il ministero di Minniti è diventata aperta criminalizzazione, in una delle campagne d’odio più infondate e premeditate della storia repubblicana;
  • l’inizio della persecuzione contro Mimmo Lucano, che è sì stato arrestato lo scorso mese, ma la cui messa nel mirino — pretestuosa e criminale — da parte dello stato risale proprio a quando il Viminale era occupato dal candidato segretario democratico.

Si potrebbe continuare. Cosa potrebbe fare al partito e al paese Minniti se venisse eletto segretario del Pd?

Minniti, quando parla in pubblico, ama fare frequenti riferimenti alla provenienza da una cultura di sinistra che affonda le radici nel Partito comunista italiano — ma ama anche raccontare di come, in quanto sottosegretario alla presidenza del Consiglio, avesse trovato in un ufficio la scrivania di Mussolini. Dalla fusione chimerica tra queste due culture nasce il Minniti-pensiero: che esaspera, ad esempio, il centralismo democratico — ovvero l’obbedienza indiscussa alla linea ufficiale del partito, per cui anche se non si è d’accordo non bisogna sgarrare, per il bene superiore. Un atteggiamento utile, ma che se portato alle estreme conseguenze può avere effetti distruttivi su un’intera area politica.

Questo modo di vedere le cose, per Minniti, include anche una grossa misura di opportunismo politico: che include l’essere spietati con i disperati che tentano di sbarcare sulle nostre coste, se il bene superiore lo richiede. L’ideale di Minniti, a quanto emerge da ciò che dice e che fa, è fondere la struttura autoritaria del vecchio Pci con i contenuti della destra italiana degli ultimi venticinque anni.

È bastato un anno di suo ministero per spostare drammaticamente a destra l’opinione pubblica italiana, aprendo il campo a politiche e discorsi ancora più estremisti da parte di soggetti come Matteo Salvini — ma soprattutto, sdoganando definitivamente la politica d’odio anche nell’ambito del centrosinistra. Una sua segreteria di partito sarebbe catastrofica perché cementerebbe questi discorsi in modo definitivo, rendendoli parte integrante delle fondamenta di tutto il nostro sistema politico: una premessa da cui tutti i partiti dovrebbero partire, un po’ come il pareggio di bilancio in Costituzione. Per questo motivo, anche per chi non è un elettore del Pd o addirittura gli è apertamente ostile, è importante alzare la voce per sperare e fare in modo che Minniti non diventi segretario del Partito democratico.


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