in copertina, foto CC Hiruka

Gli elementi della legge che rischiano l’incostituzionalità restano, il governo non ha fatto niente per risolvere le evidenti incompatibilità con la Carta.

“Più la legge è una porcata, più in fretta si mette la fiducia per approvarla e quindi toglierla rapidamente dalle mani del Parlamento,” ha dichiarato il ministro alla Giustizia Alfonso Bonafede. Quando? Un po’ di tempo fa: stava commentando la fiducia posta dal governo Gentiloni sulla riforma del processo penale. Bonafede non era ancora ministro, e il mondo era parecchio piú semplice. Oggi al Senato, con la prima fiducia del governo Conte, è passato il dl “Sicurezza,” un minestrone di norme retrograde sull’immigrazione con cui Salvini promette piú sicurezza “anche per i migranti per bene.”

Il decreto, che ora attende il voto della Camera, prevede tra le altre cose:

  • Cancellazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, sostituito da un labirinto di altre “protezioni,” tutte più brevi, e tutte assurdamente illogiche — come la protezione per sei mesi in caso di calamità naturali.
  • Raddoppiamento della durata massima del trattenimento nei centri di permanenza, fino a 180 giorni.
  • Costituzione di un fondo rimpatri, da mezzo miliardo di euro.
  • Diniego della protezione internazionale in caso di condanne definitive, descritto in un articolo — il 7 — che gronda razzismo mascherato da “reati di particolare allarme sociale.”
  • Adozione di una lista di paesi “sicuri,” per rifiutare d’ufficio le domande d’asilo da chi vi proviene.
  • Revoca delle protezioni per i rifugiati che rientrani “senza gravi e comprovati motivi” nel paese d’origine.
  • “Snellimento” degli SPRAR, aperti ora solo a titolari di protezioni internazionale o ai minori non accompagnati.
  • Revoca della cittadinanza italiana per i colpevoli di reati “con finalità di terrorismo.”
  • Stretta sul noleggio di automobili, per evitare episodi di car jihad, una situazione emergenziale in Italia, dopo i zero attentati degli scorsi anni.
  • Reintroduzione del reato di blocco stradale, compreso l’ingombro dei binari.

Che cosa tutto questo abbia a che fare con la sicurezza dei cittadini, non è chiaro.

Malgrado la fiducia, gli elementi della legge che rischiano l’incostituzionalità restano, e il governo non ha fatto niente per risolvere le evidenti incompatibilità con l’articolo 3 e l’articolo 10 della Carta.

Il dl “sicurezza” fa esattamente l’opposto di quello che vorrebbe far credere il nome ipocrita che ci ha stampato sopra il governo. Che il Movimento 5 Stelle lo ingoiasse era ovvio, essendo ogni giorno più chiaro che si tratta di un partito disperato, che esiste solo in funzione dell’occupazione di posti di potere.

Per Luigi Di Maio si tratta di una sconfitta morale due volte piú grave, perché, approvandolo, il Ministro del Lavoro sbarra a migliaia di persone l’accesso al mercato del lavoro italiano: e il lavoro regolamentato è una vera, stretta necessità per contrastare le forme piú viziose di caporalato. (Ma non è la prima volta.)

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Alla fine qualche defezione dal fronte di Casaleggio, però, c’è stata — sono almeno tre i parlamentari “dissidenti,” Gregorio De Falco, Paola Nugnes e Elena Fattori, ma sono mancati anche i voti di Virginia La Mura e Matteo Montero.

Tuttavia, non è detto che la fiducia sia stata del tutto invisa al Movimento: in questo modo si è spezzato l’asse delle destre, che hanno confermato il proprio supporto alla legge ma si sono rifiutate, logicamente, di votare la fiducia al governo. Forse qualche spin doctor del Movimento 5 Stelle ha valutato che fosse piú facile far digerire alla propria base un voto di fiducia su un decreto di cui i piú si sono già dimenticati il contenuto, piuttosto che un voto allineato a FI e FdI.

Ma è proprio in questo contesto che il rapporto “contrattuale” tra i due partiti di governo va in cancrena, trasformando quello che i due leader cercano di spacciare come una collaborazione “sommaria” — proprio nel senso di fare l’addizione — in un rapporto gangsteristico, non di do ut des ma di ricatti incrociati.

Il Movimento 5 Stelle concede il voto sul dl “sicurezza,” e in cambio riceve una generica promessa da Salvini di supporto alla propria millantata “riforma della prescrizione,” malgrado il convinto stop della ministra della Pubblica Amministrazione Bongiorno.

È difficile non vedere la mossa sulla prescrizione come una forma di ricatto verso l’alleato di governo, che ha finora saputo giocare le proprie carte in modo tatticamente superiore ai 5 Stelle.

Salvini ha cercato di apparire quanto più possibile cordiale con l’alleato, dichiarando di nuovo che “La Lega è nata per combattere corrotti e corruttori” (lol.) Ed è difficile non vedere nell’improvvisa smania di approvare la riforma della prescrizione un’ulteriore tinta di disperazione per un partito alla disperata ricerca di risultati.

(A parte: chissà cosa ne pensa della riforma l’adorato ministro Savona, per il quale a momenti non si faceva il governo, il cui processo per aggiotaggio andò in prescrizione nell’ottobre 2010.)

Questa disperazione, però, ha un costo umano. Dall’introduzione del meccanismo di espulsione nel 1990 con la legge Martelli, passando per le leggi Turco–Napolitano e Bossi–Fini, e il decreto Orlando–Minniti, l’Italia continua a circondarsi di sempre più alte mura di burocrazia — burocrazia sempre più distaccata dalla realtà, e che quindi non può fare altro che generare ulteriore illegalità.


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