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“Temer e Bolsonaro hanno avviato una guerra tra poveri speculando sulla paura e il disagio della classe media,” ci spiega Rafael Valim, giurista e membro dello staff di avvocati dell’ex presidente Lula.

“Quello che sta vivendo il Brasile è un momento estremamente drammatico, in cui la nostra democrazia è costretta sotto la tutela del potere giudiziario e delle forze armate.” Sono queste le parole usate per descrivere l’attuale situazione del paese del Sud America da Rafael Valim, docente di diritto amministrativo presso la Pontificia Università Cattolica di San Paolo e membro dello staff di avvocati dell’ex presdiente Luiz Inàcio Lula da Silva, leader del Partito dei Lavoratori (Partido dos Trabalhadores) attualmente detenuto per una condanna penale e, dunque, impossibilitato a partecipare all’attività politica del paese.

Domenica 7 ottobre i brasiliani hanno espresso il loro voto e, con il 46% dei consensi, il candidato di estrema destra Jair Bolsonaro ha sfiorato la vittoria al primo turno. Non avendo superato il 50% dovrà scontrarsi al ballottaggio col candidato del Partito dei Lavoratori scelto per sostituire Lula, Fernando Haddad, che ha collezionato un non gratificante 27%.

“Queste elezioni sono il risultato di una politica reazionaria e autoritaria che da anni ormai avvelena la vita del Brasile”

“Queste elezioni sono il risultato di una politica reazionaria e autoritaria che da anni ormai avvelena la vita del Brasile,” spiega Valim. “Lula, così come Dilma Rousseff, è uno dei principali bersagli della spietata repressione neoliberista volta a controllare la democrazia per favorire i mercati, veri dominatori della nostra era. Il governo del golpista Michel Temer, che ha destituito Dilma nel maggio 2016 tramite un processo per corruzione che presenta più ombre che luci, ha subito messo in evidenza le caratteristiche di una politica votata all’autoritarismo e al militarismo che ha come cavalli di battaglia la liberalizzazione delle armi e la discriminazione delle donne e delle minoranze.”

Rafael Valim. Foto via.
Rafael Valim. Foto via.

Secondo il giurista di San Paolo, il Brasile sta attraversando un costante stato d’eccezione, condizione giuridica volta a garantire un accentramento dei poteri nelle mani del governo in un momento di particolare instabilità o di guerra. “Lo stato d’eccezione è uno strumento di controllo sociale e politico usato contro le minoranze per aggirare la costituzione federale e le normative di tutela dei diritti umani,” continua l’avvocato. “Per quanto riguarda Lula, ad esempio, la giurisprudenza è stata modificata ad hoc per fare in modo che i tempi della sua detenzione si allungassero il più possibile e che lui non venisse giudicato prima delle elezioni. Perfino il comitato per i diritti umani dell’Onu, dopo le opportune indagini, ha chiesto che fosse riconosciuto a Lula il diritto di correre alle elezioni. La configurazione del potere politico come stato d’eccezione è una struttura giurisdizionale riconosciuta nonostante rappresenti una tragedia sociale ed economica. Dal 2015, infatti, è cresciuto il tasso di mortalità infantile e sono dilagate disoccupazione e miseria.”

 “Lo stato d’eccezione è uno strumento di controllo sociale e politico usato contro le minoranze per aggirare la costituzione federale e le normative di tutela dei diritti umani”

Come se non bastasse, la repressione del pensiero dissidente e la persecuzione della critica sembrano essere all’ordine del giorno. A questo proposito, Valim fa riferimento a un episodio che ha visto come protagonista un docente universitario perseguitato e vessato per aver istituito un corso specifico sul golpe del 2016, che poi si è diffuso tra le università pubbliche di tutto il Brasile. “Gli accademici che si espongono con posizioni anche vagamente contro il sistema vengono discriminati e, purtroppo, rischiano anche di essere incarcerati e torturati.”

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Tuttavia, l’arma più potente che l’attuale governo sta adoperando per esercitare il suo potere coercitivo, e per distruggere fisicamente e ideologicamente personaggi di spicco come Lula, sembra essere proprio il diritto. “L’uso mascherato della giurisprudenza e della codicistica risulta essere un mezzo intelligente e letale con il quale aizzare il ceto medio contro gli oppositori politici. I processi contro gli ex presidenti, per esempio, vertono entrambi su accuse di corruzione che non hanno un minimo di fondamento, almeno per quanto riguarda Lula, ma che hanno prodotto una notevole eco mediatica e che hanno messo radici profonde nell’opinione pubblica. D’altronde è quasi impossibile decostruire un discorso che fa breccia nell’avversione che tutti i cittadini comuni hanno per la corruzione e i corrotti, soprattutto in un paese che da decenni vive da vicino scandali legati alla sua compagnia petrolifera di bandiera, la Petrobras. Oggi più che mai la lotta alla corruzione è stata strumentalizzata dall’amministrazione Temer contro il leader del Partito dei Lavoratori.”

Una manifestazione in supporto di Lula, 15 agosto 2018. Foto via Twitter
Una manifestazione in supporto di Lula, 15 agosto 2018. Foto via Twitter

Anche parlando del processo elettorale vengono a galla aspetti che farebbero sballare qualsiasi indicatore di democraticità. “La campagna elettorale della destra, e dell’ala estremista di Bolsonaro in particolare, si è basata soprattutto su fake news e su un tipo di moralismo particolarmente subdolo e ipocrita,” spiega l’accademico. “Lula è stato accostato a Maduro e identificato, quindi, con un’estrema sinistra elitaria che sta provocando danni in altri paesi del Sud America. L’oligarchia militarista ha usato il ceto medio per diffondere un pericoloso senso di avversione nei confronti del Partito dei Lavoratori e dei valori che esso incarna da sempre, scatenando una violenta ondata di discriminazione verso le minoranze etniche e sociali. Temer e Bolsonaro hanno, di fatto, avviato una guerra tra poveri speculando sulla paura e il disagio della classe media.”

Non è tutto: anche le modalità di voto stanno destando più di un sospetto negli osservatori internazionali presenti in Brasile durante questa delicata fase di transizione. “Le accuse di brogli elettorali ce le aspettavamo,” racconta Valim. “Inoltre, secondo alcuni, la registrazione biometrica necessaria per accedere al voto ha impedito a un sacco di persone appartenenti ai ceti meno abbienti di esprimere la propria preferenza.”

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L’instabilità politica del più grande stato dell’America Latina rischia di fare la fortuna dei populismi e dell’autoritarismo oligarchico securitario. “Il neoliberismo sta gettando il Brasile nel caos proprio quando la nostra economia sembrava andare nella giusta direzione,” conclude l’avvocato di San Paolo. “Ed è molto probabile che la sinistra non trovi un accordo per affrontare compatta il secondo turno elettorale. Molti accusano il Partito dei Lavoratori di non volersi coalizzare per poter mantenere un certo livello di egemonia nel panorama politico, ma questo è difficile da stabilire. Credo però che, con la strada intrapresa già da Temer nel 2016, si stia andando sempre di più verso un assetto socio economico che favorirà le grandi multinazionali e i mercati a discapito delle persone comuni. Un antico detto brasiliano recita: È la foresta, è la terra indigena e ribelle che dà i nomi ai figli. Mi auguro che i miei concittadini non se lo dimentichino mai.”


In copertina: Jair Bolsonaro nel 2011, Wikimedia Commons.

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