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in copertina, vestiti di alcuni migranti arrivati a Lampedusa nell’agosto 2007, foto di Sara Prestianni, cc Noborder Network, su Flickr

Attraversare il mar Mediterraneo non è mai stato così mortale: in questa giornata istituita dallo Stato, è fondamentale ricordare che questa situazione non è normale — e la colpa è del nostro paese.

Due anni dopo l’istituzione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione — che cade il 3 ottobre, il giorno della strage di Lampedusa nel 2013 — il mar Mediterraneo non è mai stato così pericoloso.

I dati di UNHCR descrivono le condizioni dell’attraversamento del Mediterraneo il 30,6% più mortali della media, mentre un rapporto dell’ISPI pubblicato pochi giorni fa documenta un record del numero dei morti a settembre e negli ultimi quattro mesi — il 20% di chi è partito dalle coste della Libia o della Tunisia per raggiungere il nostro paese risulta morto o disperso.

È questa la realtà che si nasconde dietro lo sbandierato “calo degli sbarchi” — diminuiti circa dell’80% in un anno, senza che questo sia servito a neutralizzare la retorica dell’invasione — ed è una realtà molto parziale: non solo perché l’assenza delle navi delle Ong nel Mediterraneo centrale significa che non ci sono osservatori indipendenti e imparziali che possano documentare cosa succede in quel tratto di mare, ma anche perché la linea adottata dai governi europei per arginare il flusso migratorio — esternalizzare la frontiera in Africa — si traduce in altre violenze e in altre morti (nei lager libici o nel deserto) lontane dai nostri occhi e dalle nostre statistiche.

Cosa sia successo lo sappiamo: i governi centristi di Germania, Francia e Italia, che avevano cercato di mantenere politiche nell’ambito della decenza nella gestione del fenomeno migratorio dal 2014 al 2015 — anche se sempre in un’ottica emergenziale e insostenibile sul lungo periodo — hanno ceduto alle pressioni interne che li hanno portati a sdoganare politiche retrograde precedentemente relegate ai partiti di estrema destra. In un effetto valanga, il Partito socialista francese si è estinto, il Partito democratico italiano è in corso di estinzione, Merkel mantiene la leadership del CDU quasi per coincidenza.

L’Italia è passata dal senso di colpa — e dell’orrore — costruttivo che aveva portato all’istituzione della giornata del 3 ottobre, al paese che si è preso carico di ripulire il mar Mediterraneo dalle navi delle Ong, e, indirettamente, di aumentare la probabilità di morte in mare per le persone che ricordiamo oggi.

O che dovremmo ricordare: oggi a Lampedusa, dove si terrà una marcia di commemorazione, non sarà presente nessun rappresentante delle istituzioni. E non ci saranno nemmeno gli studenti che hanno partecipato al progetto “Porte d’Europa,” perché il Ministero dell’Istruzione ha tolto il proprio sostegno all’iniziativa.

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Migranti arrivano a Lampedusa, agosto 2007. Foto di Sara Prestianni CC Noborder Network, su Flickr

“In questo momento non c’è nessuna operazione civile di salvataggio attiva nel Mediterraneo,” ci spiega al telefono Ruben Neugebauer dell’Ong tedesca Sea Watch. La nave di cui fa parte — Sea Watch 3 — è bloccata a Malta, e attualmente la Ong riesce a sorvegliare il mare solo con la propria missione aerea.

“Anche le navi delle flotte europee e la Guardia costiera italiana latitano: rimangono operative nelle acque solo le milizie libiche, che non possono essere considerate responsabili di azioni di salvataggio,” continua Neugebauer. “Sempre più navi mercantili rifiutano di aiutare barche in difficoltà. La missione aerea di Sea–Watch ha osservato più volte casi di navi mercantili che, dopo aver ricevuto da parte loro segnalazioni di barche in difficoltà o chiamate di soccorso, hanno preferito ignorarle e cambiare direzione. Temono che a seguito del loro intervento si ripropongano situazioni come quella della Diciotti, dove prima di avere i permessi per lo sbarco delle persone raccolte si è trascinato per giorni e giorni. In questo momento far sbarcare i naufraghi è diventata un’operazione complicata ed incerta, e i capitani delle navi mercantili non considerano più loro compito gestire la situazione.”

Paradossalmente, la stretta contro le navi umanitarie ha riportato la rotta migratoria più pericolosa del mondo allo status precedente all’istituzione di Mare nostrum, cioè allo status che ha reso possibile la strage di Lampedusa del 2013: in assenza delle Ong, i migranti cercano di raggiungere direttamente le nostre coste, affrontando un viaggio più lungo e pericoloso a bordo di imbarcazioni fatiscenti.

“Qualsiasi miglioramento non sarà all’orizzonte, a meno che i governi europei non decriminalizzino il salvataggio in mare, uno scenario in questo momento completamente slegato dalla realtà politica del continente” — che anzi, dalla Francia di Cédric Herrou all’Italia di Mimmo Lucano, sta andando verso una progressiva istituzionalizzazione del “reato di solidarietà” non solo in mezzo al mare, ma anche sulla terraferma. “Ciononostante, le persone non smetteranno mai di provare a intraprendere questo viaggio: la situazione in Libia sta peggiorando e le persone continueranno a scappare da violenza e combattimenti,” conclude Neugebauer.

È importante ripeterlo: la presenza di navi umanitarie per salvare i migranti nel Mediterraneo non è una situazione auspicabile — è l’extrema ratio per sopperire a una grave mancanza politica e arginare, perlomeno, lo sterminio in atto. La situazione auspicabile, che tutte le sinistre europee dovrebbero chiedere a gran voce, è la presenza di vie legali e sicure per i migranti africani, che non dovrebbero essere costretti a rischiare la vita — con o senza le Ong o le missioni militari — per raggiungere l’Europa. Rivendicare “accoglienza” è una battaglia di retroguardia: bisogna rivendicare libertà di movimento e diritti per tutti, a prescindere dal colore della pelle e dal paese di provenienza.

Erica Farina ha contribuito alla stesura di questo articolo.


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