La vita in un college della Cina orientale

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“Il progetto è nato e si è sviluppato perché mi ha molto incuriosito come era strutturato lo spazio intorno al campus e al suo interno.”

A Gonzaga, il 28 settembre, si inaugura il Festival Diecixdieci. Il tema di questa edizione è l’Oriente: Abbiamo parlato con Simone Mizzotti, che parteciperà a questa edizione con Ningbo Polytechnic, un progetto basato sulla sua esperienza sul campo di insegnante in un istituto cinese.

Il progetto sul Politecnico di Ningbo è nato durante una tua permanenza come visiting professor. Cosa hai insegnato in questo periodo?

Si: il progetto è nato durante una permanenza di tre mesi come visiting professor presso il Ningbo Polytechnic di Beilun come docente di fotografia. Ho insegnato in due corsi distinti: il primo era tecnica fotografica applicata con esercizi in studio, mentre il secondo era di progettazione fotografica.

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Cosa invece ti ha portato a voler documentare questo luogo?

Già prima di partire sapevo che avrei realizzato un progetto fotografico, sebbene non sapessi ancora se sul campus o su tutto il distretto di Beilun. Passando molto più tempo all’interno del campus ho preferito lavorarci con calma e con la giusta attenzione, dedicando il mio tempo solo a questo. Il progetto è nato e si è sviluppato perché mi ha molto incuriosito come era strutturato lo spazio intorno al campus e al suo interno.

Nonostante la vastità del complesso, e immagino la quantità di persone che gravitano attorno a quella realtà, grande spazio è dato all’architettura del luogo. Cosa può raccontare una architettura, o uno spazio vuoto, di un luogo?

La cosa che più mi ha colpito è stata indubbiamente l’architettura. Non ero mai stato in Cina e tantomeno in un paese asiatico; avevo in testa già prima di partire l’idea classica di metropoli asiatica, ma a Beilun tutto era ancora in evoluzione, si stava sviluppando tutto verso l’alto. Questo è stato l’aspetto che mi ha portato a raccontare attraverso l’architettura un luogo che scandisce dei ritmi quotidiani frenetici.

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La tua ricerca, in generale, insiste sul luogo e su come questo viene utilizzato. Cosa hai trovato di interessante tanto da farci un progetto, nel caso del Politecnico di Ningbo?

Per me è stato interessante evidenziare come uno spazio, quello del campus, potesse coesistere con un’architettura così invasiva al suo esterno; in secondo luogo mi interessava descriverne i ritmi del tempo libero. Un altra cosa da non tralasciare è il senso di solitudine che viene a crearsi con gli spazi circostanti.

Ci puoi dire qualcosa anche riguardo alla vita quotidiana al suo interno? Se hai trovato differenze nell’insegnamento e nelle attitudini di studenti e professori rispetto all’Italia?

La quotidianità del campus si sviluppa tra lezioni e tempo libero naturalmente. Gli studenti dormono all’interno del campus, divisi tra strutture maschili e femminili. Mentre il fine settimana è libero, e dunque lascia la possibilità a chi abita vicino di rientrare a casa dei genitori, durante la settimana c’è un orario di rientro da rispettare, una sorta di coprifuoco. Oltre al ritmo quotidiano ho avuto modo di scoprire il forte legame con lo sport, dal calcio al basket passando per il tennis o il badminton. Appena ce n’era occasione veniva organizzata una partita di ping pong, lo sport più diffuso in Cina.

Per quanto riguarda l’insegnamento ho avuto modo di scontrarmi con la difficoltà nelle traduzioni, che non permetteva alle lezioni di essere fluide e con qualche tempo morto di troppo. Dall’altra parte ho avuto gli insegnanti cinesi, che spesso si sono introdotti in classe nel corso delle mie lezioni per la curiosità.

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Parteciperai, con questo progetto, al Festival diecixdieci, che ha l’oriente come tema. Rispetto a questo tema generico, affrontato dagli autori in maniera sempre diversa, cosa pensi di poter dire sull’oriente?

Penso di portare una descrizione di un luogo, di una specifica quotidianità, di una realtà in continua crescita ed evoluzione attraverso ritmi e fusioni tra ampi spazi e architettura. Un rapporto tra elementi che ha come fruitore solamente l’uomo. Il paesaggio e l’architettura si prendono il compito di armonizzare un paesaggio che fatica ad avere una propria identità.


profiloSimone Mizzotti (Crema, 1983) studia alla L.A.B.A, libera Accademia di Belle Arti di Brescia. Negli stessi anni approfondisce lo studio dei fo­tografi italiani degli ultimi decenni, dedicandosi ad una personale indagine sul paesaggio italiano. Frequenta il master di alta formazione sull’immagine contemporanea promosso da Fondazione Fotografia di Modena. Partecipa a diverse residenze d’artista in Italia sviluppando il suo interesse verso il territorio e il paesaggio (Confotografia, Mountain Photo Festival, MenoTrentuno giovane fotografia in Sardegna e PAS_Progetto Ate­lier Sardegna). Da dicembre 2013 ad aprile 2014 è stato visiting professor al Ningbo Polytechnic di Beilun, Zhejiang Cina in­segnando tecnica e progettazione fotografica.  Riceve la menzione d’onore al premio Graziadei 2014 per il progetto Ningbo Polytechnic durante la XIII edi­zione del Festival della fotografia di Roma. Negli ultimi anni ha intrapreso diverse attività didattiche volte ad avvicinare il pubblico all’osservazione del paesaggio contemporaneo, attraverso uno sguardo e un linguaggio documentaristico.

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