Avviso: questo articolo contiene screenshot di discorsi razzisti, meme spacciati per teorie ragionevoli, ministri dell’Interno e una parentesi su Hegel.

Quest’estate è stato impossibile fare qualsiasi cosa senza imbattersi in persone che facevano discorsi da neofascisti. In treno? Discorsi neofascisti. Alla finestra? Neofascisti che sparano a passanti di colore. Su internet? Neofascisti48520163.

In tantissimi hanno provato a stendere analisi su come sia esploso questo fenomeno. Perché anche se si tratta fortunatamente di una minoranza statistica, particolarmente rumorosa o robotizzata, è impossibile scrollarsi la sensazione, a volte, di essere circondati.

Questa non è un’analisi seria di come così tante persone siano diventate piú o meno improvvisamente neofasciste, ma è un’analisi che cerca una risposta diversa da quelle che ci siamo dati finora.

Ma prima, dobbiamo aprire una parentesi hegeliana.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, 1809, in un ritratto di Jakob Schlesinger

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, 1809, in un ritratto di Jakob Schlesinger

Sì, Hegel

Prometto di fare in fretta: nella Fenomenologia dello spirito Hegel esprime in forma mitologica uno dei capisaldi della propria filosofia — l’idea che la coscienza di sé possa essere raggiunta soltanto se messi al confronto con l’esistenza degli altri.

Il confronto, secondo Hegel, è necessariamente violento, di scontro aperto — fino al punto che qualcuno arrivi a sfidare a morte un’altra autocoscienza. Chi perde in questo scontro si trova in una condizione subordinata, in quello che Hegel descrive come rapporto di “servo–padrone.”

Ma secondo il filosofo il rapporto tra i due è destinato a invertirsi: quella servitù che ha vista sacrificata la propria indipendenza diventa necessaria per il padrone, che finisce così per diventare dipendente dal lavoro della servitù.  Il rapporto precedente non viene superato, ma il lavoro — riconosce Hegel — garantisce l’indipendenza.

Grazie di essere rimasti qui: ma allora, che cos’è questo rigurgito neofascista italiano (e non solo) se non il terrore della coscienza dei padroni di fronte allo scenario dei lavoratori affrancati?

Il padrone sconfitto

Tutte le varietà della teoria del complotto della sostituzione etnica, dal Piano Kalergi alle piú aggiornate visioni sul ruolo di Soros, Buzzi, la chiesa, le cooperative, le Ong 🙄, hanno un comune sottotesto: la tacita accettazione che questa presupposta “razza” che dovrebbe sostituire le popolazioni europee sia, se non superiore, certamente piú performante. Nascosto dietro il velo che queste persone siano “piú facilmente sfruttabili” c’è una sensazione di ansia esistenziale — siamo finiti, c’è chi è migliore di noi: piú forte, piú veloce, piú numeroso.

Alla base della retorica retrograda dell’estrema destra odierna c‘è qualcosa di diverso dal vecchio razzismo biologico fatto proprio dal nazifascismo novecentesco: si è persa completamente l’ambizione espansiva. Caduto il pilastro della fierezza, resta nel neofascismo contemporaneo un misto virulento di autocommiserazione, che ha effetti tossici non solo per le vittime delle politiche repressive che di conseguenza vengono attuate: è un vittimismo paralizzante che minaccia l’economia dell’intero paese, ma che allo stesso tempo stringe in una morsa di autolesionismo la mente di chi ne è rimasto assoggettato.

#Risorse

L’ignoranza sociale abissale degli elettori razzisti di Salvini e Di Maio si lega a una serie di parole adottate come qualcosa che sta tra la neolingua e le giaculatorie, in frasi fatte e esclamazioni sui crimini delle “risorse” e le colpe dei “pdioti” che vanno “verso lo zero percento.”

 

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Potremmo andare avanti.

La neolingua è utile segnalatrice di un altro fenomeno: la mancanza piú o meno totale di legami con il mondo reale: così i migranti sono palestrati, non sono mai minori, sono tutti criminali, sono tutti uomini.

Elemento centrale del mito sovranista è indubbiamente l’ossessione per la prestanza sessuale dei popoli di colore. Utilizzato proto-ironicamente come strumento di aggressione machista, rivela perfettamente come il linguaggio d’odio dei neofascisti sia costruito sulla piena certezza di essere inferiori.

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Riassumiamo. L’identità costruita per chi abbraccia l’identità di sostenitori del governo è definita da:

  • La contrapposizione a una massa, più o meno informe e infinita di uomini più forti, più prestanti, più belli di loro;
  • La contrapposizione a uno spettro sopra di loro, quei “poteri forti” che impediscono alle loro guide di realizzare il proprio piano di restaurazione anche ora che sono, letteralmente, gli uomini più potenti d’Italia;
  • La contrapposizione a una plebaglia progressista, questa l’unica altra forza che ora ammettono di aver sconfitto #versolozeropercento, ma di cui riconoscono la superiorità intellettuale (radical chic!) e la superiorità umana (buonisti!); e di cui sono inspiegabilmente terrorizzati dall’orientamento sessuale.

La vastissima maggioranza di chi sentiamo al mercato e su Twitter parlare così ci crede: ha trovato nel proprio ruolo di “cittadino cinque stelle” o leghista qualcosa in cui identificarsi, qualcosa a cui aggrapparsi nella quotidianità. È un odio che inevitabilmente sta sfociando nella violenza, che va affrontato rumorosamente, ma in modo terapeutico.

You can’t always punch a nazi..?

Si tratta di una deriva che qualche anno fa poteva essere ancora evitata, con piani di comunicazione per l’inclusione precisi e sfruttando la televisione per fare un racconto propositivo del multiculturalismo.

Ora che le persone hanno iniziato a dire le cose ad alta voce, e non solo pensarle soltanto, sono idee piú difficili da scalfire.

Ma pensare che si tratti di una missione impossibile, che i numeri che fa ora Salvini nei sondaggi siano suoi elettori per sempre è cadere nella stessa forma di pensiero autolesionista dei neofascisti. Come se fossimo in qualche modo destinati a essere sostituiti dall’invasione barbarica dei neofascisti.

This is the future that liberals want

flip-fin

In questo scenario di autoprofessata apocalisse, in cui un neofascismo reazionario ha deciso che l’Europa non può cambiare e allora è meglio che bruci, resta aperto uno spiraglio di speranza: che lo scontro fino alla morte tra chi si identifica come “indigeno” e il suo prossimo non sia ancora terminato, e che possa non finire nel disastro.

La propaganda “identitaria” si basa sulla completa mancanza di una vera conoscenza delle condizioni di vita e della cultura dei migranti, trasformati in un corpo omogeneo inesistente almeno quanto quello che i neofascisti vorrebbero difendere. Il luogo comune vuole che le aree piú multiculturali di un paese siano le meno razziste, e se si tratta probabilmente di un dato misurabile e vero, per chi il razzismo lo subisce la sensazione è un po’ diversa.

Un metro alternativo ma preciso per misurare quanto un ambiente socio-culturale sia razzista è osservare l’intensità con cui si nega di essere razzisti: così, mentre Berlusconi dopo l’attentato terroristico di Macerata rassicurava che “In Italia il razzismo non esiste” e in queste settimane Salvini è tornato a dirci che l’allarme razzismo ce lo siamo inventati, alcuni studi inquadrano l’Italia come il paese piú religioso e razzista dell’Unione Europea.

Quando questo governo si schianterà contro il mondo reale — sia con la prossima legge di stabilità o verso l’eventuale terra promessa della riforma delle pensioni — servirà una forza politica ma anche una presenza di massa che sappia non solo contrapporsi a queste idee, ma dimostrare la propria superiorità, per spiegare ai cittadini perché avevano torto, che danni hanno fatto, e che saranno perdonati.

Quello che bisognerà spiegare, e sarà la grande sfida di chiunque guiderà qualsiasi forza che si contrapporrà ai loro sedicenti leader, è che quello che temono davvero i neofascisti è l’occidente stesso. Che i nemici, quelli pericolosi, sono proprio quelli che hanno infiltrato il popolo per sgretolare tutto quello di buono che l’Europa ha fatto in questi secoli: la centralità del lavoro, il laicismo dello Stato, il superamento dei conflitti armati nell’ultimo secolo. Dal secondo dopoguerra l’Italia ha conosciuto infiniti “altri,” usati per come scherno e come strumento identitario — i veneti, gli italiani del Sud, i napoletani. Chi approfitta della mancata conoscenza delle persone verso questi gruppi sa di avere in mano una retorica a orologeria, che alla fine diventa macchietta di se stessa quando viene sostituita dalle vera conoscenza delle differenze culturali e linguistiche, che non sono mai un problema. Di fronte allo strapotere dei sovranisti in queste settimane è importante rassicurarsi — non c’è bisogno di un piano complottista per la sostituzione etnica: il meticciato è un fenomeno naturale che ha accompagnato l’umanità per tutta la propria storia, e alla fine, anche il passato finirà.


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