Realtà sociale diventata punto di riferimento per il quartiere di Affori, Ri-Make festeggia i quattro anni dall’inizio dell’occupazione cercando di esorcizzare lo spettro dello sgombero.

Scendendo alla stazione di Affori Nord, si nota subito lo scheletro incombente di un enorme palazzo in costruzione: si tratta di uno degli edifici di Porta Nord Milano, il complesso residenziale che sorgerà immediatamente ai due lati della stazione ferroviaria, nell’ambito di “un’ampia riqualificazione urbanistica che ridisegna e rilancia la vivibilità complessiva di uno storico quartiere,” per dirla con le parole dei costruttori del gruppo GDF, vicino a Comunione e Liberazione.

Immagine tangibile delle vaste trasformazioni che hanno interessato negli ultimi anni numerosi quartieri periferici di Milano, il palazzone di GDF sorge a poche centinaia di metri dal fossile di una speculazione edilizia del passato: l’ex filiale locale della Banca Nazionale del Lavoro, rimasta abbandonata per dieci anni dopo una serie di opachi passaggi societari.

Dal 2014 l’imponente parallelepipedo dell’ex BNL, incastonato tra i condomini all’inizio di via Astesani, è sede di Ri-Make.

Ri-Make è il collettivo che ha riaperto l’edificio trasformandolo in un fulcro per attività sociali e ricreative di vario genere, e diventando in quattro anni un punto di riferimento all’interno del quartiere. Ora Ri-Make rischia lo sgombero, e da più di un mese ha iniziato una campagna di mobilitazione straordinaria — raccogliendo l’adesione di varie altre realtà milanesi, come la Libreria Antigone — per la difesa dello spazio e delle proprie attività, in concomitanza con il quarto compleanno dall’inizio dell’occupazione.

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Ma come si è arrivati a questo punto? “La proprietà dell’edificio è di una società liquidatrice, che sta cercando in tutti i modi di venderlo per recuperare i debiti del precedente proprietario,” mi spiega Dario, che fa parte di Ri-Make sin dai tempi della prima “riapertura” del collettivo, quella del Cinema Maestoso in piazzale Lodi — tuttora abbandonato, dopo lo sgombero. “Data la grandezza e la tipologia dell’edificio, è molto difficile da piazzare. Per questo non crediamo che in questi mesi, all’improvviso dopo 14 anni, si sia davvero palesato un acquirente. Il mandato della curatrice fallimentare scade a fine anno: probabilmente vuole dimostrare di aver fatto tutto il possibile, a prescindere dalla presenza o meno di un acquirente.”

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Per provare a bloccare l’esecuzione del provvedimento il collettivo ha avviato un dialogo con il Comune, che si è concretizzato in due incontri con il Capo di Gabinetto del sindaco e con i consiglieri comunali Rizzo e Limonta. Dagli incontri è emerso il riconoscimento del valore delle attività sociali di Ri-Make per il quartiere e per la città da parte del Comune, ma per il momento non è arrivata ancora nessuna garanzia sulla possibilità di fermare lo sgombero.

“Dal Comune si sono detti disponibili a discutere anche di eventuali ulteriori spazi per salvare i progetti,” mi spiega Dario. “La nostra prima esigenza è fermare la procedura, ma se si dovesse concretizzare la soluzione peggiore, chiediamo quantomeno che i progetti avviati finora possano avere uno spazio per continuare a esistere.”

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Tra questi c’è l’associazione Mshikamano, un progetto di solidarietà tra cittadini italiani e migranti che funziona come una sorta di cooperativa, con una cucina popolare e una sartoria solidale; il mercatino mensile dei prodotti agricoli del circuito Fuorimercato; il collettivo trans-femminista Gramigna; la stamperia sotterranea Subseri, e molti altri, che riescono a coinvolgere un buon numero di persone di età e nazionalità diverse.

“Abbiamo sempre cercato di avere più cura possibile del luogo in cui ci troviamo, e di essere sempre aperti al quartiere. A parte le firme raccolte dalla Lega all’inizio per chiedere immediatamente lo sgombero — non sappiamo neanche quante — non ricordo neanche un episodio di un cittadino o una cittadina che siano venuti a lamentarsi per qualcosa.”

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La risposta della comunità di Ri-Make di fronte all’evenienza dello sgombero è stata sin da subito determinata: il 22 aprile si è tenuta un’assemblea pubblica nel piazzale davanti all’edificio, a cui hanno partecipato circa un centinaio di persone, tra le realtà che collaborano abitualmente con Ri-Make e gli abitanti del quartiere che frequentano lo spazio. Il 7 maggio un presidio davanti a Palazzo Marino ha portato in piazza qualche centinaio di persone.


“Non è semplicemente una questione di ordine pubblico da gestire attraverso la magistratura e la questura,” conclude Dario. “Non c’è semplicemente un proprietario che rientra legittimamente in possesso dello spazio, la situazione è più complicata: c’è uno spazio abbandonato che ora ospita attività sociali di valore — riconosciute dal Comune stesso — e che il meccanismo di mercato vorrebbe che ritornasse in vendita per sanare dei debiti che non appartengono alla collettività, ma a un proprietario bancarottiere.”

Di fronte al futuro incerto dello spazio, le attività non si fermano: per il secondo giorno di festeggiamenti in occasione del quarto compleanno, oggi pomeriggio, ci sarà un Laboratorio sull’amore romantico a cura del collettivo femminista Gramigna, con esposizioni di autoproduzioni, illustrazioni e fanzine a cura di diversi collettivi di artisti. Domani, come tutte le domeniche, il pranzo solidale preparato dalla cucina di Ri-Make e Mshikamano.


Foto di Elena D’Alì.

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