Già residenza di Petrarca, la Cascina tra Baggio e Quarto Cagnino ha rischiato di diventare un residence: oggi è stata restaurata ed è “un luogo di serenità” rivolto a tutti i cittadini.

Milano è sempre stata una città compatta, e fino all’Ottocento la campagna arrivava fino all’attuale cerchia dei bastioni. Da Porta Venezia, Porta Ticinese, Porta Vercellina la campagna si estendeva a perdita d’occhio, tra prati, rogge e campi coltivati.

Questo scenario agricolo era punteggiato da numerose cascine, distribuite per tutto il territorio. Alcune di queste avevano una storia secolare, e intorno ad esse nacquero veri e propri borghi o paesi o frazioni; altre restarono isolate in campagna, punti di riferimento della pianura agricola. La maggior parte di quelle che sorgevano sul territorio del comune di Milano non è sopravvissuta al Novecento, quando il capoluogo lombardo è diventato la prima città industriale italiana.

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Alcune però sono riuscite a sopravvivere al boom edilizio del secolo scorso, e ancora oggi punteggiano la periferia di Milano. È il caso di Cascina Linterno, situata a ovest tra i quartieri di Baggio e Quarto Cagnino, immersa nel Parco delle cave ed erede di un passato quasi millenario. Pare che la cascina sia stata per circa otto anni la residenza a Milano di Francesco Petrarca, che nelle lettere ai suoi corrispondenti si divertiva a scrivere di trovarsi “in un posto chiamato Inferno” — sembra che, anticamente, la cascina fosse nota con questo nome, non si sa se in modo scherzoso o no.

“Il nome in realtà probabilmente deriva da hiberna, termine latino con cui si indicava un accampamento invernale.” Gianni Bianchi negli anni ‘90 ha contribuito a fondare l’associazione Amici di Cascina Linterno, ed oggi è uno dei principali animatori della cascina. Bianchi è nato e vissuto per decenni a fianco della cascina e così suo fratello Angelo, anche lui membro dell’associazione. L’abbiamo incontrato proprio nel cortile di Linterno, dove ha anche sede l’associazione, per farci raccontare della storia del luogo e delle persone che oggi lo tengono vivo.

Cascina Linterno è la cascina a ovest del centro storico più vicina al cuore della città, affacciandosi da un lato sull’ospedale San Carlo, e dall’altro sui prati aperti del Parco delle cave.

L’associazione che la difende si è formata nel 1994, per contrastare un progetto immobiliare del ’92 che voleva trasformare la cascina in un residence. “Riuscimmo incredibilmente a far cambiare idea al Comune. Per poter essere convertito in un residence, l’edificio avrebbe dovuto essere dismesso: noi dimostrammo che l’attività agricola qui funzionava ancora e non aveva alcuna intenzione di smettere.” La gestione della cascina negli ultimi anni ha conosciuto varie fasi: nel 2002 è stata chiusa, per essere riaperta nel 2005. “Nel 2010 è diventata proprietà comunale; ora noi abbiamo in gestione la parte del piano terra. Organizziamo più di 50 iniziative all’anno a tema agri-culturale.”

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Il cortile della cascina ospiterà il 10 giugno il festival #ètuttodiverso, una manifestazione dedicata al dialogo tra disabilità e arte, di cui the Submarine è media partner. “Ogni iniziativa che fa vivere la cascina è benvenuta,” sostiene Bianchi. “Qui non si guarda ai temp indré, si guarda sempre al futuro.”

La storia della cascina — i temp indré, in milanese “i tempi indietro” — si perde nei secoli. “C’è una una pergamena datata 1154 che parla di questa località. Poi, nel Trecento, c’è il probabile soggiorno petrarchesco. Di quell’epoca rimane una parte del corpo centrale e in particolare una stanza adiacente alla chiesa, “che probabilmente era la base di una torretta daziaria. Del Quattrocento e del Cinquecento poi non abbiamo granché, ma stiamo facendo ricerche approfondite, seguendo a ritroso la strada dei rogiti: in un rogito c’è sempre la citazione all’atto precedente e siamo riusciti ad arrivare fino al 1500.” Gli atti di quest’epoca sono di difficile interpretazione: sono scritti in linguaggio cancelleresco, pieno di abbreviazioni e simboli, mezzo volgare e mezzo latino.

Le tracce della cascina si fanno più fitte nel Settecento, in cui la struttura era proprietà di un certo Acquani — durante questo secolo venne anche costruita la chiesetta. Nell’Ottocento, con l’acqua del Canale Villoresi, arrivarono le marcite; nella prima metà del Novecento il pret de Ratanà — nome dialettale con cui è noto Giuseppe Gervasini, un prete con fama di guaritore che in quegli anni raccolse un grandissimo seguito e clamore in tutta la città trascorse a Linterno gli ultimi anni della sua vita. “Ma nella seconda metà del Novecento arrivò il disastro, come in tutte le cascine della zona.”

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La cascina, dopo essere scampata al destino da residence, è stata l’unica a essere riqualificata nel contesto del piano Expo, che prevedeva la realizzazione di un Expo diffuso — con decine di cascine che avrebbero dovuto diventare punti di alloggio per turisti o centri nevralgici della manifestazione stessa. “Linterno ha usufruito delle procedure Expo per quanto riguarda l’appalto: non un appalto pubblico, con lavori che sarebbero durati anni, ma un appalto a chiamata,” ci riferisce Bianchi. “L’iter è stato accorciato di diversi mesi, anche se i lavori sono stati completati solo nel ‘16, dunque dopo la manifestazione.

Nel 2012 il Politecnico ha messo a punto un progetto per un recupero storico, paesaggistico, funzionale e architettonico del luogo. “Un progetto molto importante perché non si è limitato a studiare le mura ma ha preso in considerazione anche il territorio circostante,” sostiene Bianchi. Nell’estate 2012 sono cominciati i primi rilievi, a settembre è stato presentato il piano definitivo e nel 2014 sono iniziati i lavori. Il progetto è stato finanziato da fondazione Cariplo per 500 mila euro, a cui si è aggiunto un altro milione di euro dato dall’ingegner D’Alberti, scomparso due anni fa, all’epoca proprietario della cascina. L’ingegnere ha ceduto la cascina al comune, insieme a quel milione, come oneri d’urbanizzazione per un’operazione immobiliare più a sud, vicino a Bisceglie.

Il Politecnico ha realizzato un progetto innovativo che prevedeva il preservamento della storia del manufatto — un restauro filologico e non archeologico. “Questo portico, ad esempio: per essere un luogo pubblico agibile i pavimenti devono avere una portata di 6-700 chili al metro quadro. Per garantire una portata simile a questo soffitto bisognava togliere tutto e rifare da capo.” Il soffitto, però, ha cinquecento anni, e gli architetti hanno studiato una struttura reticolare che attraverso dei tiranti obliqui tiene insieme tutto senza alterare o sostituire quella originale. “Gli architetti l’hanno definito un intervento leggero e reversibile,” riferisce Bianchi, “anche se a prima vista potrebbe non sembrare tale. Qui si è mantenuta l’identità di cascina.”

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Il progetto è stato soprannominato “Cappello-scarpe-bastone.” La cascina era paragonata a una vecchia signora dai passati nobili ma un po’ acciaccata, che aveva bisogno di un cappello per ripararsi dalla pioggia — il tetto — di un po’ di rinforzi e di un bastone per sorreggersi.

È possibile osservare tutti gli interventi di chi ha messo mano alla cascina sul corpo della cascina stessa. Quelli fatti dal Politecnico sono stati deliberatamente resi palesi, e non sono stati rimossi del tutto i segni dei vecchi interventi. “Nella facciata della chiesa vedi l’intonaco settecentesco, l’intonaco dell’Ottocento e i restauri di Novecento e Duemila. Guardando la chiesa vedi quattro secoli d’interventi, ed è una cosa voluta.” Grazie a questi interventi si è arrivati all’assetto finale della cascina, che è stata resa definitivamente abitabile e agibile anche per eventi come #etd.

Ogni sabato mattina nel cortile della cascina si tiene un mercato ortofrutticolo di prodotti a chilometro zero. Il restauro del Politecnico è riuscito a riconsegnare la cascina non solo alla città, ma alla campagna a cui appartiene. Un cancello sul retro dà verso il Parco delle cave, una delle più importanti aree verdi di Milano. Sul retro della cascina, in una stanza ricavata da una vecchia stalla, è ricavato il “Piccolo museo della fatica,” in cui sono raccolti una serie di strumenti agricoli e di cimeli del passato, per ricordare il lavoro delle donne e degli uomini che hanno animato questa cascina nei secoli scorsi.

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“Il nostro lavoro però non guarda al passato, guarda al futuro. Vogliamo creare un luogo in cui oggi si possa avere serenità. Qui potresti stare mezza giornata senza fare niente e senza avere bisogno del telefonino. Il 10 giugno ci saranno gli eventi e tutti i workshop, e poi verso le dieci dieci e mezza di sera si andrà nel parco delle cave a vedere le lucciole.” La cosiddetta lusiroeula.

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