in copertina: foto via Twitter @kanyewest

Con l’apertura della campagna mediatica per la pubblicazione del suo nuovo album West completa la propria transizione da “artista incompreso” a “uomo incompreso” e troll dell’alt–right.

Kanye West è forse la personalità che incapsula meglio la nostra epoca. Con una produzione artistica che pendola tra il geniale e il situazionista, passando per il completamente non ispirato, Kanye West ha coltivato un seguito mondiale senza paragoni attorno alla sua figura, scandalosa ma mai troppo scandalosa, da artista contemporaneo, ma da artista che vende magliette bianche per centinaia di dollari.

Con 21 Grammy alle proprie spalle, è difficile screditare l’importanza che Kanye West ha avuto sulla musica occidentale e mondiale, sulla moda, sulla comunicazione. Ma il nuovo trip mediale in cui West si è lanciato in modo da generare attesa per il prossimo disco è un viaggio in cui non possiamo seguirlo.

West ha deciso di aprire questa campagna di hype con uno stranissimo endorsement di Donald Trump, dicendo che lo sente come “un fratello,” perché entrambi hanno la “dragon energy.”

(Trump ha ovviamente immediatamente risposto entusiasta: qualcuno di famoso nel mondo dello spettacolo che non lo detesta? Very cool)

West ha risposto di nuovo mostrando la foto del proprio cappello rosso Make America Great Again autografato dal presidente degli Stati Uniti.

(Rileggete quella frase. Quella frase è una cosa che è successa nel mondo reale)

La moglie di West, Kim Kardashian, ha cercato di tamponare la situazione, ma è inutile nascondersi dietro un dito: la fascinazione di West con Donald Trump è di vecchia data, ed è evidente come la retorica da “vincitore miliardario” ha piú presa nell’immaginazione dell’artista che qualsiasi concetto di appartenenza politica o etnica, come aveva invece cercato di esibire con il suo commento nel 2005, in piena emergenza Katrina, “A George Bush non importa delle persone di colore.”

West è un personaggio complesso, che ha molto pubblicamente affrontato le difficoltà di accettare la morte della madre, e recentemente, la propria dipendenza da oppioidi. Il fatto che abbia portato in piazza le proprie difficoltà non le rende scusanti, però.

West ha citato piú di una volta Trump nelle proprie canzoni, ma questa volta la situazione è ben diversa. La pioggia di tweet, un “libro di filosofia scritto in tweet,” per definizione stessa dell’artista, si è aperta con una cascata di video di Scott Adams, creatore della striscia comica che non fa ridere “Dilbert,” diventato negli ultimi anni una figura prominente della alt–right statunitense. Quanto figura prominente? È stato piú volte ospite del talk show complottaro, reazionario e che spesso soffia il fischietto ai neonazisti di Alex Jones.

Infowars e attivisti dell’estrema destra statunitense hanno immediatamente cooptato i tweet “filosofici” di West leggendoli in supporto alle loro teorie di persecuzione contro i “media mainstream,” e oggettivamente, è difficile dare loro torto.

Adams corteggia West da anni, sostenendo la sua artisticità e arrivando a sostenere che se West si candidasse alla presidenza, avrebbe ottime possibilità di vincere.

D’altro canto, il machismo middle class di West è terreno fertile per gli ideali della alt–right. Da competente MC, West sa che l’autenticità viene prima di tutto (M. Lafrance, L. Burns, A. Woods, Doing Hip–Hop Masculinity Differently, 2016). La resa tridimensionale e “fragile” della mascolinità in 808s & Heartbreak (2008), immersa nello studio superiore e universitario, un contesto completamente alla cultura hip-hop, è territorio fertilissimo per i meccanismi di revanscismo macista — di chi macho non è — della alt–right. 808s & Heartbreak non era un disco emo–rap di Atmosphere, era un disco che ridefiniva cosa voleva dire essere un “uomo duro di colore.” Perché insieme all’espressione emotiva, il disco trasuda aggressività ipermascolina, ponendosi come narrativa finora inedita di cosa vuole dire “essere uomini e avere il proprio cuore spezzato.”

La misoginia mai troppo domata di West è il perfetto trigger culturale su cui innestare un discorso di “liberazione della creatività” come aggressività, perfettamente in linea con il vittimismo della alt–right.

È abbastanza chiaro cosa sta succedendo perché è un meccanismo che funziona con tantissime persone emotivamente fragili e cooptate da manipolatori della alt–right statunitense: West è stato indotto a credere che la alt–right sia parte del suo brand perché attivisti e personalità hanno rivendicato la sua partecipazione in maniera sistematica. È difficile immaginare che per West in questo momento della propria carriera ci siano possibili ulteriori frontiere di espansione: è già, di fatto, l’artista piú influente della sua generazione, ascoltato virtualmente da tutte le persone che consumano musica. Quello di cui ha bisogno West è quindi un nuovo modo per rimanere influente e “rilevante,” ed è difficile contestare che l’ultraconservatorismo pop non sia una delle frontiere piú interessanti — a livello comunicativo e culturale — di questi anni. Per una persona ideologicamente debole ma che ha saputo a ogni occasione inventarsi un nuovo angolo per rimanere al centro della scena, è difficile negare che l’estrema destra pop, quasi buongiornista, non sia la naturale conclusione per quest’anno.

Visto dal 2018, una eventuale corsa elettorale di West per la Casa bianca nel 2024 (e non nel 2020, perché quello è il secondo giro di Trump, ovviamente) sembra un’idea completamente folle, uscita fuori da un romanzetto satirico. Ma potremmo dire esattamente la stessa cosa del nostro 2018, visto dal 2012. Ed è difficile dar torto a Scott Adams quando dice che West vincerebbe. La sua popolarità, oggi, ne è evidente garanzia.

Nel dubbio, abbiamo un modo per provare a impedire che tutto questo succeda: non ascoltare i suoi dischi, non comprare i suoi gadget, non perdere tempo dietro le sue prossime trovate. Farla finita con Kanye West.

C’è un solo modo per far capire a West che è sulla strada sbagliata: fargli capire che la alt–right è per sfigati, persone che si circondano di linguaggi ipermuscolari perché in realtà spaventate dall’uscire dal proprio seminterrato mentale, gente che ricorre alla violenza perché non riesce a scopare, che aggredisce il prossimo non per affermare se stesso — ugualmente una cosa schifosa, ma un genere di schifo che a West piacerebbe — ma perché ha paura anche della propria stessa ombra. Dopotutto, anche quella è nera.


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