Se la politica non sa affrontare la più grande industria del proprio paese, la politica non serve più a niente.

In un evento che solo due mesi fa sembrava assolutamente impossibile, Mark Zuckerberg si è fermato a Washington per una doppia audizione prima al Senato e poi alla Camera del Congresso statunitense. Si tratta di una deposizione, una maratona lunga in totale nove ore, di cui è difficile trovare precedenti.

Zuckerberg si è trovato di fronte una parata di senatori e deputati che, con pochissime eccezioni, hanno dimostrato di non capire nemmeno le basi del modello di affari dell’azienda leader di un settore che ha disperata e urgente necessità di una decisa regolamentazione.

La confusione delle domande dei politici ha permesso a Zuckerberg di balzare da un problema all’altro, in una serie sconcertante di realtà parziali, inesattezze e non risposte. I tentativi di “metterlo all’angolo” sono stati ripetuti — in particolare il secondo giorno — ma estremamente goffi, come quello della deputata del dodicesimo distretto del Michigan Debbie Dingell che ha insistito, tra le altre cose, che Zuckerberg non sapesse il numero di pagine web con un tasto Mi Piace di Facebook, un tasto che ogni sviluppatore può aggiungere alle proprie pagine, e per questo in inarrestabile, forse incalcolabile, aumento.

Quando la senatrice Maria Cantwell (Democratica, Washington) ha chiesto a Zuckerberg di quali fossero i legami tra Palantir e Facebook, Zuckerberg ha scansato la risposta dicendo che “non è a conoscenza di nessuno.” Ma Palantir, agenzia specializzata nel data-mining per il dipartimento della Difesa, è stata fondata dal membro del consiglio d’amministrazione di Facebook Peter Thiel. Nessun senatore o deputato è stato in grado di fare una “seconda domanda” decisiva all’amministratore di Facebook a riguardo, rivelando come anche le domande sensate fossero in larga parte merito di staff piú dedicati di altri.

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Nel corso delle due giornate, e in particolare di fronte alla Camera, Zuckerberg ha negato che Facebook tracci i propri utenti — e anche chi non ha un account Facebook — fuori dal proprio social network (attraverso i tasti Mi Piace, Condividi e altri sistemi di tracking completamente invisibili, come il Facebook pixel) o da un dispositivo all’altro.

Non si tratta di teorie del complotto — Facebook non solo dichiara pubblicamente di fare entrambe le cose, ma si tratta di funzionalità che l’azienda presenta come motivi di vanto nei materiali che offre ai propri veri clienti: gli inserzionisti.

 

screen-shot-2018-04-11-at-3-19-17-pm-1523474442-pngScreenshot via Sam Biddle, the Intercept

La stampa sta cercando di decidere in queste ore cosa pensare dell’apparente impreparazione dell’amministratore di Facebook, ma che è comunque riuscito a tenere testa, a volte anche sorridendo, alla pioggia inarrestabile di domande demenziali — “Ma ci sono altre aziende che vendono pubblicità come fate voi?” “Ma siamo proprio sicuri che non usate i microfoni dei telefoni per spiare le persone?” “Signor Zuckerberg, lo sa che c’è la pirateria dei film?” Insomma: una vittoria su tutti i fronti per Facebook, tranne che per i suoi utenti.

Mark Zuckerberg è arrivato a Washington sapendo che le sue speranze di poter un giorno candidarsi a presidente sono tramontate. Mark Zuckerberg lascia oggi Washington sapendo che non ne avrà mai bisogno.

È giusto sottolineare che di fronte all’ignoranza della classe politica statunitense è impossibile pensare a una qualche “giustizia” per gli utenti i cui dati sono stati usati per secondi scopi (spoiler: sono tutti gli utenti). Ma il problema è di ordine piú vasto: abbiamo ampiamente superato la fase in cui si può discutere se il mercato dell’informazione sia una cosa vera. Eppure la politica mondiale sembra non aver ancora metabolizzato la nuova centralità di Facebook e Google.

Se la politica non è in grado di affrontare la piú grande industria della nostra epoca, la politica non serve a niente.

Come si può pretendere che la politica difenda i diritti dei cittadini, e in un futuro non lontano dei dipendenti delle aziende che operano in questo settore, se mancano delle competenze basilari per capirne i meccanismi? Se non sono in grado di insistere di fronte a un industriale che sfacciatamente nega di fare qualcosa che scrive sul proprio materiale pubblicitario.

Benvenuti a Zuckerburg

Mark Zuckerberg non ha bisogno di diventare presidente degli Stati Uniti perché ha già una carica di rilevanza molto superiore, e la forbice del potere tra questi due ruoli è solo destinata ad allargarsi nei prossimi anni.

Non è una questione di gap generazionale, come molti commentatori hanno scritto. Non è una questione di gap generazionale perché crisi come questa sono solo destinate ad aumentare, ed è il lavoro dei politici quello di capire la realtà. Il problema dei senatori e dei deputati che hanno straparlato davanti a Zuckerberg non è che avevano i capelli bianchi, il problema è che non sanno fare il proprio lavoro — che non hanno mai imparato le fondamenta di quella che è diventata la prima industria del loro paese.

La politica statunitense — e mondiale — arriva alla prima delle grandi crisi dell’industria dell’informazione dopo averla trattata per piú di una decade come una costola dell’industria dell’intrattenimento, quando invece era la nuova industria pesante, da cui dipendono vasta parte dell’economia di un paese e il suo ruolo internazionale nel contesto internazionale. Facebook non è la Warner Brothers di questo secolo, Facebook è la General Motors di questo secolo.

Di fronte allo sfacciato abuso di posizione monopolistica, disinteresse della privacy dei propri utenti e evidente incapacità nel gestire una comunità, la politica deve agire ora per garantire che questo nuovo settore primario resti tale e non diventi una sorta di struttura sovrastatale cancerogena.

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Per farlo, serve una comprensione per lo meno basilare dei meccanismi fondamentali dell’industria. Bisogna saper capire cosa fanno queste aziende, e servono nuovi standard per garantire che l’industria possa crescere in maniera sana, internazionalista, positiva.

Nessuno ieri ha chiesto a Zuckerberg di dimettersi, nessuno ha sospirato “break it up” quando Zuckerberg diceva di non avere un monopolio, e ovviamente l’idea di una nazionalizzazione dell’azienda — ovviamente solo temporanea — è lontana anni luce dal dibattito politico statunitense, interessato soprattutto alla presunta “censura” (che non è censura) di due vlogger trumpiste di colore.


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