“Being” al MoMa: fotografia alla ricerca dell’essere umano

Questo è Click, World!, la nostra rassegna settimanale di cultura fotografica. Ogni settimana, un pugno di link e le mostre da noi consigliate.

Questa settimana vi proponiamo una anteprima dei lavori esposti al MoMa alla mostra Being: new photography. Si tratta di una rassegna di mostre a cadenza biennale che si pone l’obiettivo di indagare e fare il punto della situazione sul linguaggio ed i temi fotografici contemporanei.

Il Moma di New York ha aperto i battenti il 18 marzo alla nuova mostra Being: New Photography. Si tratta di una serie di mostre, avviata nel 1985 da John Szarkowski, che “mostrerà tre o quattro fotografi il cui lavoro, individualmente e collettivamente, possa rappresentare i risultati più rappresentativi della fotografia attuale”.

Sino ad oggi, arrivati alla ventiseiesima edizione, sono stati esposti più di cento fotografi, americani e non, generalmente accomunati per il fatto che espongano per la prima volta al Moma.

I lavori esposti in questi anni hanno rappresentato più linguaggi e non solo quello fotografico: stampe, immagini proiettate, libri commerciali, autopubblicati, fanzine, poster, installazioni fotografiche, video e opere site-specific. Il proposito del Museo è quello di continuare in questa direzione, continuando a prendere in considerazione le diverse forme espressive che gli artisti usano e propongono sulla scena fotografica ed artistica.

L’edizione di quest’anno, Being, si interroga su cosa significhi essere umani, nella sua accezione di personalità e identità. Come può riuscire la fotografia a dare una risposta a questo interrogativo? Abbiamo guardato le opere in mostra, 80 fotografie su un totale di 17 artisti provenienti da 10 paesi diversi. Le provenienze degli autori preannuncia la differenza dei linguaggi, dei metodi e dei temi utilizzati, che passano dalla ritrattistica al reportage per arrivare ad operazioni di stampo più concettuale.

© Aïda Muluneh, All in One

© Aïda Muluneh, All in One

Ad aprire la mostra ci sono gli scatti di Aïda Muluneh, in particolare un ritratto dove sul volto è tratteggiata una linea di punti neri, facente parte della serie All in one: “è una scelta appropriata per l’apertura della mostra, che simboleggia molti dei temi che vengono affrontati: multiculturalismo, identità e il ritratto inteso come metafora”. Restando sul genere ritratto, inteso nel senso classico del termine, troviamo Andrzej Steinbach e i suoi ritratti di gruppo in forma di trittico, così da isolare le persone ritratte. In questo modo l’autore ha voluto sottolineare la forza del singolo suggerendo però la forza che il gruppo unito potrebbe evocare; in ognuna delle fotografie che compongono il trittico resta visibile una parte del corpo del soggetto accanto, senza però vederlo interamente, a meno che non si passa ad guardare la foto accanto a quella osservata.

© Stephanie Syjuco, Cargo Cults

© Stephanie Syjuco, Cargo Cults (in copertina)

Restando sul bianco e nero di Steinbach si passa al lavoro di Stephanie Syjuco e Joanna Piotrowska. Stephanie Syjuco propone una serie di ritratti in costumi tipici delle Filippine, interrogandosi su come i vestiti ed i colori possono influire sul riconoscimento di una determinata etnia. Nella sua serie di ritratti in bianco e nero “Cargo cults”ha adottato i metodi usati nella ritrattistica etnografica tipica del XIX secolo, in particolare il camouflage -una tecnica usata in particolare nel corso della Prima Guerra Mondiale volta a confondere i nemici – per imitare l’abbigliamento indigeno. Tuttavia, l’abbigliamento indossato dai suoi soggetti non è prezioso; indossano abiti acquistati a basso costo in catene di negozi che esternalizzano il lavoro, come Forever 21, H&M e Gap. Dopo le sessioni di shooting l’autrice ha restituito gli abiti. Joanna Piotrowska propone alcuni scatti dalla sua serie “Frowst”, che in inglese indica una’atmosfera calda e allo stesso tempo claustrofobica che si può creare all’interno di una stanza. Il termine viene così reinterpretato per le atmosfere che la fotografa ha riproposto nei suoi scatti grazie alle pose ricercate dall’autrice.

Di Sam Contis sono esposti un video e sei fotografie. Gli scatti fanno parte di un lavoro, confluito anche in un libro, Deep Springs. Si tratta del racconto di un college maschile disperso nel deserto del Nevada, l’analisi della costruzione del mito di questo luogo, mettendo in relazione le fotografie dell’artista con quelle del primo studente, 100 anni fa. La scuola fu fondata nel 1917 da L. L. Nunn. (potete sfogliare virtualmente il libro)

© Carmen Winant’s, My Birth

© Carmen Winant’s, My Birth

Un’opera site-specific, realizzata con migliaia di immagini donne prima, durante e dopo il parto è quella di Carmen Winant. L’installazione ricopre due pareti e il soffitto di una galleria. Le immagini provengono da vecchi libri e riviste. Le madri vengono mostrate in una varietà di stati: sudati, sanguinanti, agonizzanti, esausti, deliranti o semplicemente addormentati. I soggetti sono anche del tutto naturali, attirando l’attenzione sui vincoli morali artificiali che mettiamo sulla comunicazione fotografica.

Prima di passare a coloro che hanno sperimentato maggiormente è bene citare Mathew Connors e Adelita Husni-Bey. Matthew Connors espone fotografie da una serie in stile street photography sulla Corea del Nord. Nelle fotografie ricorrono soggetti isolati e ripresi ogni volta in maniera diversa: da scene di strada a riprese in interne televisi per passare a ritratti concettuali. Adelita Husni-Bey mette in mostra il risultato di un workshop concepito in funzione della mostra. Ad un gruppo di giovani studenti è stato richiesto di immaginare possibiliscenari futuri del Moma in seguito ad una distruzione dell’istituzione messa in scena.

© Paul Mpagi Sepuya, Mirror Study

© Paul Mpagi Sepuya, Mirror Study

Il primo fotografo che apre la sezione più sperimentale, dove la fotografia non è più l’unico strumento per la realizzazione finale dell’opera è Paul Mpagi Sepuya; di lui sono esposte sei fotografie che decompongono e ricompongono l’atto dell’autoritrarsi: si confondono pezzi di fotografie realizzate in precedenza con il corpo dell’autore e non, parti del set e la macchina fotografica stessa. Gli autoritratti diventano così una riflessione sull’atto stesso del fotografarsi.

Sofia Borges, realizza scatti ad oggetti e scene ripresi all’interno di musei per poi riproporli in una nuova visione attraverso le stampe fotografiche. Una indagine sul mitologico che, secondo le parole della curatrice della mostra diventa una domanda: “Come comprendiamo la nostra condizione attuale attraverso i linguaggi della rappresentazione? Harold Mendez si è invece concentrato sui segni lasciati su tombe di Necropoli o monumenti funebri nei pressi della capitale cubana, L’Havana.

© Huong Ngo and Hong-An Truong, The opposite of looking is not invisibility

© Huong Ngo and Hong-An Truong, The opposite of looking is not invisibility

Huong Ngô and Hong-Ân Truong presentano l’opera “The opposite of looking is not invisibility. The opposite of yellow is not gold” che propone in forma di dittico fotografie delle proprie madri, vietnamite, degli anni ’70. Shilpa Gupta scompone per poi ricomporre in maniera frammentaria la storia personale di 100 persone che per motivi politici, familiari o personali hanno deciso di cambiare il proprio cognome.

Chi gioca invece, non solo con le fotografie, ma anche con i supporti, le cornici, alle volte anche intervenendo direttamente sulle fotografie stesse, sono gli autori B. Ingrid Olson ed Em Rooney: il primo riflette sull’identità dei soggetti presentando i lavori con effetti a specchio metaforici, il secondo lavora sulle fotografie dell’archivio di famiglia.

Per chiudere Yazan Khal mette in mostra un video che riprende una ragazza intenta a confondere i software che operano nell’ambito del riconoscimento facciale. Il titolo del video è “Hiding Our Faces like a Dancing Wind”

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La nostra selezione di mostre

Mostra collettiva online, Immanence.
PHmuseum.com. Fino al 21 maggio

Con parole di figlio, 50 scatti a Pasolini nel 1960 di Federico Garolla
Centro Studi Pier Paolo Pasolini,  Casarsa della Delizia. Fino al 15 luglio.

Africa Africa, Exploring the now of African design and photography.
Palazzo Litta, Milano. Fino al 2 Aprile

Spazi invisibili, Ljubodrag Andric.
Galleria Mimmo Scognamiglio Artecontemporanea, Milano. Fino al 9 Aprile.

Rassegna stampa

Speriamo non vi siate persi la notizia che riguarda il profilo Instagram The Subway hands; qui vengono raccolte fotografie scattate alle mani di estranei in metropolitana. La notizia è stata diffusa da Mashable e ripresa qui in Italia da Rivista Studio.

Se proprio doveste essere appassionati di mani vi consigliamo di seguire il profilo TheFistPhotos. L’account è gestito da Francesca Serravalle che cura la selezione storica di fotografie in cui sono rappresentati personaggi con il pugno chiuso.

Restiamo in tema profili da seguire, e dato che è domenica: Chiusodidomenica

La fotografia più costosa al mondo sanno tutti qual è (forse non tutti sono aggiornati: è questa, non questa), mentre il mercato dell’attrezzatura fotografica passa un po’ più in disparte. Il 10 marzo è stata battuta all’asta una Leica del 1923 a due milioni di  euro.

Letizia Battaglia ha deciso di cercare la famosa bambina col pallone. Per farlo ha pensato di rivolgersi a Chi l’ha visto? Dopo una settimana è riuscita a trovarla ed incontrarla per scattare  una nuova fotografia.

Nella precedente rassegna vi avevamo segnalato il programma espositivo del Festival di Fotografia Europea, questa settimana vi ricordiamo invece i vincitori della call Giovane Fotografia Italiana, dedicato a fotografi under 35: Marina Caneve, Alice Caracciolo e Cemre Yesil, Valeria Cherchi, Tomaso Clavarino, Lorenza Demata, Carlo Lombardi, Francesca Zoe Paterniani. I fotografi saranno esposti a Palazzo Magnani a Reggio Emilia.

Un breve profilo del fotografo russo che scatta le sue fotografie con l’iPhone e che ha fatto parlare molto di sé nell’ultimo periodo.

Il National Geographic in occasione del numero di Aprile “The race issue” fa una analisi del suo passato, di come ha trattato l’argomento nei decenni precedenti, in particolare nei confronti delle persone di colore. Susan Goldberg, editor del magazine, ha chiesto a John Edwid Mason, un professore specializzato in storia della fotografia e storia dell’Africa, di cercare tra gli archivi del National Geographic le storie in cui si parlavo di persone di colore e di come queste siano state trattate da editori, scrittori e fotografi.

Una conversazione con la fotografa Candida Höfer, che ad aprile riceverà il premio “Outstanding Contribution to Photography”, nell’ambito dei Sony World Photography Award del 2018. Nelle ultime edizioni il premio è stato assegnato a fotografi come Martin Parr, Elliott Erwitt,William Klein e tanti altri.

Reportage online

Inside North Korea: The Photographs That Moved Them Most, Time
Il Time ha deciso di chiedere ad undici fotografi di pescare dal proprio archivio una fotografia significativa che riguardasse la Corea del Nord e di commentarla.

A Joyous, Mysterious Portrait of Rural American Boyhood, The New Yorker
La fotografa olandese  Robin de Puy ha trovato in un ragazzino di quindici anni, originario del Nevada, il ritratto dell’adolescena in una America rurale. Ne ha tracciato una storia incentrata su Randy, il ragazzo, in maniera intensa, viva.

100-faces-of-rohingya-refugees, Al Jazeera.
Il fotografo showkat shafi ha ritratto cento persone che si trovano costrette a vivere al centro per rifugiati di Cox’s Bazar. Il giornale presenta uno slideshow dove vengono proposti i ritratti in ordine di età.

Libri

The pigeon photographer, edito da Nicolò Degiorgis e Audrey Solomon

Il libro raccoglie fotografie, la cui autorialità, come scrive Michele Smargiassi in una interessante analisi del libro è dubbia: “di chi sono le fotografie raccolte in questo libro?, nel senso di chi ne è davvero l’autore: Neubronner, il piccione, la fotocamera, tutti e tre in quota parte?”. La casa editrice Rorhof  scrive che il libro è “un viaggio nell’archivio di fotografie di Julius Neubronner (l’uomo che ha brevettato il sistema di Fotografia aerea con i piccioni, ndr), ricordando la prima persona che ha provato a guardare il mondo dl punto di vista degli uccelli.

NE.MO, numero 1, a cura di Net.fo

Net. Fo, Network Italiano Fototerapia Fotografia Terapeutica  Fotografia ad azione Sociale, ha pubblicato online il primo numero della rivista NE.MO.  Si tratta di una rivista in cui sono proposti diversi contributi da parte di professionisti del settore e fotografi che hanno avuto con la fotografia un rapporto non solo di tipo narrativo ed estetico. Da anni si parla di questo tema e della sua effettiva funzione sociale o terapeutica. Il prodotto risente molto dell’influenza di Judi Weiser, una delle maggiori promotrici di questo sistema di utilizzo delle fotografia.  E’ possibile scaricare gratuitamente la rivista QUI

Alla prossima!

— FIN —