in copertina: grab da uno show di Alex Jones

Abbiamo parlato con un’attivista della Victoria Soto Foundation, che tutti i giorni lotta contro i “truthers” secondo cui le stragi nelle scuole sono una messinscena.

 

Gli Stati Uniti hanno un problema con i massacri nelle scuole: le persone che si ostinano a negarli. Elementi particolarmente tossici del già alienante ecosistema dei “truthers,” sono complottisti che credono che tutte le sparatorie avvenute nelle scuole statunitensi — ultima quella in Texas, dove pochi giorni fa uno studente di 17 anni ha fatto 10 morti — siano solo delle messe in scena, con centinaia di comparse, architettate dal governo. Lo scopo: plagiare l’opinione pubblica e spingerla ad accettare restrizioni sul possesso di armi, attualmente garantito dal secondo emendamento della Costituzione.

A dar loro credito c’è anche il presidente Donald Trump, che è molto vicino a un personaggio come Alex Jones, secondo cui la strage del 2012 alla scuola elementare Sandy Hook, in Connecticut, è stata una grande bufala. Secondo Jones, infatti, le sue 27 vittime non sono mai esistite. “La storia ufficiale della Sandy Hook ha più buchi del formaggio svizzero,” ha dichiarato l’opinionista (o forse dovremmo dire troll professionista). Jones gode di un largo seguito: il suo sito, Infowars.com, nel 2017 è stato visualizzato da una media di 6,72 milioni di utenti unici al mese.

Nelle ore immediatamente successive alla sparatoria di Santa Fe, in Texas, la macchina della propaganda per le armi si è immediatamente riattivata per inquadrare anche questa strage nella propria narrazione complottista.

Nel contesto fantasy del cospirazionismo statunitense i truthers questa volta sostengono addirittura che QAnon, la loro supposta gola profonda alla Casa bianca dentro le operazioni segrete dello Stato, avesse predetto un’operazione “false flag” con poche ore di anticipo.

Un’altra personalità del web cospirazionista, Laura Loomer, una “giornalista investigativa” che si è data da sola questo titolo, teorizza che la risposta degli ospedali e delle forze dell’ordine sia stata troppo efficiente perché la strage fosse vera, arrivando a sottolineare come di recente l’ospedale più vicino avesse concluso una simulazione per una “strage di massa.”

Questo tipo di esercitazioni, però, sono drammaticamente normali negli ospedali statunitensi: si devono fare una volta ogni quattro mesi, per cui ce n’è sempre una “recente” — è il loro stesso scopo.

Ma se i morti sono finti, anche i loro genitori mentono. Nel 2015 l’Atlantic University della Florida ha licenziato un suo docente, James Tracy, titolare del corso di “Informazione indipendente”, perché pretendeva che i genitori delle vittime della Sandy Hook dimostrassero che i loro bambini fossero veramente esistiti.

“I cospirazionisti negano che la nostra tragedia sia reale. Ci perseguitano e ci accusano di essere agenti del governo, di simulare il nostro lutto e di mentire sulla nostra perdita,” hanno denunciato Leonard e Veronique Pozner, genitori di Noah, ucciso a 6 anni alla Sandy Hook. Nel dicembre 2016, Leonard Pozner ha fatto condannare a 10 mesi una di loro, Lucy Richards, 58 anni, perché lo minacciava di morte. Ma Pozner è andato oltre: con la onlus Honr, intenta azioni legali contro chiunque osi molestare i sopravvissuti delle stragi.

Ryan Graney

Ryan Graney

Fermare del tutto i truthers delle stragi, però, sembra impossibile. “Colpa” del primo emendamento, quello sulla libertà di espressione, che gli consente di tormentare i parenti delle vittime con insinuazioni e accuse. “Online è difficile perseguirli. Solo quando i loro post diventano violenti, la polizia può intervenire. Ma accade di rado” rivela a the Submarine Ryan Graney, 36 anni, da 5 volontaria della Victoria Soto Foundation, nata per ricordare Victoria, la maestra uccisa a 28 anni alla Sandy Hook, mentre cercava di difendere i suoi alunni dalla furia di Adam Lanza, che alla fine della strage si è ucciso.

In una foto diventata famosa, la sorella di Victoria, Carlee, il giorno della strage, di fronte alla scuola dove Adam Lanza aveva messo in atto l’inferno, urla disperata al telefono: le hanno appena comunicato che tra le vittime c’è anche Vicki. Per i cospirazionisti, in quella foto, Carlee finge. Di più: è un’attrice scritturata ad ogni massacro. “In qualsiasi strage, qualsiasi ragazza abbia i capelli mori, è Carlee, secondo loro. Dicono che c’è lei ad ogni sparatoria. Cercano di trovare le somiglianze, si aggrappano anche al minimo dettaglio per cercare di dimostrare che quel massacro non è stato reale,” racconta Ryan.

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Le minacce alla famiglia Soto sono di tutti i tipi. “Vanno dal ‘siete bugiardi e Sandy Hook non è mai avvenuta’ fino a quelle di morte. Alcuni sono molto aggressivi. Le minacce violente le denunciamo alla polizia. Un uomo si fece avanti alla maratona in memoria di Vicki, fu subito arrestato. Ora è in libertà vigilata e non può contattare la famiglia Soto in nessun modo,” spiega Ryan.

Ma online le cose si fanno difficili: i complottisti, sui social, scrivono impuniti. “Twitter rende quasi impossibile controllare le loro molestie. Finché piattaforme popolari come Facebook, Instagram e Twitter non adotteranno misure immediate e dure per controllarle, queste persone, su Internet, avranno sempre una patria.”

Le famiglie delle vittime sono sole a combattere contro i truthers. Nessun politico, infatti, si è schierato apertamente con loro. “Chris Murphy, un senatore del Connecticut, ci ha provato. Purtroppo con l’elezione di Donald Trump, i cospirazionisti hanno ritrovato un senso di spavalderia, soprattutto perché Trump considera Alex Jones di Infowars.com un suo consulente,” ricorda Ryan.

Pure la National Rifle Association, la lobby delle armi americana, non prende posizione nei confronti dei cospirazionisti. “Loro pensano solo a una cosa: vendere pistole. La NRA si nutre della paura. Più la gente ha paura, più pistole vendono.”

Insomma, le famiglie delle vittime devono difendersi da sole. Così Ryan, per i Soto, ha messo a punto una tecnica, forse poco ortodossa ma molto efficace, per combattere i complottisti. Come primo passo ha fatto registrare il nome di Victoria Soto: adesso è un marchio e nessuno può usarlo senza incorrere in una violazione. “Uno dei modi più rapidi per far rimuovere un contenuto da Twitter, è proprio per violazione del marchio. Ero stanca di combattere con Twitter per dimostrare le molestie online, così mi è venuta l’idea di usare la violazione del marchio per far rimuovere i molestatori.”

Poi, quando un truther mette in dubbio che la Sandy Hook sia avvenuta, Ryan inizia a dialogarci. Gli fa delle domande precise. Lo provoca. Fino a che lui non viola un qualche termine di servizio del social su cui scrive.Conosco i termini di servizio di tutti i social e cerco di indurre i molestatori a violarli. È la maniera migliore per far rimuovere gli account. Magari vengono rimossi per motivi che non hanno niente a che fare con le cose orribili che dicono sui massacri, ma riesco a farli rimuovere, perché hanno detto qualcosa che viola i termini di servizio.”

— FIN —