Continuare a non capire l’arte contemporanea, tra le gallerie di Chelsea

Chelsea è quel quartiere a sud-ovest di Manhattan che è modaiolo e caro, e tra i luoghi che meno mi piacciono di New York.

Il perché della mia antipatia non è chiarissimo. Ha qualcosa a che fare con le aspettative del nome (Chelsea! L’arte! Il lusso!) e il generale disordine e anonimato del luogo, dove tutto costa molto e niente è troppo piacevole da guardare.

Può darsi che si esageri, e di certo molte persone saranno in disaccordo con me, ma di fatto di Chelsea mi piacciono il Whitney Museum e, moderatamente, la High Line, e questo è quanto. Le poche volte che per un motivo o per l’altro mi è capitato di fare una passeggiata da quelle parti non ho visto nulla — non uno scorcio illuminante, o un bar delizioso, o un parchetto bucolico —  che stuzzicasse la curiosità e invitasse a ritornare.

screen-shot-2018-05-19-at-15-07-34Così di Chelsea so poco o nulla, e sapendo poco o nulla anche di arte contemporanea, la prospettiva di un tour delle famose e numerose (più di duecento!) gallerie d’arte del quartiere non mi metteva di buon umore. Ma suppongo che lo scopo di una lista di cose da fare sia quello di costringersi a fare anche quelle cose che proprio non si vuole fare, nella speranza di trovare un’epifania. Che il clima e l’umore al giorno della gita urbana fossero particolarmente avversi alle epifanie in generale è un’altra questione.

Ho passato i due giorni precedenti al tour delle gallerie di Chelsea su Google, a ponderare sulla convenienza di una visita guidata, che mi aprisse gli occhi sui misteri dell’arte contemporanea e aumentasse così la probabilità della suddetta epifania.

Una guida offriva visite di minimo due ore per il modico prezzo di 200 dollari all’ora, minimo 400 dollari, e dopo aver brevemente considerato un improvviso cambio di carriera son passata oltre. Una seconda visita guidata per soli 20 dollari ha attirato la mia attenzione, ma dopo aver letto un’affascinante recensione su TripAdvisor che suggeriva alla guida in questione di farsi una doccia, e di smettere di domandare ai suoi clienti quale fosse il colore arancione, ho pensato fosse più saggio lasciar perdere. Che l’arte mi si sveli inspiegata e inspiegabile, probabilmente inaccessibile, ho pensato, e inaccessibile di fatto è stata.

Non ho ovviamente visitato tutte le duecento gallerie d’arte di Chelsea. Non sono matta. Ma basandomi su quelle che ho visitato — il cui numero sarà tenuto segreto per motivi di privacy e ambiguità sul grado di pigrizia dell’autrice — posso dire che sono per la maggior parte minimaliste e ben imbiancate, che all’ingresso per la maggior parte delle volte delle fanciulle vestite di nero vi squadrano da capo a piedi, e che di arte contemporanea io non ci capisco assolutamente niente.

Andando con ordine, ho osservato in religioso silenzio: un quadro gigantesco raffigurante una schiscetta con avanzi di broccoli e cavolfiore; vari tondi arazzi metallici che avevano un che dei furbi di quando eravamo bambini; il ritratto di una donna tutta rossa intenta a versarsi il contenuto di una bottiglia di vodka (latte? acqua?) nelle mutande; un paio quadretti con singoli seni di donna in stile natura morta; un suggestivo (per davvero) video di aliene inquadrature di autostrade di notte, con un’intervista all’inventore del telefono cellulare di sottofondo; una piccola collezione d’opere d’arte di Munari. Poi mi sono stufata e sono andata a bere uno spritz in un diner all’angolo. Parcheggiati all’ingresso dell’ultima galleria stavano in fila i suv neri, con i finestrini oscurati, dei compratori d’arte. Forse, ho pensato, le visite guidate da duecento dollari all’ora sono per loro.

L’Empire Diner, all’angolo tra la Decima Avenue e la Ventiduesima Strada, ha il fascino metallico di un diner d’altri tempi, le tovaglie bianche di lusso di un ristorante di Chelsea, e i camerieri stressati di un posto gestito male. Il bartender, in camicia nera e gilet turchino, ha preparato gli spritz in bicchieri troppo piccoli. Avevo mal di pancia e gli ho chiesto un antidolorifico. Lui si è messo a ridere. “Siete italiane?” ha chiesto allegramente a me e alla mia amica (santa accompagnatrice), e poi ha aggiunto “Non si va in giro a New York a chiedere antidolorifici alla gente. Penseranno tutti che stiate cercando delle droghe.” “Stavo parlando di un Advil,” ho chiarificato, pensando tra me e me che se stessi cercando delle droghe non andrei a chiederle al bartender di un posto fighetto a Chelsea (o forse sì). “Lo so, lo so,” ha sorriso lui, brillantemente. Ma comunque l’antidolorifico mica me l’ha dato.

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— FIN —