Vincitore della sezione Italiana.doc al Torino Film Festival, Diorama è un’opera che segue alcune storie emblematiche sul rapporto dell’uomo con la fauna che popola le città e i luoghi antropizzati.

Partendo da un gruppo di bird watchers che si muovono negli spazi più insospettabili di Milano, passando per delle cicogne che ogni anno nidificano sopra un laboratorio chimico, fino ad arrivare ai salvataggi di gruppi sterminati di rospi che tutte le sere rischiano di essere schiacciati dal traffico, il regista Demetrio Giacomelli dipinge le tinte ambigue di un rapporto – quello plurimillenario tra uomo e animale – che ancora oggi si declina nei modi più disparati, che siano essi di rispetto, di salvaguardia, di dominio o di morte.

Il risultato è un costante confronto con la natura degli animali rispetto a quella dell’uomo, confronto che si dispiega allo stesso tempo attraverso la diversità nella consapevolezza dello stare al mondo e nella conseguente fedeltà a se stessi, che gli animali hanno ma che a noi manca, ma anche nel rispetto per l’esistenza di ogni vita, che nei luoghi urbani viene invece ignorata e relegata agli angoli e alle periferie degli spazi, ma che in questo film recupera la sua evidente sacralità.

Quello di Diorama è uno dei numerosi e recenti casi di documentari di giovani registi italiani che con un budget ridotto all’osso riescono a usare il cinema del reale per raccontare mondi sconosciuti, che restituiscono una suggestione unica proprio grazie al verismo che li mette in scena. Abbiamo fatto due chiacchiere con il regista per capire meglio la nascita del progetto.

Perché Diorama?

È stata una scelta a posteriori, tendenzialmente preferisco i titoli corti perché danno più incisività al messaggio del film, e poi il significato combaciava alla perfezione: un diorama è una sorta di vetrina nella quale elementi appartenenti al regno vegetale o in questo caso animale sono presentati in una ricostruzione dell’ambiente naturale circostante.

Le storie che costellano il documentario sono, in qualche modo, periferiche come i luoghi in cui sono ambientate. Non deve essere stato facile imbattercisi Qual è stato il percorso che ti ha guidato verso di loro e verso i loro protagonisti?

Mi hanno sempre affascinato i parchi all’interno degli spazi cittadini, è bastata qualche passeggiata con Matteo Gatti e Matteo Signorelli, gli altri due autori, per imbattersi in un gruppo di persone che praticavano il bird watching e per scoprire che tra di loro si nascondevano storie e vite molto interessanti, assolutamente non comuni, a volte con forti conflitti al loro interno, che sono poi quelle che abbiamo tentato di raccontare nel film.

Mentre la donna che pratica il salvataggio dei rospi dalle strade durante la notte l’ho conosciuta perché anche io in più occasioni ho preso parte a questo tipo di azioni. È una persona davvero in gamba, nel film traspare da subito, e attraverso l’attività del suo gruppo di salvataggio racconto un po’ anche lei. Poi considera che il processo di gestazione e finalizzazione è stato piuttosto lungo, una volta trovata una produzione si sono poi aggiunte altre storie e in generale il documentario ha attraversato diverse stesure.

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Chi guarda il film non può fare a meno di porsi delle significative domande che hanno molto a che fare con gli ideali animalisti e spesso anche antispecisti. Quanto ti hanno influenzato queste tematiche nella stesura di questo documentario?

Io non sono mai stato antispecista e neanche particolarmente animalista, non più di quanto il buon senso non imponga di essere, non sono neanche vegetariano se è per questo. Sono capitato dentro queste storie per il fascino personale che ne deriva e per il legame tematico che le unisce, anche se sono apparentemente molto diverse le une dalle altre. Poi naturalmente l’avvicinarmi soprattutto all’ambiente del salvataggio dei rospi mi ha reso più prossimo a questo tipo di ambienti, che sono comunque pieni di persone cariche di un’umanità e di uno spirito di sacrificio non comune.

Si parla, per ora molto prudentemente, di una “nuova onda” del cinema italiano indipendente, con specifico riferimento ai documentari. C’è questo fenomeno secondo te oppure è solo una falsa impressione da “festivalari”?

Io non provengo dal mondo del cinema, ci sono capito abbastanza per caso, anche se adesso sto già lavorando a un altro film, questo basato soprattutto su materiale d’archivio, ma quello che ti posso dire, e che sto effettivamente avendo modo di vedere in questi pochi anni di esperienza sul campo, è che il documentario è diventato uno strumento molto più accessibile e stimolante per raccontare una storia di quanto non lo sia un prodotto di finzione, sicuramente per una questione economica, perché la produzione costa molto meno di un’opera di fiction, ma anche perché il dover seguire la realtà e i suoi sviluppi ti dà paradossalmente più libertà di quanto non te ne dia la finzione, per cui sì, c’è sicuramente qualcosa di nuovo in arrivo.


Diorama sarà proiettato domenica 20 maggio alle 21:00 presso il Circolo Malabrocca di Pioltello, a pochi minuti da Milano, all’interno di una rassegna dedicata al documentario e alle sue varie declinazioni.

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