Dopo un fine settimana passato a porte chiuse per stendere il “contratto del governo del cambiamento,” sembra che Salvini e Di Maio si siano presentati al presidente Mattarella a mani vuote.

Un colpo di scena difficilmente spiegabile considerato come la retorica, nelle ore precedenti, sembrava quella di chi ormai si presenta a giochi fatti: era emerso un nome — piuttosto creativo, diciamo così: Giulio Sapelli, docente della Statale di Milano — per un candidato premier, sembrava ci fosse l’accordo su un programma politico.

Poi Di Maio e Salvini sono usciti dall’incontro con Mattarella cantando un’altra canzone. A porte chiuse, non è chiaro quanto al tavolo tra le due forze politiche o a quello comune con il Presidente, il governo della coalizione gialloverde è diventato “quello dei prossimi cinque anni,” parola di Di Maio, nonostante su tantissimi temi le due forze politiche partano da “notevole distanza,” parola di Salvini. Si tratta di uno scenario piuttosto diverso da quanto anticipato nei giorni scorsi, che vedeva piuttosto immaginare un governo di progetto di durata relativamente breve, sui tanti punti che Lega e 5 Stelle condividono. Non per niente la Lega era stata riconosciuta come interlocutore prediletto fin dal giorno successivo le elezioni dal partito di Casaleggio.

Ma se la Lega e il Movimento 5 Stelle su questi fronti sono così vicini, perché improvvisamente si allontanano? Il tentativo è quello di allargare gli orizzonti politici del governo di coalizione, riconducendo la politica italiana a un sostanziale bipolarismo.

L’intervento di Salvini, molto piú denso di dettagli del solito papello di Di Maio, che potrebbe essere stato generato da un algoritmo, ha evidenziato al contrario alcuni fronti su cui i due partiti dicono di dover ancora trovare una mediazione.

  • La Legge Fornero, da eliminare “andando fino in fondo”
  • Migrazioni, perché Salvini si rifiuta di “pensare all’ennesima estate e autunno di business dell’immigrazione clandestina in saldo”
  • La legge sulla legittima difesa, “ci siamo impegnati e dobbiamo approvarla”
  • Europa, per definire una “nuova posizione dell’Italia.”

Si tratta di una lista sorprendente non solo per temi scelti, ma per la sua stessa esistenza: da quando è nato il Movimento 5 Stelle ricalca la propria identità nazionale partendo dalla negazione delle posizioni del proprio avversario, in un pacchetto ideologico instabile e estremamente malleabile, dove la svolta contro i migranti di Di Maio convive senza problemi con il garantismo espresso di fronte ai temi europei in campagna elettorale — solo per riaprire al referendum sull’euro attraverso le dichiarazioni creative del padre emotivo Beppe Grillo.

I programmi di M5S e Lega su legge Fornero e migrazioni, in particolare, sono vicinissimi: se queste difficoltà sono un colpo di scena, sono un colpo di scena scritto male, imprevedibile, o calato dall’alto. Abbiamo provato a ripercorrere il percorso dei due partiti lungo questi quattro temi, ma è quasi impossibile individuare quali siano le ragioni per cui nel corso del fine settimana siano emersi dettagli che impediscono la formazione del governo. È più facile, insomma, spiegare questo allargamento in un altro modo.

Legge Fornero

Sul programma depositato presso il Ministero dell’Interno, il Movimento 5 Stelle scrive: “Superamento della legge Fornero: Quota 41, Staffetta generazionale, Categorie usuranti, Opzione donna.”

La Lega scriveva, nel proprio documento: “Azzeramento della legge Fornero e nuova riforma previdenziale economicamente e socialmente sostenibile.”

Non ci sembrano differenze incolmabili. Tant’è che nemmeno una settimana fa legge Fornero e migranti erano dati come due degli argomenti per i quali tra le due forze c’era sintonia.

Una nota emessa nella sera del 10 maggio, al termine dei lavori del giorno, leggeva: “Dal confronto di oggi sono emersi numerosi punti di convergenza programmatici sui quali continuare a lavorare: superamento della Legge Fornero (…)” Com’è successo che le pensioni siano passate dal primo punto di convergenza, a uno su cui ci sono difficoltà?

Migranti

Il programma del Movimento 5 Stelle, riporta, al proprio ottavo punto: “Stop al business dell’immigrazione: Rimpatri immediati per gli irregolari; 10000 nuove assunzioni nelle commissioni territoriali per valutare in un mese come negli altri paesi europei se un migrante ha diritto di stare in Italia o no.” La Lega scriveva concetti simili, seppure con un linguaggio un po’ piú muscolare.

Misurare la violenza con cui i due partiti abbiano effettivamente in mente di affrontare la situazione migratoria è impossibile a causa dei programmi estremamente farraginosi presentati dalle due forze politiche. Certamente il razzismo è un elemento identitario molto piú forte per la Lega di Salvini che per il Movimento 5 Stelle, ma fu proprio il blog di Beppe Grillo, con quel famoso post di Luigi Di Maio, a svoltare negativamente il dibattito attorno all’operato delle Ong.

L’argomento, comunque, era stato piú volte evidenziato da entrambi i partiti come un punto di contatto.

Legittima difesa

Questo è forse l’unico punto su cui è possibile rilevare un sostanziale scollamento tra le due forze. Salvini, e da sempre la Lega, sono pubblicamente schierati per un “gun right” molto statunitense, che preveda — sempre secondo il programma elettorale — che “la difesa sia sempre legittima.” (Se la difesa è sempre legittima quando diventa aggressione? Un dubbio che non ha mai attraversato la testa di nessun politico leghista.)

Di Maio alla retorica fascista della legittima difesa preferisce la retorica fascista della necessità di aumentare drasticamente le forze di polizia. Si tratta di un argomento su cui era stato direttamente attaccato anche dal Populista(vi abbiamo messo il link, ma se non lo cliccate siamo tutti piú contenti), che aveva scovato un post su Facebook del 2015 in cui il candidato premier della Casaleggio associati dichiarava che fosse imperativo “Togliere le armi dalle case degli italiani.”

(Non si può avere sempre torto)

Europa

Le nebbie del programma elettorale del Movimento 5 Stelle si fanno particolarmente fitte attorno alla posizione da tenere nei confronti dell’Unione Europea. In materia sul programma elettorale il partito ha scelto di non dedicare nemmeno una riga, e durante tutta la campagna elettorale Di Maio ha cercato di dare al partito un’immagine “garantista” agli occhi delle istituzioni europee, oltre che a un elettorato che poteva essere spaventato dal sovranismo aggressivo della Lega.

Secondo Di Maio l’Europa era la nostra “casa naturale,” e non c’è piú margine per uscire dall’Euro. Ma le posizioni del capo politico sono relativamente isolate — o per lo meno nuove — per il partito, che è tradizionalmente euroscettico. Dopo il fallito, maldestro, tentativo di matrimonio con l’ALDE di Guy Verhofstadt, il partito è ancora collocato nel gruppo Europa della Libertà e della Democrazia, insieme al britannico UKIP.

Nella malleabilità post–ideologica del Movimento 5 Stelle sembra impossibile immaginare che proprio il rispetto di un’autorità europea con cui i ponti sono stati bruciati ormai da anni sia un impedimento effettivo per la formazione di un governo di coalizione.

Proprio mentre scriviamo questo pezzo, Ruocco (M5S) è tornata sull’argomento, dimostrando di nuovo che il Movimento 5 Stelle, fuori dalle parole, è disposto ad accettare il compromesso sulle politiche europee.

Tutto questo non significa che Lega e 5 Stelle siano perfettamente sovrapponibili. È tuttavia molto degno di nota come i temi che davvero li separano — su tutti, la scelta tra il modello Lombardia e quello Toscana per la Sanità — siano finiti nel cassetto, e alcuni degli argomenti che erano stati dati per scontati siano ora problematici da sintetizzare.

Ignorando il meccanismo deviato per cui alla stesura di questo programma non stia partecipando chiunque poi dovrebbe occuparsi di presiedere il governo, ridotto da Di Maio in funzione di “esecutore.” Una minimizzazione che probabilmente preclude ai due partiti qualsiasi nome di rilievo potrebbero volere irretire per suggellare l’accordo.

Se Di Maio davvero sta ponendo forti resistenze sui temi europei, se i due partiti non stanno trovando accordo sulle politiche sulle migrazioni vuol dire che per la prima volta il partito di Casaleggio sta prendendo delle posizioni dichiarate su singoli fronti invece di adattarsi agli argomenti retorici in voga questo mese.

Sia chiaro: può sembrare controintuitivo, ma questo non significa che il governo gialloverde stia per saltare — l’annuncio di votazioni “con la base” indica che l’approdo a un accordo è imminente, e che bisogna iniziare i lavori per far digerire la svolta all’elettorato. Quello a cui stiamo assistendo è un processo diverso: se Movimento 5 Stelle e Lega si stanno preparando a un governo di coalizione di cinque anni, per quanto difficoltoso, hanno una sola necessità comune: allargare i propri orizzonti elettorali il piú possibile, sostanzialmente diventando i due poli centrali di quella che Di Maio chiama “Terza Repubblica,” appropriandosi di linguaggio e posizioni dei partiti che sanno di poter vampirizzare: Forza Italia, e, nel caso dei 5 Stelle, il Partito democratico. Un’operazione possibile in larga parte grazie alla malleabilità del Movimento 5 Stelle, che da massa informe può occupare lo spazio che si può dividere con la Lega di Salvini.

Se l’operazione avesse successo, entro pochi anni, Forza Italia potrebbe essere totalmente fagocitata dalla Lega di Salvini, complice anche l’età avanzata di Silvio Berlusconi. Ma, soprattutto, la riuscita del gioco vanificherebbe la pericolosissima scommessa di Matteo Renzi, che oggi ha deciso di attendere e raccogliere tra qualche tempo lo scontento — inevitabile — causato dal governo di coalizione: perché se e quando ci sarà dello scontento da raccogliere, il Partito democratico potrebbe già essere stato spinto al di fuori dell’effettivo dibattito politico, sostanzialmente ponendo fine all’esistenza del centrosinistra in Italia.

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