Realizzata dagli studenti della Scuola Civica di Cinema Luchino Visconti, la campagna Io non me la bevo affronta il tema dell’abuso di alcol con un linguaggio originale e senza moralismi.

Uno dei grandi problemi del dialogo inter-generazionale nelle nostre società sta nel predominio che “i vecchi” esercitano saldamente nel discorso “sui giovani:” questi ultimi — presi genericamente o inclusi in vari sottoinsiemi, dai millennial alla generazione Z — si trovano solitamente come realtà narrata da qualcuno che non ne fa parte. Soprattutto in una società ancora fortemente gerontocratica come quella italiana, tanto nell’economia quanto nella produzione culturale e nell’informazione, questa asimmetria conduce a situazioni di incomunicabilità che influiscono anche all’interno degli stessi gruppi generazionali.

L’esempio più evidente si può individuare nel modo in cui vengono affrontate nel dibattito pubblico le problematiche relative all’abuso di sostanze — dalle droghe all’alcol — o ai disturbi dell’alimentazione, fenomeni di “disagio generazionale” spesso trattati superficialmente e appiattiti in una generica demonizzazione, che li banalizza e allontana la possibilità di una discussione seria (come è successo, nelle scorse settimane, con il tema del bullismo nelle scuole).

Due decenni di titoli sensazionalistici sull’“allarme sballo,” uniti a leggi ottusamente proibizioniste e all’atteggiamento di alcuni esponenti politici, hanno prodotto, tra le altre cose, una reazione di segno opposto tra i diretti interessati: anche per questo, parlare di abuso da giovani a giovani — a partire dal semplice riconoscimento dell’esistenza del problema — spesso risulta difficile, quasi a dover rompere un tabù, pena il rischio di ricadere involontariamente negli schemi screditati del discorso “estraneo.”

Da La Repubblica di sabato 4/05

Da La Repubblica di sabato 4/05

Hanno provato a farlo i ragazzi della Scuola Civica di Cinema Luchino Visconti realizzando Io non me la bevo, una campagna sociale e di sensibilizzazione sul tema del binge drinking rivolta specificamente al target di età 11-24. La campagna comprende 4 brevi spot, realizzati interamente dagli studenti dell’ultimo anno della scuola — nell’ambito del modulo “Pubblicità” — molto diversi tra loro per tono e stile, ma finalizzati allo stesso scopo: affrontare un tema complesso, spesso trattato con ipocrisia e superficialità, con un linguaggio originale e non “distanziante.”

“La realizzazione degli spot coinvolge tutti gli studenti dei vari corsi triennali,” mi spiega Alessio, autore della sceneggiatura di uno degli spot, Tutto il resto non è noia. “L’ideazione e la scrittura sono curate dalla classe di sceneggiatura, che propone una ventina di idee a una commissione formata dal direttore della scuola e dai tutor di regia e produzione, che scelgono i 3-4 spot da realizzare. Poi parte la fase di produzione, con casting, ricerca location, eccetera. Tutto il processo punta a replicare nella maniera più fedele possibile l’iter di una reale agenzia di pubblicità.”

“La fase più lunga è quella della scrittura,” continua Alessio. “Gli studenti di sceneggiatura lavorano sui propri spot per circa un mese, partendo da un approfondito studio sul tema, che passa attraverso il confronto con le associazioni, esperti del settore e persone che vivono il problema sulla propria pelle. Questo confronto è essenziale. La fase di scrittura vera e propria dura molto meno rispetto alla ricerca che vi è alle spalle, che risulta una base fondamentale per non affrontare la tematica in maniera superficiale.”

Secondo dati ISTAT relativi al 2016, a una sensibile diminuzione del consumo di alcol giornaliero ha fatto fronte un aumento di quello occasionale, tra cui il cosiddetto binge drinking, che risulta “frequente” per il 17% della popolazione tra i 18 e i 24 anni. Gli effetti di un consumo smodato di alcolici, concentrato in singole occasioni, sono più dannosi man mano che si scende con l’età, per via della minore capacità dell’organismo di metabolizzare l’alcol. Ma far passare il messaggio, nel momento in cui ubriacarsi in compagnia riveste una funzione diffusissima di socializzazione e quasi di “rito identitario,” non è facile.

Quello delle pubblicità progresso è un terreno particolarmente minato: alcune campagne infelici a partire dagli anni Ottanta, tra testimonial di dubbio gusto, slogan ridicoli ed estetica kitsch, hanno contribuito a trasformare l’idea stessa di pubblicità progresso in un sinonimo di cattivo gusto e inadeguatezza.

“Abbiamo avuto grande difficoltà a cercare strade diverse da quelle che invitavano in maniera troppo didascalica a non bere,” conferma Alessio. “Siamo dovuti passare attraverso una fase in cui un po’ tutti avevamo questa difficoltà: far passare un messaggio forte senza essere banali. L’approccio ironico, anche attraverso l’umorismo nero, e quello emozionale ci sono sembrati i più efficaci da questo punto di vista.”

I quattro spot si muovono principalmente su questi due binari: tre scelgono di tematizzare l’abuso di alcol come rischio letale nelle sue più pericolose conseguenze, ma bilanciano l’inevitabile pesantezza del pensiero della morte con diverse sfumature di umorismo: il colpo di scena surreale inserito in un contesto apparentemente ordinario (Sveglia notturna), la personificazione animata degli organi interni (Ci vuole più Fegy), o una situazione paradossale (I rischi dell’alcol). In questo modo si cerca di essere seri senza cadere nel terrorismo psicologico, e soprattutto riuscendo ad essere divertenti.

Il quarto spot invece (Tutto il resto non è noia) non riguarda i rischi “biologici” dell’alcol, ma le sue implicazioni sociali: attraverso un dialogo, stavolta senza nessuna ironia, viene messo in scena il disagio adolescenziale dovuto al contrasto tra conformismo e individualità.

“Secondo me parlare di quel tipo di disagio è l’unica chiave possibile per trovare una connessione profonda con chi ha tra i 12 e i 18 anni,” mi spiega Alessio. “L’ironia può funzionare a tutte le età — anche se emergere è difficile, nel mare di cose pensate per far ridere che si vedono tutti i giorni su internet — ma con gli adolescenti penso che vada fatto uno sforzo in più, provando a raccontare quello che pensano, le loro insicurezze.”

“Nel nostro spot, la scrittura e poi la visione del regista e il montaggio hanno provato a fare questo: fornire delle immagini con una certa ricerca estetica, senza una cronologia precisa, che raccontassero un sentimento e aprissero una porticina, un coming of age, verso un mondo dove il continuo binge drinking non è più necessario.”

Al momento gli spot sono trasmessi nei cinema del circuito Spazio Cinema, e sono stati al Milano Film Festival e al Bergamo Film Meeting. Accanto alla speranza di raggiungere i destinatari ideali della campagna, promuovendo un modello di divertimento più responsabile, c’è anche quella di dimostrare che una pubblicità progresso diversa dal solito, capace di affrontare tematiche complesse con una voce interna alla generazione di riferimento, senza cliché e bigottismi, è possibile.


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