I fantasmi d’Ismael, l’undicesimo film per il regista francese Arnaud Desplechin, presenta ancora una volta i temi e le figure chiave della sua filmografia.

Un’ampia retrospettiva toccata all’acclamato regista del nuovo cinema francese Arnaud Desplechin non poteva non coincidere con l’imminente uscita nelle sale italiane del suo nuovo film. Sembra infatti perfetta la scelta di presentare un focus sul regista di Racconto di Natale – uno dei suoi lavori più apprezzati – da parte dell’organizzazione del Rendez-Vous festival presso il Nuovo Sacher di Nanni Moretti.

La strada di Desplechin è sempre stata lastricata – come dimostrato ancora una volta dalla scelta dei film al festival – da una certa tortuosità espressiva e narrativa, che nella sua ultima opera viene portata alle sue espressioni più consce e massificate. Les fantomes d’Ismaël è stato presentato fuori concorso alla scorsa edizione del Festival di Cannes e uscirà in Italia il prossimo 25 Aprile, distribuito dalla mano accorta di Europictures. 

Il regista Ismaël Vuillard sta girando un film ispirato a suo fratello Ivan ma viene interrotto per l’apparizione della moglie, creduta morta vent’anni prima, e figlia dell’amico e mentore cinematografico Bloom. Il ritorno della moglie riporta alla luce sentimenti e turbamenti che si innescano in una spirale di voci dal passato e intrappolano di nuovo la vita del regista.

Un film, l’undicesimo per il regista francese, con un sicuro impatto narrativo, che presenta ancora una volta alcune figure chiave della filmografia di Desplechin come i nomi di Daedalus, Ivan, Sylvia, Henri, la cittadina provinciale di Roubaix e molte delle tematiche a lui care come il tema del doppio, dell’identificazione religiosa e, ovviamente, del sentimento amoroso, sempre più inquieto e passionale.

I corpi di queste espressioni sono ancora una volta Mathieu Almaric, fedele scudiero delle meta-rappresentazioni registiche di Desplechin sullo schermo, accompagnato questa volta da una moglie che visse due volte, una hitchockiana Carlotta, interpretata da Marion Cotillard e l’amorevole compagna astrofisica Charlotte Gainsburg. A loro si aggiungono l’ottimo Luis Garrell, nei panni di Ivan Daedalus, Alba Rohrwacher e Laszlo Szabo nel ruolo del regista Henri Bloom.

Fantasmi che aleggiano intorno alla vita e ai ricordi del protagonista Ismaël Vuillard, così come tanti altri film che non riescono a sganciarsi dalla sua immagine. 

Desplechin ha infatti affermato che il film è composto da cinque altri film, amplificando quelli che erano stati i tre momenti filmici del precedente Trois souvenirs de ma jeunesse, portando il discorso a infittirsi ancora di più di sottotrame thriller, noir, spy e tingendoli con il sentore esistenziale tipico, non solo di Desplechin, ma di tutta la nuova corrente del cinema francese.

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L’impianto letterario prende le mosse da quella letteratura tortuosa che ha sempre intrigato Desplechin, quella di Proust, di Joyce, di Eliot, e risulta ancora una volta capace di instillare al film quella profondità espressiva e strutturale di lavoro in fieri – come spiega il regista poco dopo la proiezione in sala – partito da un’idea di spy-story e pian piano modificato con una storia sempre più orientata al suo dipanarsi più approfondito. Talvolta però sembra che più di un allargarsi, lo spettatore assista ad un inviluppamento su se stessa della narrazione di Desplechin, che si lascia andare a quello che potrebbe molto probabilmente essere ancora una volta imputato come vizio di forma. Un po’ quello che aveva già contaminato la realizzazione di Trois souvenirs de ma jeunesse. 

Si sente ancora una volta il Bergman di Persona, l’Hitchcock di certe tensioni di sguardi, oltre che di Vertigo, la Nouvelle Vague di Godard, e si sente obbligatoriamente lo stesso richiamo a tutta la filmografia del regista stesso — più di quanto egli stesso voglia ammettere.

Eterni revenants: i fantasmi, i sogni e i ricordi di Ismaël sono le figure – o i simboli, per dirla à la Bergman – di un mondo che trascende le immagini del film ma si declina in quel mondo letterario e cinematografico ben oltre lo schermo e ben al di là dei realismi affascinanti di corpi e sentimenti che lottano all’interno dell’io per trovare la loro verità e il loro tempo.

Les fantomes d’Ismaël è un film complesso, poetico e profondo che pone ancora una volta le direzioni di un cinema – quello del nuovo corso francese e di Desplachin – orientato verso la sperimentazione godardiana. Come quest’ultimo, anche il manierismo latente del regista potrebbe far storcere il naso e dimenticare la grande qualità del cinema presentato in queste strutture e cornici specifiche.

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