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“Con Antique Beats siamo tornati alle origini e abbiamo composto con la stessa libertà creativa che caratterizza i nostri live show.”

Nel 2014 il progetto The Sweet Life Society si concretizza in Swing Circus, un gioiellino electro-swing che ha portato la (big) band in giro per Italia e Europa. Da allora i torinesi sono cresciuti parecchio e ieri hanno finalmente pubblicato Antique Beats, un disco più maturo e variegato. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con loro per comprenderne più da vicino la sua nascita.

Ascoltando il nuovo disco salta subito all’orecchio un cambiamento di rotta: c’è meno swing e più commistione di generi, flow hip hop, sonorità elettroniche degne del miglior pop, ma anche suoni afro e ska mescolati con raffinato sperimentalismo. Cosa vi ha ispirato?

In realtà questa mescolanza di generi rispecchia molto ciò che da anni facciamo dal vivo, il disco precedente, uscito per Warner Italia, voleva essere il primo lavoro italiano di musica electro-swing, ma è stato più un esperimento discografico che una fotografia di ciò che eravamo in quel momento. Con Antique Beats siamo tornati alle origini e abbiamo composto con la stessa libertà creativa che caratterizza i nostri live show.

La vostra musica è sicuramente portatrice di una ventata d’aria internazionale, e infatti è stata subito riconosciuta come tale anche all’estero. Perché allora mantenete comunque delle strofe o dei titoli in italiano nei vostri pezzi? È una sorta di rivendicazione delle vostre origini?

Si tratta sempre di libertà creativa, quando componiamo non ci diamo delle regole, ovviamente i nostri ascolti sono molto più internazionali che italiani ma c’è anche da dire che, per la nostra esperienza, all’estero sono molto più sensibili al suono stesso che alla lingua utilizzata per cantare.

Il genere che proponete purtroppo in Italia è ancora abbastanza di nicchia; artisti simili, come Caro Emerald e Parov Stelar, riscuotono successo con il tormentone estivo ma vengono subitaneamente dimenticati dalla maggior parte degli ascoltatori. Voi, che avete suonato per nazionalità diverse di pubblico, cosa ne pensate del mercato italiano?

All’estero sia il pubblico che i promoter sono indubbiamente più curiosi e recettivi ma c’è da dire che in Italia ci sono molte nicchie di “music lovers” che attraverso festival, trasmissioni radio e blog permettono alla musica più underground di circolare. Fortunatamente con internet i confini della musica sono cambiati molto e, nonostante il mercato istituzionale, è comunque più semplice di quanto non lo fosse una volta raggiungere una fetta di pubblico e critica potenzialmente interessata a quello che fai.

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È chiaro nei vostri lavori che ascoltate moltissima musica. Quali sono gli artisti cui guardate con maggiore ammirazione?

Sicuramente Fat Freddy’s Drop sono la band che più in questi anni ci ha ispirato — abbiamo anche avuto la fortuna di aprire per loro al Carroponte a Milano; poi sicuramente artisti della scena francese come Chinese Man e Panda Dub e Smokey Joe and The Kid; per quanto riguarda l’Italia invece sentiamo affinità con produttori come Dj Khalab, Clap Clap e Populous.

Il vostro curriculum riporta tantissime esibizioni dal vivo, tra cui anche Glastonbury. Immagino che vi venga costantemente ricordato, ma insomma, è un po’ il sogno di tutti gli amanti della musica andarci, figuriamoci suonarci! Queste occasioni vi hanno dato modo di scambiare opinioni con artisti con cui magari pensavate di non avere affinità?

Più che questo sono i festival stessi ad essere per noi occasione di scambio, tant’è che ogni volta cerchiamo sempre di viverli il più possibile. Spesso i festival inglesi e alcuni festival nordeuropei, oltre ad avere palchi e bancarelle come i festival che vediamo in Italia, sono dei veri e propri mondi a parte, esperienze immersive fatte di arte, libera espressione, musica e colore… Ad esempio quest’anno suoneremo per la quarta volta al Boomtown Fair, cercatelo su YouTube per capire a cosa ci riferiamo.

Per quanto riguarda incontri con artisti, in questi anni è successo di tutto, i backstage dei festival sono luoghi magici per noi amanti della musica, dove negli anni abbiamo avuto modo di incontrare i personaggi più disparati, da Skrillex a Emir Kusturica, passando per Major Lazer, Kendrick Lamar, Alborosie, Chinese Man, Mark Ronson e tanti altri… Gli aneddoti si sprecano.

Il prossimo tour tocca praticamente tutta l’Italia. C’è una città in cui preferite suonare, dove pensate che il pubblico sia più recettivo nei vostri confronti?

Ci sono luoghi in cui siamo indubbiamente più conosciuti come Torino, la nostra città, o Genova dove ci siamo esibiti molte volte. Ma ogni concerto è una sorpresa e non abbiamo pregiudizi né in positivo né in negativo ci piace lasciarci stupire e vivere appieno l’energia che ogni volta si crea.


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