Lo scontro politico tra Madrid e i sostenitori di Puigdemont è sempre più duro, ma nessuna delle due parti accenna ad accettare compromessi.

La notizia dell’arresto di Carles Puigdemont in Germania ha riacceso le tensioni in Catalogna, dove la situazione rimane fortemente instabile. A Barcellona si sono verificate proteste e duri scontri tra manifestanti e polizia (un centinaio di feriti, tra cui circa venti agenti, l’ultimo bilancio). A dimostrazione che quella catalana è ormai una ferita profonda nella società spagnola, destinata a riaprirsi, se non ad allargarsi, anche in futuro se le cose non cambieranno.

Andando oltre gli ultimi fatti di cronaca, ci sono alcuni elementi di questa vicenda che meritano attenzione. Uno di questi è la reazione di alcuni indipendentisti di fronte all’arresto del loro leader. Un buon riassunto è dato dalle dichiarazioni a caldo del portavoce del Parlamento catalano, Roger Torrent: “Nessun giudice, nessun governo e nessun amministratore pubblico ha il diritto di accusare e perseguire il presidente di tutti i catalani.”

Quella di Torrent è una presa di posizione di fatto irrilevante — perché il Parlamento catalano non può nulla in merito alle accuse contro Puigdemont — e inutilmente rigida, ma forse inevitabile nel clima politico spagnolo contemporaneo.

Roger Torrent

Roger Torrent

Da un lato va ricordato che le forze indipendentiste catalane negli ultimi mesi hanno agito in sprezzo delle istituzioni e delle regole democratiche, a partire dal rispetto della Costituzione spagnola e dei trattati internazionali. E che la maggioranza di governo può influenzare direttamente l’opinione pubblica tramite TV3, la televisione pubblica regionale che trasmette solo in lingua catalana. Dall’altro lato, il tempo per evitare l’attuale escalation è ormai così lontano da rendere difficile indicare un singolo colpevole.

Il governo e l’apparato giudiziario spagnolo, perseguitando gli indipendentisti con eccessiva perseveranza, stanno contribuendo ad alimentare le tensioni in Catalogna. L’emissione del secondo mandato di arresto europeo nei confronti di Puigdemont da parte dei giudici spagnoli proprio mentre l’ex presidente si trovava fuori dai confini del Belgio, col suo conseguente arresto-lampo grazie alla collaborazione della polizia tedesca, sa tanto di una trappola ben congegnata. Peraltro, va ricordato che il mandato precedente era stato revocato dagli stessi giudici lo scorso dicembre per paura che la magistratura belga emettesse un giudizio favorevole a Puigdemont.

Con l’incarcerazione in Germania del leader catalano, la magistratura spagnola ha dimostrato di non disprezzare l’uso della “giustizia ad orologeria.” L’emissione del mandato di arresto europeo per Puigdemont segue infatti l’arresto di Jordi Turull, l’ex consellers del governo catalano pronto ad essere scelto dai nazionalisti per sostituirlo alla presidenza della Generalitat. La misura dei giudici spagnoli, arrivata venerdì, portava all’annullamento dell’elezione di Turull, provocando anche in quel caso diversi scontri nelle strade di Barcellona.

La ricerca dei colpevoli da parte della giustizia spagnola non si ferma ai principali leader indipendentisti. Lunedì il Guardian riportava il caso di Clara Ponsati, economista all’Università di St Andrews (Scozia) ed ex ministro dell’educazione nel governo di Puigdemont. Anche per lei venerdì scorso la Spagna ha emesso un mandato di arresto europeo. “Nelle circostanza attuali, crediamo che sia legittimo credere che Clara sia finita nel bersaglio [dei giudici] per le sue idee politiche,”, ha dichiarato al quotidiano britannico la rettrice dell’università, Sally Mapstone, esprimendo grande preoccupazione per un possibile arresto di Ponsati.

I reati di “ribellione” e “sedizione” di cui sono accusati Puigdemont e i suoi ministri sono giustamente considerati un’enormità. Così come la pena prevista in caso di conferma dei capi d’accusa nel processo: fino a 30 anni di carcere.

Per questo negli ultimi mesi la giustizia spagnola assomiglia più all’inquisizione che ad un potere che opera nell’interesse dei cittadini.

Ormai è chiaro che nessuna delle due parti sia pronta ad accettare compromessi. Motivo per cui, in molti, tra cui la sindaca di Barcellona Ada Colau, stanno invocando l’intervento dell’Unione europea in qualità di mediatore. Tuttavia, è quasi impossibile, a meno di fatti clamorosi, che la Commissione Ue intervenga in quella che ritiene essere a tutti gli effetti una questiona interna alla Spagna.

Lunedì il vice-presidente dell’esecutivo comunitario, Frans Timmermans, ha espresso in modo franco il pensiero dell’istituzione: “Se non sei d’accordo con una legge, puoi dirlo, puoi protestare e fare in modo di cambiarla in modo democratico. Ma non puoi violarla, ignorarla e poi criticare il giudice per applicare una legge sulla base dello stato di diritto e della Costituzione,” ha detto Timmermans, quasi rivolgendosi chiaramente agli indipendentisti. Una posizione netta, che non ammette repliche, e si spiega in parte per la comprensibile ritrosia della Commissione a offrire legittimita’ internazionale agli indipendentisti; ma anche col fatto che il partito di Rajoy appartiene alla stessa famiglia politica di Jean-Claude Juncker (il Partito Popolare europeo). Del resto i tentativi di Puigdemont di portare la questione catalana a Bruxelles erano già falliti in precedenza, ai tempi dei suoi primi giorni nella capitale europea.

Di questo passo la tensione in Catalogna rischia di aumentare ancora di più. Da una parte a causa delle forze indipendentiste, dall’altro per l’incapacità di dialogare del governo di Rajoy. Quest’ultimo, ignorando negli anni le legittime domande di autonomia da parte dei catalani, ha fortemente contribuito ad esacerbare gli animi. Non è corretto parlare di “un ritorno al franchismo” come fa qualcuno, ma la gestione da parte di Madrid della questione catalana sta dimostrando un eccessivo ricorso alla forza, laddove servirebbero apertura al confronto e visione del futuro. Elementi che dovrebbero essere la base della politica, ancora prima che della democrazia europea.

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