Siamo dissidenti al di là della nostra volontà.” Storia di una band psichedelica che divenne icona dell’anticomunismo cecoslovacco — per caso.

La transizione della Cecoslovacchia dal comunismo alla democrazia liberale è passata alla storia come la Velvet Revolution, “la Rivoluzione di Velluto”. Come tutte le etichette appioppate a movimenti o frangenti storici, anche questa nasconde un coacervo di significati.

Il riferimento più noto è al pacifico svolgimento del cambio di regime, ottenuto senza che né manifestanti né forze armate statali sparassero un colpo. Un tratto che caratterizzò, in effetti, l’uscita di Praga dal socialismo, ma non solo quella: su suolo europeo, pressoché tutte le transizioni degli stati membri del Patto di Varsavia si conclusero senza morti, essendo spesso frutto di negoziazioni funamboliche tra una nomenklatura che cercava di salvare almeno la faccia e forze anti-comuniste risolute a sbarazzarsi in fretta dei relitti dell’apparato. A passare in rassegna i turbolenti mesi di fine ’89 oltrecortina, spicca anzi come eccezione la violenza che marcò la rivolta anti-comunista in Romania.  

Un secondo significato del “velluto” cecoslovacco rimanda al volto di quella rivoluzione: il drammaturgo engagé Vaclav Havel, intellettuale raffinato e fine pensatore, dalla retorica potente quanto misurata, così distante da Lech Wałęsa, il rubicondo e devoto elettricista di Gdansk eroe della decomunistizzazione polacca. Anche in questo caso, però, basta ampliare lo sguardo verso sud per trovare personaggi approssimabili a Havel come János Kis e Árpád Göncz, primo Presidente dell’Ungheria libera.

Un terzo significato di quel “velluto” è invece legato esclusivamente al cambio di regime cecoslovacco. Richiama una storia di dissidenza, musica, censura e concerti illegali spacciati per feste di matrimonio. Una storia che decolla timidamente in un angolo della capitale alla fine degli ’70 e si conclude con Lou Reed che sente per caso le cover delle proprie canzoni e scopre che dall’altra parte del globo i suoi Velvet Underground hanno innescato una rivoluzione. Questa è la storia dei Plastic People of the Universe.

Praga 1968. È passato meno di un mese dal tragico epilogo della Primavera di Praga, l’ultimo afflato di riforma del comunismo dall’interno. Il progetto di “socialismo dal volto umano” del segretario Aleksandr Dubček è stato stroncato dai carri armati del Patto di Varsavia.

Tra pochi mesi Dubček verrà relegato a guardia forestale; la sua prima apparizione pubblica avverrà solo vent’anni dopo, in occasione di un viaggio in Italia alla fine del quale rilascerà un’intervista esclusiva all’Unità. Uno sconosciuto autore di Brno coinvolto nell’insurrezione anti-sovietica, Milan Kundera, ha da poco visto la sua opera prima, Žert (“Lo Scherzo”), venire messa all’indice. Il 17 aprile dell’anno seguente Gustáv Husák verrà eletto Segretario Generale del Partito Comunista di Cecoslovacchia e per due decenni condurrà saldamente il processo denominato “normalizzazione”, mantenendo la società inerte, grigia e passiva. Almeno in superficie.

I Plastic People of the Universe spuntano così, come una spora emessa da un fiore reciso, in un ultimo atto di protesta. Sono figli del loro tempo, l’epoca della normalizzazione: non vogliono fare politica. Ma sono figli del loro tempo anche perché vogliono suonare, esprimersi, sperimentare; ribellarsi, a modo loro. Oltre ai Velvet Underground, si ispirano ai Doors, ai primi Pink Floyd. Dapprima cantano in inglese, reclutando al microfono Paul Wilson, un canadese che lavora come insegnante a Praga. I loro testi sono scarni, mistici, disperati. Il frontman, il bassista Milan Hlavsa, fa il macellaio.

Inizialmente provano a normalizzarsi anche loro, facendo richiesta dell’autorizzazione necessaria per potersi esibire in pubblico. Verdetto: la musica dei Plastic People potrebbe avere “un effetto sociale negativo sui giovani”, autorizzazione negata. Il gruppo non può che darsi alla macchia. In pochi mesi emergeranno come le stelle del sottobosco culturale praghese, popolato da una fauna di intellettuali, musicisti, scrittori, capaci di preservare la vitalità della produzione artistica cecoslovacca sotto il regime, a colpi di samizdat e audiocassette riprodotte artigianalmente.

Nell’era Husák, Il semplice voler suonare basta ad inimicarsi la Štátna bezpečnosť, la polizia politica. La band ingaggia allora una sfida con l’intelligence cecoslovacca. Un network di fan, noto come l’Organizzazione Invisibile, si inventa di tutto pur di farli suonare. Allestiscono concerti segreti, annunciati poco prima dell’inizio. Trasformano matrimoni (veri o presunti), feste popolari, party a casa di amici (e una volta addirittura un funerale, vero) in esibizioni eclettiche, dove reading di poesia e performance teatrali si intrecciano con la trama del concerto. Un trucco a cui ricorrono spesso è quello di farsi ospitare da band autorizzate, di cui aprono i concerti. A Praga è impossibile, ma nei borghetti sparsi per la Moravia e la Boemia l’escamotage per un po‘ funziona. Imparano a suonare in maniera furtiva, cercando di non allertare le autorità. Presto, tuttavia, la loro fama dilaga oltre. Le performance radunano centinaia di persone, assembramenti facilmente individuabili dalla polizia. Arrivano le prime bastonate, i concerti annullati, i fan riportati a casa con la forza.

Nel 1974 Ivan Jirous, l’istrionico manager della band, detto Magor (“il pazzo”), mette in piedi il Primo Festival Musicale della Seconda Cultura. Lo spirito dell’iniziativa è un j’accuse non particolarmente velato agli organi culturali di partito: “lo scopo dell’underground qui in Boemia è la creazione di una seconda cultura, una cultura che non sia dipendente dai canali di comunicazione ufficiali, dal prestigio sociale, dalla gerarchia di valori stabilita dall’establishment, si legge nella sua Relazione sul terzo risorgimento musicale ceco. Lo stesso anno la band incide clandestinamente il primo disco, o meglio alcuni fan registrano maldestramente delle loro performance live e riescono a cavarci un album. I testi sono perlopiù componimenti del poeta Egon Bondy, la cui produzione – non serve dirlo – è censurata. Il titolo del disco ci scherza sopra: Egon Bondy’s Happy Hearts Club Banned, un riferimento ironico al più celebre Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles.  

Il Secondo Festival Musicale della Seconda Cultura si tiene il 21 febbraio del 1976, in occasione del matrimonio di Jirous. Un mese dopo le autorità decidono che il gioco è finito: i Plastic People e la loro claque vanno annientati. Si scatena un’ondata di raid, molto materiale di registrazione viene sequestrato e distrutto. Una commissione del partito bolla i testi come “antisocialisti, decadenti, nichilisti, anarchici e clericalisti”. Wilson è espulso dal paese. Quattro membri del gruppo, oltre a Jirous, vengono incarcerati per “disturbo organizzato della quiete pubblica”. L’underground praghese perde la voce.

Se finisse qui, sarebbe un’ordinaria storia di repressione oltrecortina. Come in ogni commedia, tuttavia, c’è il coup de théâtre. Il deus ex machina  è uno sceneggiatore d’estrazione borghese, un attivista per i diritti umani poco più che quarantenne. Impressionato dalla fermezza degli accusati, deliberatamente refrattari a qualunque compromesso che potrebbe risparmiargli il carcere, Vaclav Havel prende a cuore il destino della band e si appropria di un motto coniato da Jirous, “vivere nella verità”. Spacciandosi per un cugino, riesce a passare un intero pomeriggio con i detenuti, facendosi raccontare per filo e per segno l’accaduto. Il suo reportage viene pubblicato su Free Europe e Voice of America. Grazie ai suoi contatti, inoltre, il processo ai Plastic People esce pure su Le Figaro, Libération, El Pais, Die Zeit. Acquisisce una dimensione paneuropea e cessa di essere una semplice processo ad alcuni musicisti: sul banco degli imputati finisce la libertà d’espressione in toto. Il rock non è mai stato così popolare a Praga. Davanti alla Pretura 150 persone osano radunarsi per invocare la scarcerazione immediata, tra loro anche alcuni dirigenti epurati in precedenza. Havel capta la trasversalità di questo supporto e fa il grande passo: fonda il movimento dissidente Charta 77, la prima opposizione organizzata che gradualmente eroderà le basi di consenso del regime comunista. I tempi sono maturi. Nel 1975 l’Unione Sovietica ha ratificato la Dichiarazione di Helsinki, impegnandosi a rispettare i diritti umani.

Usciti dal carcere, i Plastic People riprendono da dove avevano lasciato. La casa di campagna di Havel diventa il loro covo. Si scoprono, loro malgrado, icone della resistenza anticomunista, simboli della gioventù di un paese che sta solo aspettando il momento giusto per dare scacco matto alla gerontocrazia dominante.

Paradossalmente, quel momento giunge proprio un anno dopo che la band, estenuata dall’indefessa repressione statale, ha deciso di sciogliersi, o meglio di cambiare nome e stile, trasfigurandosi nei Půlnoc (“Mezzanotte” in ceco). Il 17 novembre dell’1989 fiumane di manifestanti chiedono a gran voce la fine del comunismo. Havel e Dubček si affacciano insieme dal terrazzo, una folla oceanica osanna il simbolo della Primavera di Praga. Lui, ormai settantenne, si commuove e abbraccia la folla. Il comunismo è finito. Anche quel giorno, Jozef Janíček, il tastierista dei Plastic People, è al pub a tracannare birra.

Il 29 dicembre dell’1989 Vaclav Havel viene eletto il Primo Presidente della Cecoslovacchia democratica. Tra i suoi primi atti, nomina Frank Zappa Ambasciatore speciale a Ovest per Commercio, Cultura e Turismo della Cecoslovacchia. A modo loro, anche i Plastic People diventano ambasciatori a Ovest: nel 1991 la label americana Arista li fa esordire in Occidente con City of Hysteria.

La Storia si rotola inarrestabile. Il primo gennaio del 1993, con una manovra di palazzo non certificata da referendum, i presidenti di Slovacchia e Repubblica Ceca confezionano il Velvet Divorce. Nonostante la maggioranza della popolazione sia contraria alla separazione (anche oggi), le due repubbliche si dividono: muore la Cecoslovacchia. Nel ventesimo anniversario dalla fondazione di Charta 77, Havel, presidente questa volta della sola Repubblica Ceca, invita il gruppo per una reunion nella location più prestigiosa di tutto il Paese, il Castello di Praga. Dopo una carriera quasi trentennale da dissidenti per caso, costretti a nascondersi e a muoversi nell’ombra pur di non abiurare, i Plastic People guardano le luci di Praga dall’alto per la prima volta. Gli astanti indossano abiti eleganti e applaudono con compostezza; alcuni tra loro sono comunisti riciclati, un tempo così meticolosi persecutori della band e della galassia ribelle che ci ruotava attorno. I Plastic People incassano i complimenti di rito e tornano in basso. L’anti-comunismo di maniera non fa per loro.

Il nuovo millennio coincide con la graduale discesa verso l’oblio. Nel 2001 un tumore stronca prematuramente Milan Hlavsa. È un colpo duro, all’improvviso viene a mancare l’elemento capace di agire da collante tra le diverse anime del gruppo. Dieci anni dopo, tocca a Jirous “il pazzo” dare l’ultimo saluto. Cambi di formazione, progetti paralleli e divergenze culminano nello scioglimento della band nel 2016.

Quello che rimane oggi dei Plastic People, pressoché dimenticati anche nella stessa Repubblica Ceca, è una lezione di dissidenza musicale e artistica in grado di assumere diverse forme senza mai rinunciare a sé stessa, senza mai diventare retorica.

Fino a qualche anno fa Jozef Janíček campava consegnando i pasti ad una scuola materna. Per i bambini l’ex-tastierista di quella band che una volta scatenò una rivoluzione era semplicemente “il signor Pranzo”. Lui, però, non era cambiato: “Una volta c’erano i soldati russi, oggi i turisti. Non so decider chi sia peggio. (..) Non mi considero meno sovversivo di quanto fossi a quei tempi. Non sono meno sovversivo nella società dello shopping, shopping, shopping di quanto non fossi nella società del socialismo, socialismo, socialismo. È ancora merda, solo merda diversa. (..) I Plastic People sono ancora i Plastic People. Devi ricordarti una cosa di questa band e della nostra cosiddetta rivoluzione: nessuno di noi è mai finito da nessuna parte. Questo è ciò che conta di piú.

— FIN —

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