Lo scrittore turco avrebbe dovuto ricevere l’onorificenza secondo una prima votazione. Poi l’inaspettato dietrofront delle autorità comunali — secondo molti, in seguito alle pressioni della Turchia. 

Orhan Pamuk, scrittore turco vincitore del Premio Nobel e fervente critico del governo di Erdoğan, avrebbe dovuto essere insignito della cittadinanza onoraria da parte della municipalità di Sarajevo lo scorso febbraio. La votazione era stata approvata in prima battuta con sette voti positivi e nessuno contrario, ma il risultato è stato ribaltato da una seconda votazione, che ha negato a Pamuk la cittadinanza con quattro voti negativi e tre a favore. La motivazione ufficiale del diniego dell’onorificenza sarebbe che Pamuk non abbia fatto nulla per la città di Sarajevo.

Emerge tuttavia una seconda verità. Damir Uzunović, direttore della casa editrice bosniaca Buybook, che aveva sponsorizzato l’iniziativa, sostiene che la ragione reale per il rifiuto siano i rapporti che la Bosnia intrattiene con la Turchia. Pamuk, aspro critico del governo turco, avrebbe potuto incrinare l’asse Sarajevo-Ankara, sostiene Uzunović. Il che lascia pensare che il passo indietro sia dovuto a pressioni dell’establishment turco piuttosto che a una decisione autonoma dell’amministrazione della capitale bosniaca.

Questo è stato sostenuto prevalentemente dalle opposizioni politiche dell’SDA (Stranka demokratske akcije, Partito d’Azione Democratica, il partito rappresentante l’etnia bosgnacca SDA guidato da Bakir Izetbegović, figlio del primo presidente bosniaco Alija Izetbegović), al potere a Sarajevo. Il partito Nasa Stranka, una delle poche formazioni politiche interetniche presenti in Bosnia, ritiene che la decisione sia stata influenzata sia dalle critiche di Pamuk alle politiche del presidente Erdoğan che da un sentimento di timore reverenziale nei confronti del presidente turco. Il portavoce del partito d’opposizione SDP (Socijaldemokratska Partija BiH, Partito Socialdemocratico di Bosnia ed Erzegovina) ha affermato che tale decisione è stata presa da persone che amministrano il Paese come un’enclave direttamente controllata da Erdoğan.

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Orhan Pamuk, infatti, oltre ad aver espresso forti critiche nei confronti del presidente turco, si è sempre battuto per il riconoscimento di maggiori diritti per la minoranza curda e, in occasione di un’intervista alla tv svizzera nel 2005, dichiarò: “Un milione di armeni e trentamila curdi furono uccisi in questo paese e sono l’unico che osa parlarne.” Per questo motivo fu incriminato dal governo turco — accusa poi decaduta l’anno seguente.

La Turchia non è nuova a pressioni nei confronti degli Stati balcanici. Immediatamente dopo il fallito colpo di stato tentato nel luglio del 2016, il governo turco aveva espressamente chiesto alla Macedonia di chiudere tutte le scuole legate al religioso e politologo turco Fethullah Gülen, considerato dalle autorità di Ankara come la mente del golpe.

I Balcani sono considerati dalla Turchia come un’area sotto la propria influenza, sulla quale poter esercitare pressioni in cambio di finanziamenti. La Turchia ha infatti aumentato negli ultimi anni gli investimenti diretti esteri (IDE) verso la regione, da 160 milioni di euro nel 2002 a 1.35 miliardi nel 2011. Tra questi, il Paese che sta beneficiando maggiormente dagli investimenti diretti esteri è proprio la Bosnia ed Erzegovina.

La Bosnia era diventata l’arena di scontro per eccellenza degli interessi delle potenze regionali del Medio Oriente. Oltre alla Turchia, la Bosnia ricevette sostegno anche da Paesi come l’Iran, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, interessati a imporre la propria egemonia sul neonato Stato, sfruttando la maggioranza musulmana lì presente. Questi Paesi offrirono il proprio sostegno soprattutto tramite l’invio di armi e foreign fighters. Specialmente le prime erano richiestissime dalla popolazione bosniaca sotto assedio, a causa dell’embargo imposto dalle Nazioni Unite a tutta la ex Jugoslavia. Una volta terminato il conflitto, questi paesi a maggioranza musulmana cercarono di imporre il proprio soft power finanziando la costruzione di moschee e altri centri religiosi islamici.

Attualmente, gli investimenti da questi Paesi prediligono maggiormente il settore turistico e  immobiliare. Gli Emirati, nel 2016, sono risultati essere il terzo Paese per IDE in Bosnia, con una cifra totale pari a 33.7 milioni di euro, mentre l’Arabia Saudita e la Turchia hanno investito rispettivamente 17.2 e 15.4 milioni di euro.  

I Paesi che maggiormente investono in Bosnia non sono tuttavia quelli musulmani, bensì la Croazia, con 60.8 milioni di euro nel 2016, e l’Austria, che ha investito per 37.8 milioni di euro. Quest’ultima, tra il 1994 e il 2016, risulta essere il Paese che ha maggiormente finanziato la Bosnia, con una quota totale di IDE pari 1,275 milioni di euro.

Una compagnia di edilizia di Dubai, la Buroj Property Development, sta attualmente costruendo quella che definisce come “la città turistica più grande di tutta l’Europa sud-orientale.” La città, che sorgerà vicino a Trnovo, verrà chiamata Buroj Ozone, dal nome della compagnia e per l’alta concentrazione naturale di ozono nell’area. La città potrà essere abitata da circa 40 mila persone e si rivolgerà a un pubblico con un reddito alto.

Nonostante questi investimenti, l’influenza della Turchia sulla Bosnia è al momento incomparabile con quella di qualunque altro paese musulmano. Infatti, l’SDA, al potere quasi ininterrottamente dall’indipendenza della Bosnia, è molto vicino anche ideologicamente alle posizioni espresse da Erdoğan e dal suo partito, AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi, Partito per la Giustizia e lo Sviluppo). Una liaison che rende facilmente ipotizzabile un possibile legame tra la decisione dell’amministrazione sarajevese e l’influenza turca.

L’influenza turca sui Balcani, iniziata già durante il collasso della Jugoslavia e in particolare con la dichiarazione d’indipendenza bosniaca e la guerra che ne seguì, è riemersa nei primi anni Duemila. Nel 2002 il futuro primo ministro Ahmet Davutoğlu elaborò la cosiddetta Dottrina della profondità strategica, nella quale sosteneva che le faglie createsi dal collasso del blocco orientale avevano creato un vuoto che poteva essere occupato, col fine di garantirne la stabilità, dalla Turchia per instaurare nuovamente la sua influenza. I Balcani, così come il Caucaso e il Medio Oriente, sono diventate così le regioni maggiormente interessate dalla politica estera turca. Tutte aree storicamente amministrate dalla Sublime Porta: si parla, infatti, di “neo-ottomanesimo”, ossia il tentativo della Turchia moderna di riguadagnare l’egemonia svanita dei tempi imperiali.


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