“La nostra lotta territoriale e politica non si esaurisce in questa campagna elettorale: ha un ampio respiro e ci permetterà di costruire un percorso anche al di là della scadenza delle elezioni.”

Montreuil (Île-de-France) — Per alcuni ennesima lista raccogli-tutto a sinistra, per altri una realtà come non se ne vedevano da anni, Potere al Popolo è nato a novembre dall’appello firmato dal centro sociale napoletano Je So’ Pazzo e dalle conseguenti 150 assemblee svoltesi su tutto il territorio italiano.

Non ho potuto che sorprendermi quando, a fine gennaio, un’assemblea è stata organizzata anche qui a Parigi, assemblea in cui ho visto personalmente affluire almeno una novantina di persone, fra interessati, curiosi e militanti. Iniziative simili sono state fatte un po’ in tutta Europa. La sorpresa è dovuta, fra le altre cose, al fatto che la lista di Viola Carofalo non è riuscita a presentarsi nella Circoscrizione Europea. Quindi la maggior parte dei presenti all’assemblea, eccetto i pochi che torneranno in Italia a votare, non hanno avuto modo di apporre un segno sulla stelletta rossa di PaP.

Sabato 10 febbraio ho incrociato e fotografato una parte di questi militanti parigini di Potere al Popolo a Place de La République mentre manifestavano la loro vicinanza alle vittime dell’attentato fascista di Macerata.

Ma cosa spinge degli Italiani in Francia a darsi alla militanza politica per una lista così giovane di cui molti, in Italia, continuano a ignorare l’esistenza? Li ho incontrati per chiederlo direttamente a loro, in una serie di interviste raccolte tra il 27 febbraio e il 1 marzo: ne è venuto fuori un insieme di esperienze personali, programmi politici, e immancabili paragoni tra l’Italia e la Francia.

È strano vedere un gruppo di Potere al Popolo a Parigi, in fondo non siete neanche candidati in Europa. Come mai avete deciso di costituirvi?

Michael: Il fatto che non ci sia una lista in Europa non ci svincola dalla responsabilità di costruire un movimento PaP anche a Parigi. Anzi, la nostra costituzione in assenza di una lista, seppur in qualche modo azzoppante, dimostra che il nostro obiettivo va oltre il 4 marzo.

Andrea, 23 anni: Come abbiamo più volte ribadito, per noi le elezioni rappresentano un mezzo, non un fine; per questo crediamo che sia importante creare un gruppo attivo e organizzato che sia in grado di interconnettere le lotte comuni tra Italia e Francia. Anche se non siamo candidati nella Circoscrizione Europa, pensiamo che la lotta territoriale e politica che possiamo portare avanti non si esaurisca in questa campagna elettorale, ma che abbia un ampio respiro e che ci permetta di costruire un percorso anche al di là della scadenza elettorale.

Ma per quale motivo non vi siete presentati nella Circoscrizione Europa? Ho letto che lamentate una sorta di boicottaggio da parte dei vari Consolati.

Chiara 36 anni: A causa della nuova legge elettorale Potere al Popolo è stata l’unica lista, in quanto partito di nuova costituzione, a dover raccogliere le firme anche per presentarsi all’estero. Si poteva però firmare solo nelle sedi dei Consolati (quindi in pochissime città, praticamente solo nelle capitali europee), in orari di ufficio impraticabili per chi lavora. Molte persone che si erano recate a firmare hanno affermato di essere dovute andar via senza possibilità di sottoscrivere la lista di PaP: per mancanza di personale lo sportello era chiuso, anche negli orari di apertura prefissati. Questi “ostacoli” hanno impedito il raggiungimento del numero di firme necessario alla presentazione della lista nella circoscrizione Europa e privato gli italiani residenti all’estero della possibilità di votare Potere al Popolo. Per questo abbiamo lanciato la campagna “adotta il mio voto,” in cui chiediamo a indecisi e astensionisti di aiutarci ad esercitare un nostro diritto, votando PaP al posto nostro.

Com’è andata la prima assemblea? Che reazioni ci sono state?

Andrea: la prima assemblea che abbiamo fatto a Parigi è stata sicuramente un successo, sia in termini di partecipazione numerica che di vivacità del dibattito che ne è scaturito. Rispetto ad altre città europee, dove erano già presenti gruppi di Potere al Popolo, la nostra prima assemblea è arrivata con qualche settimana di ritardo. Tuttavia, siamo riusciti a coinvolgere numerose persone, giovani, studenti, lavoratori, persone che vivono a Parigi da poco e da tanti anni. Una gran parte di questi era interessata a conoscere più da vicino l’esperienza politica di Potere al Popolo e il suo programma; molti altri erano direttamente interessati a partecipare attivamente all’organizzazione del gruppo. In questo senso, devo dire che le reazioni sono state più che positive: da un lato abbiamo avvicinato nuovamente alla partecipazione politica persone che non andavano a votare da anni, dall’altro abbiamo riacceso in tanti la passione e la voglia di lottare concretamente anche dall’estero per costruire qualcosa di grande, che restituisca Potere al Popolo.

Uno dei temi chiave e forse più problematici del vostro programma è quello sull’Europa. Da Italiano a Parigi, che tipo di atteggiamento vorresti che il Governo tenesse rispetto alle istituzioni dell’Unione?

Clara: Una domanda molto difficile. Perché ora come ora i trattati dell’Unione Europea legano di fatto le mani ai governi. Un governo dovrebbe mettere sul tavolo della discussione la revisione e l’annullamento di questi trattati (sul bilancio, sul debito pubblico, il trattato di Dublino per la circolazione dei migranti e quello di Lisbona) che sono estremamente nocivi per le economie del Sud e discriminatori. Il punto è riuscire a trovare il peso politico che permetta di fare tutto questo, dato che ciò vorrebbe dire rimettere in discussione dalle sue fondamenta l’Europa come è attualmente costituita. Per questo cercare l’appoggio di altri paesi europei è più che necessario. Inoltre, un piano eventuale di uscita dall’Europa non è auspicabile ma non è nemmeno da escludere. Questo punto in Potere al Popolo non è ancora definito completamente e sarà necessario del tempo per maturare una posizione più determinata.

Chiara: Da PaP mi aspetterei che si battesse al fianco di realtà come La France Insoumise, Podemos, il Bloco de Esquerda per combattere il fiscal compact e trattati come il TTIP e il CETA. In generale mi sembra auspicabile che i governi europei riprendano possesso della sovranità nazionale che hanno ceduto all’Europa, per iniziare ad invertire la rotta rispetto alle politiche liberali applicate negli ultimi trent’anni, da cui solo molto pochi (e sempre meno) traggono profitto. Questo non vorrebbe dire a mio parere la fine dell’Europa; aiuterebbe piuttosto i vari Stati che la compongono a costruire un’Europa “sociale” e a smettere di mettere in competizione le lavoratrici e i lavoratori dei vari stati europei.

In Italia sta montando una polemica legata ai problemi della violenza politica, riproponendo il vecchio frame degli opposti estremismi. Ma c’è un problema di violenza secondo voi, all’interno non tanto di PaP ma della sinistra extra-parlamentare?

Alberto, 29 anni: Nelle ultime settimane abbiamo assistito a un attentato di stampo razzista e fascista, a cariche della polizia contro studenti che manifestavano per i principi antifascisti sanciti dalla Costituzione, e all’aggressione di un compagno di Perugia che attaccava manifesti elettorali. Vedo un problema di violenza da parte di gruppi fascisti incostituzionali, ormai tollerati o addirittura legittimati, che godono di un consenso sempre più forte adottando la squallida tecnica della fomentazione dell’odio fra poveri. È ridicolo sostenere, come molti politici stanno facendo ultimamente, che il problema della violenza politica in Italia sia da ascrivere all’antifascismo, principio costituzionale, e ai gruppi che chiedono politiche di accoglienza nei confronti dei migranti.  

Immagino che l’attentato di Macerata abbia scosso le coscienze anche qui. Vi ho fotografato a Place de la République a manifestare la vostra solidarietà alle vittime. Che ne pensi? Il fascismo è un pericolo serio in Italia?

Andrea: Purtroppo questa campagna elettorale è caratterizzata da un generale e comune istinto di odio razzista e xenofobo, con un pericoloso ritorno in auge di formazioni dichiaratamente fasciste. Certamente il fascismo è un pericolo per l’Italia, ma anche per tutti gli altri paesi europei. È nella nostra natura di antifascisti essere attivi e militanti contro questa drammatica deriva e contro tutti coloro che hanno sdoganato, se non accettato, questi gruppi fascisti (mi riferisco al Pd e al Ministro Minniti). Ecco perché dopo l’attentato di Macerata non potevamo non esprimere la nostra solidarietà e ribadire il nostro impegno quotidiano, nei territori dove siamo presenti, per contrastare il fascismo e lottare contro le cause che alimentano focolai razzisti.

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Potere al Popolo nasce raccogliendo soprattutto tradizioni della sinistra extra-parlamentare. Perché oggi questo mondo cerca di entrare in Parlamento? Non c’è qui una contraddizione?

Michael: Le cose cambiano, e la sinistra extra-parlamentare non è tale in quanto ripudia tout-court le istituzioni. L’extra-parlamentarismo è una scelta per una sinistra che non si riconosce nei partiti, ma può anche essere solo una fase storica. La sinistra extra-parlamentare italiana non è vincolata a rimanere tale; ora sta cercando di mutare assetto organizzativo per cercare di seminare il socialismo anche dentro le istituzioni. Se questa mossa sia una scelta vincente (non in termini elettorali ovviamente) solo la storia lo potrà raccontare.

Molti italiani sono arrivati in Francia in cerca di lavoro. Che situazione trovano? La situazione francese è migliore?

Chiara: A emigrare non sono solo i cosiddetti cervelli in fuga ma anche tante persone che esercitavano una qualsivoglia professione in Italia e che hanno subito licenziamenti, o paghe da fame. O anche ragazzi stufi di vedersi proporre l’ennesimo stage non pagato. In Francia si potrebbe affermare che i contratti di lavoro sono meno precari, perché i contratti a tempo indeterminato sono superiori a quelli italiani. Esiste inoltre un salario minimo obbligatorio (1.113 € netti mensili) che limita i soprusi a livello salariale. Ho l’impressione che anche il lavoro nero sia meno diffuso.

Tuttavia da anni le varie riforme sul lavoro stanno contribuendo ad aumentare la precarietà e a indebolire il code du travail cioè le leggi sul lavoro, a scapito dei lavoratori. Gli ultimi governi si sono ispirati al Jobs Act italiano per riformare il mondo del lavoro. Personalmente, credo che stiano prendendo l’esempio sbagliato, il disastro italiano è sotto gli occhi di tutti e dimostrabile anche attraverso l’alto numero di persone che emigrano per trovare un lavoro e un salario decente.

Che tipo di riforma vorreste in Italia per il mondo del lavoro?

Chiara: la posizione di PaP, che ovviamente condivido, è di abolire il Jobs Act e rendere il contratto a tempo indeterminato la forma contrattuale più diffusa. Poi, sono una fervente sostenitrice della riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore (mantenendo lo stesso salario) perché credo ci sia meno dispersione della produttività lavorando meno ore, perché si creerebbero più posti di lavoro e perché il lavoro non dovrebbe fagocitare la maggior parte della nostra giornata. Inoltre mi piacerebbe che, attraverso una legislazione mirata, si rendessero molto più difficili le delocalizzazioni delle industrie e delle imprese in generale, per conservare posti di lavoro e competenze nel territorio nazionale.

Andrea: È necessario anche rilanciare un piano di investimenti pubblici che possano realmente creare occupazione, garantendo un lavoro stabile e sicuro. Questo Piano Lavoro sarebbe particolarmente necessario in quello zone d’Italia, come il Mezzogiorno, dove assistiamo al ricatto tra lavoro e salute, al dilagare di forme di lavoro in nero e all’imposizione di nuove forme di iper-sfruttamento. Bisogna ridare dignità al lavoro, garantendone diritti non solo formali anche ma anche reali, in particolare per combattere il crescente fenomeno dei cosiddetti “working poors,” ovvero di persone che, nonostante abbiano un lavoro e siano occupate, non riescono ad avere un salario dignitoso, vivendo così in una condizione di povertà economica.

Non posso non notare che la maggior parte di voi è in Francia per motivi legati allo studio o alla ricerca. Vi pongo allora alcune domande più specifiche. Siete partiti dall’Italia per venire a lavorare/studiare nel mondo accademico francese. È stata una scelta dovuta alle situazione italiana dell’Università o sareste partiti comunque?

Clara: Io sono partita nel 2007 per fare l’ultimo anno di specialistica in matematica in Francia, poi ho ottenuto un finanziamento dal governo francese per un dottorato di ricerca (una allocation de recherche) e da allora sono rimasta a vivere in Francia.

Francamente imparare una lingua nuova e cambiare paese è stato molto arricchente e anche molto sofferto, ma la ragione che mi ha spinto a partire è stata soprattutto la paura della mancanza di prospettive accademiche in Italia nel settore della matematica pura. La Francia è storicamente uno dei paesi più illustri per la vivacità della ricerca matematica. Poi, è un paese vicino, la lingua è rapida da imparare, dunque la scelta è stata facile. Probabilmente sarei partita comunque almeno per un periodo, ad un certo punto della mia carriera, perché per un ricercatore è necessario allargare costantemente i propri orizzonti, ma avrei senz’altro preferito poter contare su una possibilità ragionevole di lavoro in Italia.

Quali sono le idee di PaP su ricerca e istruzione?

Andrea: La scuola, l’università e la ricerca sono state massacrate dalla mannaia neoliberista: taglio dei fondi e attacchi alla libertà d’insegnamento e ricerca, precarizzazione del lavoro e blocco dei salari sono la norma da decenni a questa parte. Noi crediamo che la formazione sia un pilastro della democrazia, e quindi vogliamo una scuola pubblica di qualità, finalizzata all’acquisizione di un sapere critico e non di semplici competenze funzionali alle logiche mercatiste; pertanto proponiamo l’abolizione immediata dell’Alternanza Scuola-Lavoro, quale meccanismo di sfruttamento del lavoro gratuito. Vogliamo un’università pubblica, gratuita, con un reale diritto allo studio per chi non ha i mezzi, e vogliamo che la ricerca nel nostro paese sia libera da interessi e pressioni economiche e possa svilupparsi in autonomia, vivendo dei soli finanziamenti pubblici e mettendosi al servizio della collettività.

Perché il mondo della scuola è in rivolta in Francia? Che succede?

Clara: Perché il governo Macron prevede tagli al numero di nuovi posti di professori di ruolo nella scuola secondaria proposti ogni anno. Inoltre, si vogliono introdurre nuovi sbarramenti selettivi nelle università, che finora sono stati luoghi dove chiunque poteva accedere anche partendo da un percorso scolastico difficile. In questo modo si toglie quest’ultimo spazio di inserzione o riqualificazione o riconversione di quelle persone che hanno avuto percorsi al margine della riuscita scolastica, o che sono state costrette a lavorare presto dalla vita e che comunque vogliono cercare di intraprendere un percorso qualificante.

Ma che succede dopo il 4 marzo alla sezione parigina di Potere al Popolo? Che farete finita la campagna elettorale, comunque essa vada?

Michael: Abbiamo già sul piatto alcune proposte che saranno concretizzate dopo le elezioni. Innanzitutto si cercherà di creare una rete sociale con le entità presenti a Parigi che lottano per i più deboli (un esempio su tutti, l’occupazione di migranti e rifugiati all’Università di Paris 8) e dare loro supporto. Inoltre proveremo anche a coinvolgere gli italiani presenti a Parigi con eventi dalle tematiche che tocchino trasversalmente Italia e Francia, come quelle del mondo del lavoro e dell’Unione Europea.


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