Miedzianka, storia di un paese che si è sgretolato

in copertina, foto CC Danuta B

“L’uranio aveva un odore particolare. I caposquadra e i russi usavano il naso per trovare un filone (…). L’uranio puzzava di qualcosa in putrefazione nell’acqua, c’era tanfo di cadavere quando scoprivamo un nuovo filone.

Digitando ”Miedzianka” su Google Maps, il puntatore rosso si infilza in un angolo di Bassa Slesia, nella Polonia sud-occidentale. Allargando la visuale, la località appare a metà strada fra i centri abitati di Jelenia Góra e Wałbrzych. La città di maggiore importanza nei dintorni è Wrocław, ossia Breslavia, che dista 98 km. Più o meno la stessa distanza che separa la località dalla Germania. Il confine ceco è più vicino e si trova ad appena 28 km.

Trascinando l’omino di Street View accanto al puntatore, si finisce su una strada di campagna male asfaltata. Percorrendola in un senso, ci si imbatte in un paio di case semidiroccate circondate da una rigogliosa vegetazione e infine in una modesta parrocchiale. Andando nella direzione opposta, invece, si nota un edificio dal design moderno: un birrificio. Miedzianka è tutta qui. L’ultimo censimento, nel 2012, stimava che vi vivessero circa 90 persone, ma oggi potrebbero essere meno. Non è stato sempre così.

 Miedzianka si chiamava Cupri Fodina, poi Kupferberg, ovvero ”monte di rame”. Le prime fonti che la menzionano risalgono al XIV secolo, ma è nel 1519 che il paese ottiene lo statuto di città dal re Luigi II di Boemia. E si tratta di una città mineraria con 160 tunnel scavati nel sottosuolo del centro abitato.

Per un secolo a Kupferberg si estrassero argento e rame in abbondanza. Poi arrivarono guerre, pestilenze, carestie, invasori croati e svedesi, inverni gelidi e incendi. Kupferberg viene distrutta e la sua popolazione decimata. Nel 1840 la cittadina contava appena 677 abitanti. Eppure Kupferberg non muore, anzi si abbellisce.

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Guerre e pace

Ai primi del ‘900 il paese conta un elegante municipio, due chiese – una luterana-evangelica e una cattolica – una piazza del mercato alberata con una fontana al centro, oltre a un birrificio che produce ”l’oro di Kupferberg”, vanto del luogo. Le trincee della Grande Guerra sono distanti e così il paese passa indenne il conflitto. Solo qualche sinistro scricchiolio in cantine e solai spaventa gli abitanti di Kupferberg. Si mormora che l’attività mineraria abbia reso il monte di rame simile a un gruviera e a rischio di sgretolamento.

Una vecchia bottiglia del birrificio di Miedzianka, foto cc jelonek

Una vecchia bottiglia del birrificio di Miedzianka, foto cc jelonek

Nel frattempo, i viaggiatori di passaggio possono rifocillarsi alla Ratskeller o soggiornare presso la locanda dell’Aquila Nera. La vista sui vicini Monti dei Giganti, l’aria buona, la birra e la deliziosa acqua sono ottime ragioni per una visita al paese. Tanto più che la stazione di Jannowitz dista un tiro di schioppo da Kupferberg e cinque ore di viaggio da Berlino. La cittadina ha un ufficio postale, una farmacia, un asilo nido, due scuole elementari, un caffè-pasticceria. Gli abitanti fondano una società di ginnastica, un club del canto e una compagnia di teatro popolare. E sul paese veglia una squadra di pompieri volontari. Aprono una fabbrica di limonate e una distilleria di vodka. La birra di Kupferberg è apprezzata fino in Prussia e paragonata alla Pilsner Urquell cecoslovacca.

Poi arrivano la Grande Depressione e gli spettri nazionalsocialisti. I giovani del luogo si arruolano nella Wehrmacht e partecipano prima all’annessione dei Sudeti, poi all’invasione della Polonia.

Al paese viene risparmiato almeno l’orrore delle deportazioni, visto che non ospita una comunità ebraica. I bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale non si abbattono sul monte di rame.

Il 9 maggio ’45 i russi entrano a Kupferberg. Appena i sovietici se ne vanno, arrivano i soldati polacchi intenzionati a fare pagare ai tedeschi i loro crimini. Ad agosto la Conferenza di Potsdam assegna Kupferberg e tutti i territori ad est del fiume Oder della Germania anteguerra al nuovo stato polacco. Se ne rallegra l’Unione Sovietica, che sottrae alla Polonia prebellica un’area assai più vasta a oriente.

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Memorie dal sottosuolo

Nel Dopoguerra cambiano i nomi dei luoghi: Jannowitz diviene Janowice, Hirschberg è Jelenia Góra, Breslau, invece, Wrocław. Kupferberg viene ribattezzata Miedziana Góra, ‘monte di rame’ in polacco. Il diminutivo Miedzianka viene però adoperato dalle centinaia di polacchi che vi si trasferiscono. I nuovi arrivati si insediano nelle case abbandonate dagli abitanti originari. Quasi tutti i tedeschi sono migrati a ovest.

A Miedzianka c’è lavoro: hanno aperto nuove miniere e pagano bene. Nel giro di cinque anni il paese raggiunge i 3000 abitanti, la metà di essi sono minatori. Chi scende nel sottosuolo, però, non estrae più rame.

Riconosci quelli che lavorano nelle miniere dal loro costante sputacchiare (…) Alcuni provano a sciacquarsi la bocca con la vodka, oppure se il bar è chiuso, con del liquore fatto in casa. Ma l’alcool aiuta solo un po’. «Non puoi eliminare questa merda tossendo», dicono, ordinando una vodka doppia. E scialacquano i propri soldi, che è un altro segno rivelatore. Ogni giorno di paga il bar è pieno di gente e l’aria grigia per il fumo di sigaretta. Tutti gli avventori quassù parlano del meteo. Del lavoro si può parlare quando si è di sotto. Fare il contrario ti manderebbe all’inferno, anche se ufficialmente l’inferno non esiste.”

(Da History of a disappearance di Filip Springer, traduzione in inglese di Sean Gasper Bye. Questa traduzione e la seguente a cura dell’autore)

Ricorda un ex minatore: “L’uranio aveva un odore particolare. I caposquadra e i russi usavano il naso per trovare un filone (…). L’uranio puzzava di qualcosa in putrefazione nell’acqua, c’era tanfo di cadavere quando scoprivamo un nuovo filone.” Le radiazioni nel sottosuolo sono così intense che gli orologi smettono di funzionare. Tutti sanno che l’acqua laggiù non si può bere. E prima del ritorno in superficie ogni minatore deve farsi la doccia e spazzolarsi accuratamente i vestiti. L’illusione è che possa bastare. Centinaia di uomini sono contaminati e portano granelli di polvere radioattiva nelle loro case. I funerali si moltiplicano.

L’uranio estratto a Miedzianka fra il ‘49 e il ‘52 e inviato in Unione Sovietica, tuttavia, non esiste. I documenti ufficiali non lo menzionano: nella cittadina si estrae “R-2” o “P9”. Intanto voragini e crolli confermano la voce che l’intensa attività mineraria abbia reso l’abitato a rischio. Molti cercano fortuna altrove. Nel ‘69 arriva l’ordine delle autorità: mettere in sicurezza Miedzianka costa troppo, meglio raderla al suolo e trasferire tutti i suoi abitanti a Jelenia Góra, in tre casermoni socialisti del nuovo quartiere di Zabobrze. Nel giro di pochi anni la cittadina sul monte di rame è ridotta a un cumulo di rovine spettrali. Restano poche anime in case diroccate, la chiesa e il birrificio.

la chiesa di Miedzianka

foto CC Platanacero

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L’effetto Springer

A rendere nota la vicenda di Miedzianka, ci ha pensato un giornalista polacco appassionato d’architettura, Filip Springer. A fine 2011 l’allora ventinovenne freelance ha pubblicato ‘Miedzianka: historia znikania’ (‘Miedzianka, storia di una sparizione’). Uscito con l’editore Czarne, specializzato in un genere molto amato in Polonia come i reportage, il libro è divenuto un caso editoriale. Un successo insperato per un’opera su un paese abbandonato scritta da un esordiente.

Come svelato da Springer in una recente intervista, il libro nasce da una sbiadita fotografia e da una visita all’abitato scomparso. Dopo lunghe ricerche d’archivio, racconta: «ho affittato un appartamento a Jelenia Góra, accanto ai tre edifici dove gli abitanti del paese erano stati trasferiti. Ogni mattina suonavo i loro campanelli, appartamento per appartamento, dicendo: “Mi chiamo Filip Springer e sono un giornalista. Vorrei sapere qualcosa su Miedzianka”. Non appena pronunciavo il nome di quel luogo, la porta si apriva. Ogni volta. Nessuno mi ha mai mandato via».

Oggi Springer è uno dei nomi noti della nouvelle vague del reportage polacco, che conta autori tradotti in italiano come Mariusz Szczygieł, Wojciech Tochman e Jacek Hugo-Bader. Nel 2017 il suo esordio è uscito anche in un’edizione in lingua inglese per l’editore newyorkese Restless Books e tradotto da Sean Gasper Bye. E chissà se qualche coraggioso editore italiano darà una chance a un libro che in patria si è aggiudicato il prestigioso Premio Kapuściński, dedicato al grande giornalista polacco, da noi così amato.

Intanto, sempre nel 2017, nella località slesiana si è svolta la prima edizione di Miedziankafest, festival del giornalismo al quale hanno partecipato grandi reporter polacchi, Springer compreso. Proiezioni di documentari, mostre e incontri degli autori con il pubblico si sono tenuti in alcuni dei luoghi simbolo di Miedzianka. Dalla chiesa superstite, all’ingresso di una vecchia miniera abbandonata, dall’ex locanda dell’Aquila Nera al birrificio.

Proprio quest’ultimo, dove si imbottigliava l’oro di Kupferberg, offre un bizzarro esempio della rinascita in corso nella località slesiana. Nel suo viaggio a Miedzianka nel 2015, Luca Palmarini professore dell’Università Jagellonica di Cracovia, era venuto a conoscenza di un piano di rilancio del birrificio. Oggi, due anni dopo, Browar Miedzianka produce tre tipi di birra, ha un ristorante interno, propone camere con “vista sullo storico insediamento di Miedzianka” e vende magliette e adesivi dall’estetica retrò e vagamente hipster. Un nuovo curioso capitolo nella storia di un paese che non c’è più, ma del quale oggi si parla spesso.

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Qui un recente documentario (in polacco) su Miedzianka. Una serie di fotografie d’epoca della cittadina, suddivise per periodo storico è invece visibile qui.

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