in copertina, Marco Minniti veglia su Marco Minniti

Le “fake news” sono uno dei tanti temi incandescenti della campagna elettorale, ma il contrasto alla loro diffusione su Facebook e online non risolve i problemi sistematici della disinformazione.

È di qualche tempo fa la notizia dell’istituzione di un canale di comunicazione diretto tra internauti e Polizia Postale, con il fine di segnalare eventuali notizie false incontrate in rete. Secondo quanto scritto nel comunicato stampa dalle forze dell’ordine, la procedura sarà semplice: tramite un modulo di contatto online il cittadino potrà inviare il link della notizia in questione che verrà analizzata da una squadra attiva h24 di esperti del CNAIPIC (Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche), e prontamente smentita sul sito e sui social in caso di inconsistenza. La Polizia di Stato, punta a raggiungere così ben 900 mila persone seguaci di pagine come “Polizia di Stato”, “Una Vita da Social” e “Agente Lisa”.

Duemila agenti della PP che, come evidenziato dalla giornalista Milena Gabanelli, si devono già occupare di tutto il crimine che passa per la rete — dal cyber terrorismo alle scommesse illecite, dalla pedo-pornografia all’e-banking — ora dovranno anche rassicurare la casalinga di Voghera del fatto che no, Boldrini non ha un nipote di nome Luca che guadagna palate di soldi seduto nel suo ufficio di Palazzo Chigi. Per di più, secondo l’inchiesta pubblicata da Buzzfeed lo scorso novembre, la rete di siti di disinformazione che sarebbe riconducibile a Giancarlo Colono, raggiungeva 25 milioni di persone. 24 milioni in più rispetto al bacino d’utenza dei canali social della Polizia.

Anche Mark Zuckerberg, in un suo recente post, ha dichiarato di volere intervenire contro la disinformazione, il sensazionalismo, e la polarizzazione dell’opinione pubblica, amplificati dalla velocità a cui viaggiano le notizie nell’era dei social. Ha così timidamente ammesso che, forse, l’idea di un legame tra Facebook e gli umori dell’opinione pubblica non era così folle come aveva sostenuto in passato. Quale rimedio propone, il capo inconsapevole (o finto tale) del più grande editore della terra, contro la crisi della verità, alimentata a colpi di condivisioni e “mi piace”?

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Gli utenti di Facebook potranno segnalare, attraverso un sondaggio, di quali siti giornalistici si fidano, e quali invece reputano poco attendibili. Inoltre, l’algoritmo che seleziona i contenuti sulla nostra bacheca, cambierà dando maggiore visibilità ai contenuti condivisi dai nostri amici rispetto a pagine di giornali o sponsorizzazioni.

Un bel paradosso se si pensa che una delle critiche più sostenute sul fenomeno Facebook è proprio quella di creare delle “casse di risonanza” per le opinioni. Entrando su Facebook si ha l’illusione di aprire una finestra sul mondo, quando in realtà la apriamo sui noi stessi, le nostre abitudini, le nostre idee. Oltre alle foto dei cani del tuo vicino di casa, Facebook darà priorità anche alle notizie (o non-notizie) condivise dai tuoi contatti. Quello che ora è uno specchio delle tue interazioni con la piattaforma, sarà il ritratto dell’alfabetizzazione informatica dei tuoi contatti. Il rischio per te è che potrebbe non piacerti; per la società, è che ti piaccia troppo. Infatti, la possibile conseguenza che Zuckerberg finge di ignorare è quella di creare dei ghetti virtuali di idee, orientamento politico e sociale.

Beato nella sua finta ignoranza, il Ponzio Pilato del XXI secolo si lava le mani per l’ennesima volta. Nascosto dietro un dito, deresponsabilizza la sua società, facendo decidere dell’attendibilità di un organo di stampa agli utenti.

Non contento, tira un’altra stangata al mondo dell’editoria: dopo averla sedotta, inducendola a contare sempre di più sulle interazioni provenienti dal suo sito, la abbandona, facendo scendere la presenza di contenuti editoriali al 4% del newsfeed. Stando alle dichiarazioni ufficiali, l’esperimento non è ancora partito, ma alcuni editori hanno già evidenziato un calo di traffico dal 40% al 26%. Non sarebbe la prima volta che la società di Palo Alto utilizza la propria piattaforma come un laboratorio di sperimentazione all’insaputa dei propri utenti.

Questi rimedi non sembrano esattamente una panacea. Se da un lato non ci sono i mezzi, dall’altro non c’è la volontà. Il problema è reale, nonostante lo stiamo forse colorando con delle tinte di novità che non gli appartengono. Se è vero che Facebook sta alterando la nostra percezione del reale, diminuendo la nostra fiducia in noi stessi, nel prossimo e nella società, è altrettanto vero che la propaganda e la disinformazione non sono nate in una stanza di Harvard nel 2004, ma hanno radici ben più profonde. La radio, che secondo i già citati sondaggi di EBU sarebbe oggi il mezzo più attendibile secondo la maggioranza dei cittadini dell’Unione Europea, è stata la chiave di volta della propaganda del secolo scorso. Gli strumenti cambiano, le dinamiche si evolvono e divengono più complesse, ma l’essenza del problema rimane la stessa: l’informazione sarà sempre un’arma a doppio taglio per la democrazia, perché potente e spesso sottovalutata dalle masse. Non possiamo aspettarci che sia Zuckerberg a erigersi a paladino del bene comune, né dovremmo sperare che siano le forze dell’ordine ad arginare il problema.

Renate Schroeder

Renate Schroeder

Come dichiarato da Renate Schroeder, direttore della EFJ (European Federation of Journalists), ai microfoni di Al Jazeera, “per combattere la propaganda e le false notizie, dobbiamo investire nel giornalismo, nel pluralismo e nell’alfabetizzazione mediatica. Se vogliamo che il giornalismo continui a vivere, dobbiamo investire nella qualità, nell’inchiesta, e trovare nuovi modelli, perché quelli tradizionali sono finiti.”

Se guardiamo all’Italia, è sicuro che il nostro giornalismo potrebbe godere di maggiori investimenti, sia nel pubblico (o in ciò che ne rimane), che nel privato. Per non parlare del pluralismo mediatico, calpestato da decenni di “mono-cultura”. I nostri organi di stampa non sono nemmeno tra i più aggiornati sulle tendenze del momento, legati, come molti altri settori italiani, a una forza lavoro cresciuta in un mondo completamente diverso da quello in cui viviamo oggi. Qualche cambiamento si vede, i prodotti di qualità ci sono, così come quelli innovativi, eppure non sembrano mai avere il riscontro di pubblico che meriterebbero.

Un pubblico forse troppo concentrato ad ascoltare ciò che vuole sentirsi dire, più che ricercare la realtà.

Ma di chi è fatto questo pubblico? Forse questa sarebbe una buona domanda per iniziare a comprendere come davvero si possa combattere il fenomeno della disinformazione. Secondo il più recente sondaggio Demos, sono i giovani tra i 25 e i 34 anni ad avere maggiormente creduto (63%) e condiviso (18%) false notizie. Dato ancora più rilevante è che si tratta di persone con un alto livello di scolarizzazione (diploma o laurea). Per quanto riguarda la suddivisione per intenzione di voto, sono gli elettori del Movimento 5 Stelle (22%) quelli più inclini a credere in notizie false. Questo dato non rispecchierebbe però una differenziazione di credo politico, quanto più demografica, confermando che le vittime della disinformazione sono più spesso i giovani. Risultati decisamente controintuitivi; più facile sarebbe stato aspettarsi una pletora di non-più-giovani, poco familiari con internet, e un basso livello di educazione scolastica. Sono invece proprio coloro che su internet passano la maggior parte del tempo a non riuscire a valutare la credibilità di una fonte o di una notizia, segno che questo mezzo, potenzialmente fonte di tutto lo scibile umano, viene utilizzato al minimo delle sue possibilità, appiattito da un uso abitudinario e monotematico.

Questo ci porta a due conclusioni, una destruens e una construens. La prima è che l’educazione, specialmente negli ultimi 20 anni, ha fallito nel suo ruolo più fondamentale, ovvero quello di creare cittadini consapevoli. La seconda è evidentemente la necessità di aumentare la conoscenza del mondo informatico tra i giovani, che sembrano comprenderne solo il funzionamento superficiale, ignorandone le contraddizioni. Se la disinformazione è figlia della diseducazione, l’arma contro le false notizie dev’essere la scuola, non vista come semplice didattica, ma come luogo di formazione civica e personale.

Specialmente alla vigilia delle elezioni politiche il ruolo dell’informazione è fondamentale e l’elettore, qualsiasi età abbia, deve prendere coscienza del fatto che informarsi è un suo dovere. Bisogna uscire dalla pigra giustificazione per la quale “tutti raccontano balle” e l’etichetta di bufala viene attaccata a tutto ciò che non ci piace sentire. È necessario un cambio di rotta culturale, sul quale lo Stato può intervenire solo a lungo termine, puntando sul coinvolgimento dei cittadini nella vita pubblica. Pensare di curare la disinformazione diminuendo le notizie false è ingenuo, o ipocrita. In medicina si definirebbe un semplice palliativo e, ironicamente, l’educazione sarebbe piuttosto equiparabile a un vaccino.

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