foto di Czesław Łuniewicz (1974)

Guardo qui, guardo là –
tutto ondeggia! Il mondo ride!
Un mare di stelle di notte!
Ciarlano, ammiccano, brillano.
(Da Guardo qui, guardo là, di Papusza, traduzione italiana di Paolo Statuti)

Questa è la storia di una poetessa involontaria. Una poetessa rom (o romanì) nata e cresciuta in Polonia. La più celebre poetessa nomade del Dopoguerra, i cui versi sono ancora oggi poco noti in Italia. Si chiamava Bronisława Wajs, ma per tutti era Papusza, che in lingua rom significa bambolina.

Nata nel 1908 o nel 1910 durante una sosta del tabor (carro) della sua kumpania (aggregazione di famiglie) a Lublino, Papusza non ha una vita facile. Viene venduta in sposa a 15 anni dalla famiglia a un uomo molto più grande di lei. Due anni prima ha imparato a leggere e scrivere da autodidatta. O quasi. Come racconta lei stessa:

“Il mio patrigno era un ubriacone e un giocatore d’azzardo, mentre mia madre non sapeva cosa significasse leggere o scrivere nè cosa una bambina dovesse imparare. E allora come ho imparato? Chiedendo ai bambini che andavano a scuola di mostrarmi come scrivere le lettere. Rubavo sempre qualcosa e gliela portavo così poi loro mi insegnavano in cambio. Ed è così che ho imparato le lettere a, b, c, d e così via.”

rom-2La lettura è la vera passione di Papusza: giornali, opuscoli, manifesti, libri, qualsiasi cosa scritta in polacco le capiti in mano, a dispetto dello scherno e il disprezzo dei membri della sua kumpania. Avere qualcosa con e su cui scrivere, invece, è un’altra faccenda. Ecco perché Bronisława Wajs farà sempre fatica con lo spelling e la grammatica. A volte si dimentica le sillabe, a volte confonde le lettere o le inverte. Non importa: i pensieri stupendi che si formano nella sua testa troveranno altri modi di essere apprezzati e qualcuno che saprà trascriverli per farli conoscere.

Papusza trascorre i primi trent’anni della propria vita sempre in movimento e sempre in Polonia. Durante la Seconda Guerra Mondiale assieme alla sua famiglia di virtuosi dell’arpa, si nasconde nei boschi ucraini della Volinia, per sfuggire alle persecuzioni naziste. Una scelta che le salva la vita, al contrario della sorte toccata a 35.000 zingari polacchi, vittime del Porrajmos, la Shoah di rom e sinti.

Rientrata in Polonia, Papusza conduce una vita girovaga e grama, allietata dalla musica e dal canto. Le note sono quelle dell’arpa pizzicata da suo marito Dionizy, i testi e le canzoni quelli composti da lei stessa. Ballate che racchiudono temi ancestrali e universali per il popolo zingaro come la bellezza della natura e del firmamento o il richiamo della strada (nostos). Canzoni dal tono sognante e gioioso, capaci di descrivere i minuti particolari di un mondo gitano del quale si sa poco o nulla. Le osservazioni di Papusza, le sue esclamazioni colme di meraviglia nell’accogliere lo scorrere di un fiume, il crepitio di un falò, il vento fra gli alberi non nascondono tuttavia un velo di malinconia. La donna sembra avvertire che il mondo in cui è cresciuta sta per terminare e, al tempo stesso, sottolinea nei propri versi come solo la natura possa davvero comprendere i suo pensieri e i suoi stati d’animo.

* * *

1015Libro e castigo

Nel 1949 avviene l’incontro destinato a cambiare la vita di Papusza: il poeta, traduttore ed etnologo polacco Jerzy Ficowski, che da un anno vive sui carri gitani e ha appreso la lingua romanì, ascolta una delle sue ballate. Ficowski resta ammaliato dalla bellezza di quei versi e ritiene che anche i gaje (i non rom) debbano conoscerle. Il poeta convince Papusza a trascrivere alcuni di quei testi e inizia a tradurli in polacco. Le ballate di Bronisława Wajs appaiono nel 1950 sotto forma di versi sulle colonne della rivista polacca Problemy, grazie anche all’incoraggiamento del celebre poeta di origine ebraica Julian Tuwim.

La pubblicazione delle poesie di Papusza, accompagnata da un mini glossario polacco-romanì curato da Ficowski, genera un piccolo terremoto nella comunità rom della Polonia. Il curatore fraintende il concetto di nostos espresso da Papusza pensando (o volendo credere) che esprima un desiderio di ritorno a casa, quindi di vita stanziale. Fatto sta che la poetessa viene accusata di essere una traditrice che svende i segreti e le tradizioni della propria gente ai gaje. Forse viene ritenuta troppo sincera in una cultura gitana in cui mentire è invece una necessaria arma di autodifesa verso il mondo esterno, come evidenziato nel saggio su usi e costumi gitani ‘Seppellitemi in piedi’ di Isabel Fonseca.

Alcuni rom considerano inoltre Papusza co-responsabile del giro di vite imposto in quegli anni dal governo polacco alla vita nomadica.

Le coincidenze non aiutano. Nel 1952 tutti i nomadi rom e sinti presenti in Polonia sono registrati in modo coatto delle autorità e forniti di documenti d’identità. L’anno seguente esce la monografia di Ficowski dedicata agli zingari polacchi e nel 1956 è la volta de Le canzoni di Papusza (‘Pieśni Papuszy’) la prima raccolta di poesie dell’autrice, tradotte dallo stesso Ficowski. Nel recensire il libro, il futuro premio Nobel 1996 per la letteratura Wisława Szymborska scrive:

“Dove sono in queste canzoni gli orpelli folkloristici, le predizioni, le maledizioni, i riti magici, le misteriose notti di luna? Esotismo? Sì, certo, esotismo, ma lo troviamo solo là dove la poetessa parla del bosco, del sole, degli uccelli. Questa intimità con il bosco che esprimono le sue canzoni non si trova nella poesia popolare polacca”

(Da Papusza di Angelika Kuźniak, traduzione italiana di Mariagrazia Pelaia)

La pubblicazione dei versi acuisce però il risentimento della sua gente nei confronti della poetessa che viene ”scomunicata” dal Baro Shero, l’anziano massima autorità dei rom polacchi. Papusza è dichiarata “impura” ed espulsa dalla sua comunità. La falorkyta (punizione) sconvolge la donna, che finisce in un ospedale psichiatrico per alcuni mesi e si impone di non scrivere più nulla fino al termine dei suoi giorni.

Il dubbio che imparare a leggere sia stato un errore la attanaglia.

Nel 1964 il governo socialista polacco obbliga rom e sinti che vivono in Polonia a stabilirsi a un indirizzo fisico, interrompendo così una tradizione nomadica iniziata nella notte dei tempi e sopravvissuta agli stermini nazisti. Papusza, ormai straniera due volte, deve trasferirsi nella cittadina di Gorzów Wielkopolski. La sua seconda raccolta, Canzoni parlate (‘Pieśni mówione’) esce nel 1973 e contiene una manciata di nuovi scritti. Saranno i suoi ultimi inediti. Dopo anni trascorsi in precarie condizioni psicofisiche, vedova, Papusza si spegne nel 1987 a Inowrocław.

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papuszaLa riscoperta nel 2013

Dell’intera produzione orale e scritta di Papusza restano oggi appena 26 testi. Fu purtroppo la poetessa stessa a dare alle fiamme il grosso della sua opera (si dice 150 poesie) nello sconforto seguito alla sua espulsione dalla comunità romanì. In Polonia i versi di Papusza cadono per anni in un relativo oblio, ma la poetessa non viene mai del tutto dimenticata. Lo dimostrano un documentario televisivo del ’78, il docufilm del ’92 Historia Cyganki (La storia degli zingari) di Gregory Kowalski e l’opera sinfonica Harfy Papuszy (L’arpa di Papusza) del compositore Jan Kanty Pawluśkiewicz, uscito nel ’94.

Tuttavia, la riscoperta vera e propria di Papusza presso il grande pubblico polacco avviene nel 2013. Prima l’editore Czarne pubblica l’atipico reportage biografico Papusza (qui un estratto tradotto) di Angelika Kuźniak (qui intervistata in italiano). Poi tocca all’omonimo film dei cineasti Joanna e Krzysztof Krauze ripercorrere gli eventi della vita della poetessa rom. Il film suscita reazioni discordanti di pubblico e critica. Se l’elegante fotografia in bianco e nero e la colonna sonora a base di ritmi gitani sono ritenuti dei capolavori, la scelta di una trama episodica e non lineare  delude alcuni spettatori. La pellicola è un indimenticabile affresco della smarrita comunità romanì in Polonia, ma non aiuta a comprendere il misterioso personaggio della poetessa, forse di proposito.

Oggi l’eredità di Papusza e della sommersa tradizione gitana è ancora viva in Polonia, nonostante le recenti derive nazionaliste del Paese centro-est europeo. Il libro della Kuźniak è stato un piccolo caso editoriale ed è fra i testi suggeriti agli editori stranieri dall’Instytut Książki, realtà che promuove le traduzioni estere di letteratura polacca. Il film dei Krauze ha avuto un discreto riscontro di pubblico e si è aggiudicato vari premi. Anche il sito culture.pl, curato dal prestigioso Istituto Adam Mickiewicz, ha scritto della poetessa in varie occasioni. E a Varsavia si trova persino un piccolo museo dedicato a Papusza e alla cultura romanì.

I versi di Bronisława Wajs sono tradotti in tedesco, inglese, francese, spagnolo e svedese. In Italia si pubblicano i primi testi di Papusza già nel ’68 sulla rivista Lacio Drom (‘Buon viaggio’ in romanì) per la traduzione di Petru Râdiþâ. Nell’87 sulle medesime colonne appaiono altre due poesie di Papusza in italiano, curate da Mirella Karpati. In anni più recenti, testi di Papusza sono stati tradotti da Paolo Statuti e da Mariagrazia Pelaia autrice di un eccellente articolo dedicato alla poetessa.

Una vicenda, quella di Papusza, che oggi merita di essere conosciuta per imparare a leggere un intero popolo con occhi diversi, magari rivedendo alcuni pregiudizi sul suo conto.

— FIN —

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