Il mirino di Facebook è puntato contro il suo rivale YouTube e la sfida è appena cominciata.

Non è un buon momento per Youtube. Prima gli eccessi razzisti e politicamente scorretti della sua star numero uno PewDiePie – lo youtuber che conta quasi sessanta milioni di iscritti sul suo canale – costati la conclusione del contratto con la Disney e con la piattaforma premium YouTube Red. Poi l’alienante e macabra scelta di Logan Paul – goldenboy di seconda generazione – di pubblicare le immagini di un ragazzo morto suicida all’interno della “foresta dei suicidi” (Aokigahara), situata alla base del Monte Fuji in Giappone. A questo si è aggiunta, a Novembre, l’inquietante scoperta che ignoti hanno sfruttato l’algoritmo di YouTube per diffondere disturbanti video destinati ad un pubblico di bambini e collezionare milioni di visualizzazioni.

Insomma un anno non facile per la creatura di Jawed Karim, Chad Hurley, Steve Chen – i suoi fondatori – che, una ad una, hanno visto sgretolarsi contemporaneamente le colonne creative e tecniche della propria piattaforma. Questo, bisogna specificare, non ha comunque fermato il dominio quasi monopolistico che YouTube mantiene nel campo dei video online: a Giugno, con un annuncio sul blog ufficiale, erano stati confermati 1,5 miliardi di utenti attivi ogni mese, equivalente a una persona su cinque in tutto il mondo.

Dall’altra parte della barricata il golia accudito da Zuckerberg: Facebook che con i suoi 2 miliardi di utenti attivi al mese rimane il social network per eccellenza, con uno slancio sempre più definito verso i contenuti video e i formati live. Già nel 2016 il suo fondatore avanzava dichiarazioni dal tono profetico:

“La maggior parte dei contenuti 10 anni fa era testuale, poi fotografici e adesso stanno diventando rapidamente video. Penso che tra un paio d’anni avremo un mondo in cui le persone consumeranno principalmente contenuti online in formato video.”

Profezie a parte, il mirino di Facebook è puntato contro il suo rivale YouTube e la sfida è appena cominciata.

Se YouTube ha visto mutare i suoi linguaggi narrativi – almeno quelli nati dalla spinta individuale degli utenti e non da stimoli collaborativi come YouTube Red – in contenuti più gonzi come il vlogging, Facebook invece, ultimo arrivato alla festa, ha sentito il bisogno di allontanare i propri utenti (quasi il doppio del rivale) da video virali e amatoriali verso prodotti più studiati. Per questo motivo ad Agosto l’azienda di Zuckerberg ha presentato Facebook Watch, una nuova piattaforma interna al social network e dedicata alla visione e alla condivisione in tempo reale di contenuti video.

Fonte: Facebook

Fonte: Facebook

All’interno di Facebook Watch – per ora disponibile solo negli Stati Uniti – si troveranno tutti gli show autorizzati da Facebook, divisi per episodi e commentabili in tempo reale come qualsiasi post che appare sulle vostre timeline. Fino a qua la stangata al tubo non sembra troppo evidente, senonché a Dicembre Facebook si è aperto alla possibilità di inserire pre-roll video ads (gli spot che partono prima dei video) nei propri contenuti video.

L’operazione di Facebook è stata costruita su più fronti: la necessità di avere pubblicità in video per aumentare i ricavi dalle inserzioni (che solo negli ultimi mesi hanno generato quasi 10 miliardi di dollari) e la creazione di contenuti in grado di ospitare tali inserzioni. In una parola: le webseries.

Per Facebook infatti i video virali non sono materiale monetizzabile perché sottomesso a variabili casuali, mentre la produzione di show da la possibilità al colosso di creare un sistema sostenibile per inserzionisti e creativi — proprio come YouTube.

Dopo l’annuncio della creazione di Facebook Watch, l’azienda ha avviato collaborazioni con le più grandi digital media company come BuzzFeed e Vox Media per la creazione di contenuti ad hoccon budget dai 10,000 mila dollari fino ai 350,000 mila. Dopo una fase di sperimentazione però il risultato rimane ancora incerto: la maggior parte degli show non sono altro che format televisivi adattata per il mondo dei social. Ball in The Family, Bae or Bail, Gettin’ Wild With Snoop Dog e Returning The Favor sono tutte produzioni che, purtroppo, non hanno nulla al loro interno che rappresenti il cambiamento prodotto dai linguaggi del web e in sostanza sono lo specchio dell’approccio fallimentare di Facebook e delle aziende coinvolte. 

Dall’altra parte però, all’interno di Facebook Watch, si possono trovare vere e proprie perle, capaci di dare nuovo respiro ai contenuti video nati sul social network.

Tra questi l’esempio migliore è Just Doug, webserie creata da Doug Kim. Just Doug è la storia di Doug, un giocatore professionista di poker che, dopo aver vinto 2 milioni in un torneo mondiale, decide di inseguire il proprio sogno e diventare un attore di successo a Hollywood. La serie riprende i temi di serie acclamate come Bojack Horseman e Master of Sex: le contraddizioni di un’America difficilmente multietnica, lo spietato mondo dello showbusiness e in sostanza lo scendere a compromessi con le proprie aspirazioni. Doug Kim però riesce a farlo con leggerezza e a costruire una storia credibile in grado di parlare al pubblico per cui è pensata (quello del web).

Just Doug è l’esempio migliore di che cosa Facebook e un suo eventuale contenitore di video potrebbe ospitare se desse i giusti mezzi e strumenti ai creativi disposti a scommettere sull’azienda di Zuckerberg. Azienda che proprio in questi giorni non se la passa troppo bene dopo i goffi tentativi di escludere testate ed editori dai feed degli utenti, dando sostanzialmente più spazio ai contenuti dei singoli — il tutto con una drammatica ripercussione finanziaria.

Non si sa se Facebook Watch prenderà una forma concreta o esploderà come una bolla di sapone, l’importante è aver dimostrato che non solo buoni prodotti sono realizzabili e presentabili in un mondo affollato come quello di Facebook, ma anzi che se il social network vorrà allinearsi (come ha dimostrato) ai grandi del video dovrà iniziare a migliorare le sue infrastrutture e smettere di creare ostacoli per chi crea.

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