258 Minutes: il progetto fotografico che racconta l’attentato al Bataclan

Diaframma è la nostra rubrica–galleria di fotografia, fotogiornalismo e fotosintesi. Ogni settimana, una conversazione a quattr’occhi con un fotografo e un suo progetto che sveliamo giorno dopo giorno sul nostro profilo Instagram e sulla pagina Facebook di Diaframma.

Questa settimana abbiamo intervistato Angelo Ferrillo, affermato street photographer. Apriamo il 2018 proponendo un lavoro che racconta la storia a posteriori di un atto terroristico, consumato la notte del  13 novembre 2015 all’interno del locale Bataclan di Parigi. Lo facciamo nella settimana in cui ricorre un altro evento tragico, avventuo nella stessa città e lo stesso anno, alla redazione di Charlie Hebdo. Una lavoro di memoria e indagine quello di Ferrillo, che ci permette di non dimenticare allo stesso tempo un evento particolare e una situazione generale.

Ciao Angelo, ci eravamo già incontrati una volta per parlare di un tuo lavoro di street photography con fotografie realizzate a New York. In questo caso qual è il genere che hai abbracciato?

Si, me lo ricordo bene. Abbiamo bevuto un po’ di caffè mentre parlavamo di fotografia e di quello che succedeva per le strade di New York. In questo caso ho documentato un mio stato d’animo, una sensazione, un viaggio personale, con uno spirito di strada. Dopotutto la fotografia di strada non è solo un genere fotografico, come dico sempre ai miei alunni, ma anche un modo di essere e di vivere.

Come mai hai deciso di raccontare proprio questo evento, cosa ti aveva colpito?

Ogni anno in quel periodo sono a Parigi per Paris Photo. Per una serie di coincidenze non sono riuscito ad esserci. Ho quindi seguito gli avvenimenti seduto di fronte alla TV come tutto il mondo, messaggiando e passando informazioni, che non trapelavano per chi era vittima degli eventi, ad amici fotografi ed addetti ai lavori che si trovavano a Parigi. Ho lavorato un anno intero per raccontare a modo mio quegli eventi.

 

In questo lavoro hai percorso strade e visitato luoghi che un anno prima sono stati teatro di attacchi terroristici. Era la prima volta che tornavi in quei luoghi, o ci eri già stato nel corso dell’anno? Come hai pianificato questo lavoro?

No, sono tornato a Parigi per il Paris Photo un anno dopo. Era la prima volta che rivedevo Parigi dopo gli attacchi terroristici del 13 novembre.

Ho passato tutto l’anno a sentire storie, leggere interventi, confrontarmi con chi ha vissuto direttamente quella sera, ho visto post sui social, programmato il percorso, studiato, studiato, studiato.

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258 Minuti, il titolo del libro, è anche un arco temporale ben preciso, che tu hai usato come cronometro per la realizzazione degli scatti. Come mai hai fatto questa scelta?

Tutto è iniziato alle 21:20 ed è finito, concedimi il termine, alle 00:58, in concomitanza con la liberazione degli ultimi ostaggi trovati vivi all’interno del Bataclan. Compreso il Bataclan, sono stati 10 episodi ben distinti, dislocati in posti ben specifici della città.

258 minuti esatti. 4 ore e mezza. Ho ripercorso le 10 tappe cercando di rimanere il più possibile nel timing.  Ho voluto dare una sorta di ansia al mio percorrere le strade e l’unico modo che avevo era quello di darmi un tempo.

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Il bianco e nero che hai adottato, in chiave molto scura, sembra suggerire una atmosfera cupa e silenziosa. E’ una scelta voluta?

La scelta è voluta, assolutamente sì, ma non di certo per dare un’atmosfera cupa, ma per avere il più possibile il legame con la notte. Dopotutto è stato vissuto di notte tutto quanto. Avevo bisogno di dare importanza alla luce.

Parliamo del libro, cosa ti ha spinto a voler fare questo passo?

Ovviamente quando ho fotografato non avevo pensato ad un libro, ma sicuramente avevo visualizzato una esposizione. Un modo più consono per poter portare alla luce il mio punto di vista.

Dopo una serie di letture portfolio e confronti fatti con diversi personaggi legati al mondo dell’editoria e non solo, tra cui Giovanna Calvenzi, Jim Casper, Jenna Pirog, Carine Dolek e Michael Weir, si è sempre più materializzata l’idea di farlo diventare un libro. Fare in modo che potesse diventare un documento sempre a disposizione, visti anche i feedback positivi che avevo ricevuto sino a quel momento.

Il libro è a cura di Benedetta Donato ed edito da Crowdbooks. Ricordo di aver visto già un anno fa il dummy di questo libro: in un anno cosa è cambiato, se è cambiato, e come il curatore e l’editore ti hanno aiutato a trovare la forma definitiva del libro?

Benedetta ha visto il lavoro la prima volta a Cortona on the Movie, dove l’hanno visto anche un bel po’ di nomi importanti. Ha subito apprezzato il lavoro e quando le ho proposto di seguirne la curatela ha accettato prima che finissi di chiederglielo.

Stefano Bianchi ha dato una forte mano per la parte pratica e sull’impaginato. Ma siamo ancora in definizione del prodotto finale.

Non ci saranno solo le mie fotografie ed i testi di Benedetta, ma anche dei pop up che ricondurranno alla notte famosa, creando un collegamento ipertestuale. Ci saranno anche interventi di fotografi che stimo e che hanno apprezzato il mio lavoro, oltre anche a un paio di sorprese. Ma se ti racconto tutto poi non vale più la pena supportare il progetto.

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Ho un’ultima domanda. Questa intervista esce nella settimana in cui tre anni fa venne attaccata la redazione di Charlie Hebdo. Qual è il tuo punto di vista su questi fatti e come pensi vengano affrontati dai media? Avendo fatto un lavoro su uno di questi eventi importanti accaduti in Europa negli ultimi anni, penso tu possa dare un tuo parere generale.

Sai cosa? Nella mia ricerca fatta per 258 MINUTES più di una volta mi sono sentito dire da amici parigini “quello che vedete in tv che viene fatto a Parigi è solo perché lo vuole l’opinione pubblica, non di certo perché i parigini così possono sentirsi più sicuri.” Questo mi ha fatto pensare molto e mi ha portato prepotentemente nell’idea che parlare di certi fatti non è il modo per ricordarli. Si ricorda anche in silenzio.

Detto questo, per quanto riguarda Charlie Hebdo, ho una mia idea, che molti non condividono, ma non posso fare a meno di pensare che viene attribuito un significato totalmente errato alla parola satira, specialmente se politica. Fino a che non ci toccano in forma diretta, allora le cose fanno ridere. Ma la grandezza sta proprio in quello: ridere anche quando si viene toccati in prima persona.

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Angelo Ferrillo

copyright_giorgio_craveroAngelo Ferrillo nasce a Napoli nel 1974 dove intraprende gli studi di Ingegneria e dove si avvicina alla fotografia, formandosi da autodidatta, fino ad approdare al mondo della fotografia professionale. Attualmente si occupa di fotogiornalismo e di fotografia corporate, è photoeditor e docente di fotografia presso lo IED Milano e OFFICINE FOTOGRAFICHE Milano.

Dopo la chiusura del piano di studi con un Master in Fotogiornalismo ed un Master in Photoediting e Ricerca Iconografica, prosegue la strada della fotografia lavorando come fotogiornalista producendo reportage per Agenzie, ritratti, servizi di cronaca, oltre a commissionati per l’editoria e progetti personali di fotografia autoriale.

Conosciuto al pubblico per la sua street photography e per i suoi reportage, Angelo Ferrillo collabora attivamente con editori nazionali ed internazionali e con brand leader mondiali dell’urban style progettando e sviluppando immagini di social adv e brand comunication. Oggi membro del direttivo AFIP e HASSELBLAD Ambassador.

Il suo progetto 258 Minutes ha una campagna crowdfunding attiva su Crowdbooks a cui potete partecipare.

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