Dark non è mera finzione cinematografica, è qualcosa di più: è una corale rappresentazione dell’intima essenza dell’uomo, di ogni uomo.

Quando ho sentito parlare di Dark — cioè una serie tv tedesca prodotta da Netflix, cioè l’ennesima serie tv incorniciata da atmosfere a cavallo tra l’estetica di Twin Peaks, Wayward Pines, Stranger Things e simili, e dall’intreccio narrativo stile Westworld, Fringe e The OA (che ho amato) — ero piuttosto refrattario alla visione, spaventato, e quasi disgustato dalla facilità e frequenza attraverso cui la casa produttrice di Los Gatos sforna cubi di Rubik visuali.

Non ero mai stato così contento di avere torto: le mie aspettative erano generate solo dall’ignoranza e dalla noia — forse anche dalla mia boria intellettuale. Alla fine, i tedeschi non li batte nessuno quando si mettono a fare questo genere di cose. E con “questo genere di cose” mi riferisco a “praticamente tutto” — immaginiamoci quindi un Alexander Kluge più rilassato e meno nevrotico che si mette a fare una serie tv: questa è Dark.

Credo che Dark sia la miglior serie dell’anno. Punto.

Siamo in un’altra dimensione; anzi, siamo all’interno di un orizzonte di sensibilità (umana ed estetica) che raramente ho avuto modo di toccare sullo schermo del mio PC. Dark non è mera finzione cinematografica, è qualcosa di più: è una corale rappresentazione dell’intima essenza dell’uomo, di ogni uomo.

Tralasciando il fatto che la serie, rilasciata il 1° dicembre 2017, sia disponibile anche in 4K — e questo già di per sé dovrebbe bastare a far salivare qualsiasi nerd dei pixel come me — bisogna menzionare un paio di nomi grazie ai quali questo piccolo gioiello del piccolo schermo non ha nulla da invidiare a un romanzo di Dostoevskij o, addirittura, alle speculazioni metafisiche di Nietzsche, Hegel, Bergson, Spinoza e Heidegger. (Non li cito a caso, durante il corso delle puntate si intuisce qualcosina).

Alla regia c’è uno che che credo si sia sfogliato parecchi libri di filosofia moderna e contemporanea: Baran bo Odar (primo nome). È grazie a lui se il caotico e trapezistico intreccio narrativo riesce a trovare una sorta di pace dei sensi e serafica dignità. Senza quel sangue freddo dietro le quinte sono persuaso che il mare magnum di vicende raccontate — degne dello spessore diacronico dei Buddenbrook — si sarebbe transunstanziato in una sorta di zarrata per fricchettoni e sfigati della fantascienza (ops!, spoiler) come il sottoscritto.

Il secondo nome è sicuramente quello di Ben Frost, quello che fa musica elettronica minimal, è australiano e vive in Islanda — lo invidio parecchio. Ecco, senza Ben Frost, che orchestra magistralmente il susseguirsi dialettico di ogni scena, avrei potuto benissimo catalogare Dark all’interno di quella sequela di maldestri tentativi di imitatio generis che oggi vanno tanto di moda.

Il resto è in mano alla fotografia (Nikolaus Summerer), una fotografia sublime, postmoderna, onirica, ascetica, che ci conduce oltre lo schermo, oltre la carne, le ossa e il sangue degli attori e al di là della Mutter Erde tedesca.  

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Dark, anche guardata nella totalità dei dieci episodi, non è “solo” uno strippo di pseudofantascienza o un facsimile di 22/11/63, è qualcosa di più complesso e profondo, qualcosa che, in realtà, si serve dei viaggi temporali e di altri tool interessanti, al solo scopo di ritrarre la condizione esistenziale di un cospicuo numero di personaggi. Detto questo dunque, oltre a quella che si presenterebbe come la trama — cioè sparizione di un bambino, ritrovamento di un altro, viaggi nel tempo, rimandi cristologici etc. — rimane solida la costante più semplice ma mai banale: quella del dolore della perdita e della ricerca di se stessi, attraverso sì, ovviamente, anche viaggi temporali.

Bene, ma di che cosa parla Dark? Allora, la prima puntata è un po’ un film a parte, qualcosa che potrebbe benissimo finire lì. Un ragazzino sparisce ma la domanda non è chi sia sparito o chi l’abbia fatto sparire, ma “quando”? Dark si presta molto ad essere raccontata attraverso gli scarti del montaggio — cioè tutto il materiale narrativo che il montaggio taglia, elimina, nascondendo plurivoci significati. A seconda del punto di vista che scegliamo la storia cambia radicalmente, e con essa muta l’atmosfera, il senso, la categoria. L’intreccio è fittissimo, cercherò di essere il più chiaro possibile.  

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Siamo nel 2019. Ulrich Nielsen — padre di famiglia e traditore nato, personaggio travagliato, contraddittorio, folle e, forse, il più umanamente sopportabile — si sta beatamente godendo un orgasmo mattutino, non è in solitaria. È in compagnia di Hannah Kahnwald, ormai vedova, moglie di Michael Kahnwald — una sorta di pittore che si è placidamente legato un cappio al collo, lasciandosi morire, in una delle prime scene. Bene, c’è una tresca. Ulrich ci appare fin da subito come uno stronzo perché, finito di scopare, si riveste e sgattaiola fuori dalla finestra continuando la sua corsa del mattino. Stacco, ci ritroviamo a casa di Nielsen e attraverso un piano sequenza magistrale — la camera ruota vorticosamente tra gli spazi del soggiorno — veniamo a sapere che il nostro viveur non solo è sposato con una stangona: Katharina Nielsen, ma ha anche tre figli: la bella Martha, lo spaccone Magnus e il piccolo Mikkel — che vuole fare il mago e ha una fissa pazzesca per Houdini.

Ulrich è un poliziotto, arriva al lavoro e in mezzo al corridoio due buzzurri (un uomo e una donna) scimmiottano indemoniati. Questi due tizi sono i genitori di Erik, un ragazzo scomparso da diversi giorni. La polizia brancola nel buio. A Winden, dove si svolgono i fatti, non accade mai nulla di straordinario, siamo in un’ordinaria cittadina tedesca — salvo il fatto che poco distante si erge una spettrale centrale nucleare. Nel frattempo i figli dei personaggi che abbiamo incontrato: Magnus, Jonas Kahnwald (figlio di Hannah), Bartosz (non spoilero) e Martha decidono di rubare la roba di Erik. Il ragazzo scomparso, infatti, era uno spacciatore che teneva tutta la sua roba all’interno un divano, piuttosto malandato, all’entrata di una caverna nel cuore della foresta — può sembrare un cliché ma non lo è. Bell’idea (ovviamente lo faranno di notte). La puntata va avanti, ci ritroviamo Urlich in auto, riceve una chiamata: è Hannah.

Mi immagino lui che mentre parla con Hannah non pensa a sua moglie, Katharina — che nel frattempo ha trovato un capello di una donna, che non è lei, sulla sua felpa da jogging — pensa piuttosto al casino che sta combinando, pensa al fatto che il suo matrimonio, nonostante le apparenze, faccia fondamentalmente schifo; senza contare che è preoccupato del fatto che Hannah si sia innamorata, che voglia costruire una vita con lui. Ecco, ad Urlich di tutto questo non gliene frega un bel nulla, non vede in Hannah una nuova vita, anzi, scorge solo l’ombra del defunto marito e, eventualmente, lo spunto per del facile e appagante sesso — che non pratica da diverso tempo con Katharina. Una merda insomma.

Il capello, comunque, ovviamente è di Hannah, e ora la vediamo intenta a fare il suo lavoro: massaggi, sta massaggiando un vecchio stempiato. Teniamo a mente questo tizio, si chiama Aleksander Köhler. Creerà non pochi disagi più avanti. I due parlano del più e del meno, poi lui a un tratto chiede a lei come vada col nostro poliziotto. In pratica tutti in città sanno della loro liaison. Tutti tranne Katharina evidentemente.

A questo punto non vediamo Ulrich per parecchio. Lo rivediamo fuori da scuola, verso sera, pronto a limonare in segreto la moglie di Michael Kahnwald — mentre all’interno dell’edificio si tiene la riunione comunale. Intanto cos’è successo? Per ora nulla. Sono quasi le 22:38 del 4 novembre. A quell’ora i ragazzi sono tra gli alberi, alla ricerca della droga di Erik. Al gruppo si è unito il giovane Mikkel il quale, con un tono forse un po’ troppo caustico per un bambino, si chiede che cosa resta dopo la scomparsa di una persona. (Ho parafrasato ampiamente).

A questo punto c’è una svolta: la storia, che finora poteva risultare abbastanza noiosetta, prende il volo.

Una vecchia viene inquadrata: apre un astuccio e legge una lettera. Bene, nel frattempo, nello stesso momento, un rumore assordante fa letteralmente cagare sotto i ragazzi: panico, tutti scappano. Si ritrovano più avanti, senza Mikkel. Mikkel non c’è. Ulrich lo ritroviamo quando gli squilla il telefono. Squilla ai genitori dei ragazzi — che li ritrovano fradici e gelati. Spaventati. Urlich corre verso Magnus; dove Mikkel? Il terrore. Si mette a correre nella foresta. Arriva alla grotta. Non c’è nessuno, ci entra. Prendiamo fiato.

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La notte passa e il giorno, strano ma vero, arriva. Sono tutti scossi. Urlich è rimasto in auto. Sveglio tutta la notte. Ubriaco di terrore. Iniziano le ricerche. La polizia intanto setaccia la foresta e alla radio della polizia passa un comunicato: hanno trovato un bambino nel bosco. Il terrore si fa coraggio. Corre. Sul posto c’è la collega, Charlotte Doppler — moglie del terapista omosessuale di Jonas Kahnwald, figlio del suicida della prima scena. Si abbracciano, Charlotte e Urlich, lui piange si aspetta già il peggio. Si avvicina al corpo, lo accarezza, piange, sposta le foglie che coprono il viso del cadavere: non è suo figlio, non è Mikkel; ma non è nemmeno Erik, il ragazzo scomparso giorni prima. Chi è? E, in secondo luogo, perché ha una bruciatura tale sugli occhi da renderlo irriconoscibile? Che cosa deve passare per la testa a un padre, in quel momento, che pensa di aver trovato il cadavere del proprio figlio — ma poi scopre che non è lui? Senza contare la tensione emozionale: da una parte la tragedia di una vita recisa di fronte ai propri occhi, dall’altra parte il sollievo nel constatare che non è tuo figlio.

Mi immagino il vuoto e il panico, ma non riesco a figurarmi il dolore: quello è arrivato subito e istantaneamente se n’è andato per fare posto al resto. Si alza: “Non è Mikkel, non è Mikkel!” Siamo alla volata finale. Una radio anni 80 ci porta in una stanza stanza celeste, con una carta da parati per bambini: Erik è seduto su una sedia, legato. I capelli rossi del ragazzo contrastano meravigliosamente con la carta da parati, sembra un quadro. Una gabbia metallica gli chiude la faccia. Come fosse una ghigliottina la scena si chiude — e così la gabbia. Fine.

A questo punto mi chiedo: che cazzo è successo?

A questo punto mi ricordo un dettaglio a cui non avevo fatto caso, il dettaglio si trova nella prima scena, quando tale Michael Kahnwald si impicca. Prima di impiccarsi lascia una lettera sul comodino. C’è scritto “non aprire prima delle 22:38 del 4 novembre”. Aggiungo un secondo dettaglio: il cadavere era vestito anni ’80. Dov’è Mikkel? Quando è Mikkel?


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— FIN —

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