Siamo stati alla presentazione di Oh, Vita!, il nuovo disco di Jovanotti prodotto da Rick Rubin, uscito oggi per Universal. E questa, di per sé, è già una notizia. Ma torniamo un attimo indietro. Mettetevi comodi, vi raccontiamo una storia.

Intro

Un mese fa siamo stati invitati all’ascolto guidato, in anteprima, del nuovo disco di Jovanotti, Oh, Vita!, in compagnia dell’autore. Così, tra l’emozionato e il terrorizzato, come succede sempre nei momenti belli della vita, ho raccolto la sfida e mi sono presentato al Pinaxa Studio un pomeriggio di novembre.

Il freddo pizzicava, il cielo di Milano era color cemento e io ero vestito troppo poco. Dentro, a raccontarci questo viaggio che è partito mesi fa dall’Italia per approdare agli Shangri La Studios di Rick Rubin sulla costa californiana, ci aspettava lui, Lorenzo Cherubini. Per tutti Jovanotti.

Dopo le presentazioni, ci tuffiamo subito nel disco. “È appena arrivato il video di Oh, Vita!, esce settimana prossima. Magari ce lo guardiamo, cosa dite?” — e in un attimo, senza capire l’importanza della situazione, piombiamo in una Roma in bianco e nero, a due passi dal Vaticano. “Lì è dove sono cresciuto, quello era il mio quartiere, volevo che il video fosse girato proprio in quei posti, nelle vie in cui ho vissuto.” Ci immergiamo nel racconto di una storia che è iniziata un po’ di anni fa a due passi da San Pietro, di questa grande avventura che ha come nucleo la vita, a cui è difficile appiccicare un senso. “È quella cosa che sfugge… È l’amore, il vivere l’attimo.”

Ascoltiamo cinque pezzi molto diversi tra loro: Oh, Vita!, In Italia, Sbam!, Paura di Niente e Fame. Lorenzo ci accompagna per mano nell’ascolto, ci parla dell’emozione di lavorare con un produttore come Rick Rubin, della curiosità che nutre nei confronti del nuovo rap (nella fattispecie, della trap) e del cantautorato, dell’esigenza di cercare per questo disco una forma canzone semplice, essenziale. Alla fine divaghiamo, ci sciogliamo, parliamo del Primavera Sound, del mercato discografico americano che è immenso: “L’Italia è come se fosse il Texas, non è paragonabile per dimensioni. Lì ogni artista ha un suo mercato.”

A fare musica non ci si improvvisa, è una roba da working class.

Discutiamo del bombardamento musicale di oggi, della facilità di produrre dei singoli a cui spesso però non segue un progetto discografico solido: “Perché a fare musica non ci si improvvisa, è una roba da working class.” Quando ci salutiamo ho la testa piena di cose che faccio fatica a riordinare.

Poi passano le settimane, metto in fila i pensieri. Ed eccoci qua.

“Oh, Vita!”: adesso provo a raccontarvelo.

Ci vuole coraggio a reinventarsi continuamente, a rimettersi periodicamente in gioco, anno dopo anno, album dopo album, successo dopo successo. Viviamo nell’era della viralità, dell’ego dopato dall’ostentazione. Ci esibiamo, quindi esistiamo. Così però perdiamo il senso del tutto, la visione complessiva, l’idea del percorso, che la musica (ed eventualmente il successo) devono essere costruiti mattone per mattone, anno dopo anno, album dopo album. “Il punto non è fare il botto, quello l’ho già fatto venti volte. Il punto è fare esperienza”, spiega Jovanotti sul palco del Jova Pop Shop allestito in Piazza Gae Aulenti, la piazza dei grattacieli di Milano.  

Fare esperienza significa osare, muoversi verso zone inesplorate, Navigare, come recita uno dei brani di Oh, Vita!

Riscoprirsi è togliere il superfluo, le produzioni pompose dei dischi precedenti, le voci sovrapposte, gli strati di effetti, tornare a imbracciare di nuovo la chitarra, cantare per ricordare le origini e ridisegnare un futuro nuovo e diverso dal presente. Ho un passaporto italiano, un cuore mediterraneo canta Jovanotti nella prima strofa della traccia di apertura, che dà il nome al disco, realizzata sopra un sample di chitarra scelto da Rubin.

Riscoprirsi è scoprire due ragazzi di Bassano del Grappa che facevano i magazzinieri da Diesel, gli Ackeejuice Rockers, e affidargli la produzione di un brano, Le Canzoni, che è la colonna sonora perfetta di un venerdì sera in un club di Milano, lo sguardo di un giovane a un giovane, la realizzazione che tutti da ragazzi siamo stupidi e ci piacciono le cose sbagliate che poi forse sono quelle giuste.

È sperimentare, comporre una suite di 8’17’’ (Fame), fregandosene dei tempi, lasciando spazio alle improvvisazioni dei musicisti ma avvertendo tutti — tenete bene sotto mira quelli come me che hanno ancora fame fame fame.  

Nel nuovo disco di Jovanotti convivono e si fondono in modo armonioso due anime, una cantautorale e una hip hop. “D’altronde Rubin è uno che ha creato con Def Jam l’hip hop di massa,” precisa, ma “i Beastie Boys hanno una forma canzone.”

Jovanotti e Rick Rubin / Foto via Facebook

Jovanotti e Rick Rubin

Ci sono brani dolci, cantati quasi sottovoce, suonati piano. È il caso di Ragazzini per strada. Oppure vere e proprie storie di vita. Vite narrate, dure e reali, scorci di esistenza da storyteller navigato come quelli di Nico e Gioia, anche loro due ragazzi, raccontati in Quello Che Intendevi da una chitarra greve che ricorda il Johnny Cash prodotto (e risollevato) da Rubin.

Nico s’è comprato una pistola
Per i suoi quattordici anni
E stamattina l’ha portata a scuola
Mentre la prof spiegava una poesia priva di inganni
Lui se la accarezzava sotto il banco
E si sentiva meglio di Leopardi, di Dante, dei politici,
Del preside, del figlio del padrone
Del negozio di elettrodomestici dove ci sta suo zio
Per mille euro al mese
E non capisce come faccia a mantenere quello sguardo
Di chi è contento in fondo
Senza pretese
Non è famoso neanche tra gli amici suoi
Che cazzo serve fare sacrifici poi

In Amoremio esplode l’autotune. Anche questa è stata una scelta precisa del produttore-guru, a cui non vanno a genio le mezze misure e che è invece un mago nell’ottenere il suono giusto amplificando le frequenze basse, riducendo all’osso le canzoni per tirarne fuori l’essenza. Come con Sbam!, l’altro singolo prodotto dagli Ackeejuice Rockers che Rubin ha asciugato al punto da salvare solo tre tracce. Su quaranta. “Ogni volta che abbassava una traccia sul mixer mi veniva un colpo al cuore. Ma aveva ragione.”

Jovanotti in studio / Facebook

Jovanotti in studio

Oh, Vita! è un disco semplice, diretto, estremamente vario. Al suo interno possono coesistere naturalmente il rap, la ballata e il reggae. È la dimostrazione concreta che Jovanotti a 51 anni ha ancora un sacco di cose da dire e le dice nel modo giusto, col piglio moderno di chi osserva continuamente il mondo senza sentirsi su un piedistallo, con leggerezza, pronto ad afferrare il cambiamento non solo della musica ma della società intera, a guardarne tra le pieghe. Ma per farlo bisogna scomodarsi, avere il coraggio di cambiare, sapersi rimettere in gioco ancora, un’altra volta, dimostrandosi capaci di interpretare quello che succede in giro senza riproporre il già sentito.

Le canzoni non devono essere belle
Devono essere stelle
Illuminare la notte
Far ballare la gente
Ognuno come gli pare
Ognuno dove gli pare
Ognuno come si sente

In Le Canzoni c’è la stessa magia che ricerchiamo nell’indie, il tiro di un brano di Cosmo, quella cosa che ti fa muovere e non sai perché. In Affermativo troviamo invece l’impegno sociale, la riflessione sul mondo di uno che il mondo l’ha girato tanto e, vivendolo, non ne concepisce più i confini. La realtà è che nei dischi di Jovanotti la vita, nei suoi dettagli, nella sua grandiosa bellezza così come nelle drammaticità, c’è sempre stata. Ne muove la musica, la ispira indirizzandola verso un’agitazione continua, proiettandola verso un suono fresco, verso un nuovo testo dal respiro universale. Oh, Vita! è quindi la celebrazione di un percorso, che è iniziato molti anni fa e qualche disco fa passava per questa frase: Perché ogni tempo porta dentro un dispiacere, perché ogni giorno porta dentro un po’ d’amore — e cos’è questa se non la vita?  

Outro

La conferenza stampa sta per finire, rimangono le ultime domande. Una di queste riguarda Sbam!, un libro-rivista-esperimento realizzato da Lorenzo parallelamente all’album. Al suo interno, tra le altre cose, c’è un pezzo dal titolo “Ascoltiamoli a casa loro, affermativo, affermativo…” È un reportage che nasce da una domanda — “Chissà che musica ascoltano i ragazzi che attraversano il mare?” Lui, Jovanotti, aggiunge: “Sono un appassionato di riviste e di lettura. I giornali che realizzano dei grandi reportage io li leggo e li ammiro. Sono uno di quegli essere umani a cui piacciono gli articoli lunghi, probabilmente siamo rimasti in due: io e l’autore.”

Ora, finalmente, capisco come siamo arrivati fin qua.

Segui Marco su Twitter

Per ricevere tutte le notizie da The Submarine, metti Mi piace su Facebook

— FIN —

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi