In copertina, via Twitter: Autorità al funerale di Chidi Namdi Emmanuel, uno scatto simile a questo è stato ricontestualizzato in una caption su Facebook che lo descriveva come uno scatto dal funerale di Riina, solo uno dei casi di fake news di cui si è discusso in questi giorni.

Il problema che dovrebbero farsi tanti commentatori e il Partito democratico stesso non è la virulenza delle fake news sul pubblico italiano o la piú o meno vera ingerenza estera nella prossima campagna elettorale: ma la forma di questa propaganda — populista, xenofoba e tendenzialmente fascistoide.

La scorsa settimana è tornato dirompente nel dibattito politico italiano il problema delle “fake news,” mosso da un discusso articolo del New York Times, l’ennesima presa di posizione confusa da parte del Partito democratico e una reazione completamente irrazionale del parte del Movimento 5 Stelle e della stampa.

Il dibattito sull’informazione e la propaganda politica online, già caldo negli ultimi due anni, è stato riaperto il 21 novembre da un’inchiesta di Alberto Nardelli e Craig Silverman per BuzzFeed News riguardo ai siti di propaganda di destra populista iNews24 e DirettaNews, del gruppo Web365. L’azienda, che pubblicava contenuti virali che imperversavano in tantissimi gruppi di estrema destra, non sembra aver legami — o perlomeno non ancora scoperti — con nessuna piattaforma politica: pubblicavano insomma quelle che chiamiamo adesso “fake news” semplicemente per soldi.

Tre giorni dopo, un secondo colpo viene sparato dal New York Times. Un articolo di Jason Horowitz riporta i risultati del report preparato per Matteo Renzi dal ricercatore Andrea Stroppa, che mostra come una serie di siti di propaganda politica di estrema destra e filorussa condividono lo stesso ID di tracking assegnato da Google Analytics, facendo presumere che gli autori del sito siano gli stessi. Tra questi, il sito internet riconosciuto dalla Lega Nord “Noi con Salvini,” ma anche pagine di attivisti del Movimento 5 Stelle come “Info a 5 stelle” e “Video a 5 stelle,” e dichiarata propaganda filorussa come “Io sto con Putin.”

(Per la cronaca, il report non riportava nemmeno informazioni nuove, ma presentate per la prima volta lo scorso agosto da Affari Italiani.)

la_repubblica-2017-11-27-5a1b81fb0a71fDa qui, il dramma: il Partito democratico annuncia di “aver sgamato” 🤦‍♀️ la collusione anti-sistema tra Lega e 5 Stelle, i 5 Stelle hanno risposto dicendo che no, specchio riflesso, è il report voluto da Renzi la “fake news,” Facebook ha soppresso le pagine di iNews24 e DirettaNews malgrado la seconda fosse una testata regolarmente registrata in tribunale. Da allora sembra non si parli d’altro — ieri Repubblica dedicava alla questione l’intera prima pagina, e pure il 25 novembre, una data su cui si poteva dare piú spazio ad una certa giornata internazionale.

La sensazione è che gli eventi dell’ingerenza russa nelle elezioni degli Stati Uniti non abbiano insegnato niente a nessuna delle parti in causa.

Non hanno insegnato niente alla stampa, che non sta aiutando il pubblico a discernere tra notizie false, tagli iper populisti e deformati di notizie vere, lanci che girano quasi come meme o con valore solo politico. Questo tipo di contenuti si diffondono tramite canali diversi e hanno tutti colpe e caratteristiche diverse. Costringerli in un solo contenitore è parte integrante del motivo per cui sembrano a volte un fenomeno praticamente impossibile da affrontare e risolvere.

Non hanno insegnato niente al Pd, che si è dimenticato come insistere sulle “fake news” sia una trappola che lo allontana soltanto dai propri elettori. Il Partito sembra quasi piú interessato a costruire una narrativa che giustifichi l’imminente disfatta che un programma elettorale.

Il Movimento 5 Stelle sa bene che questo per il Partito democratico è un vicolo cieco, e infatti ce lo spinge con grande convinzione.

D’altra parte, sappiamo che le operazioni di propaganda online hanno senso e funzionano perché abbiamo avuto modo di osservarle attraverso una lente diversa da quella di questi ultimi due anni: analizzando quelle che l’Occidente ha svolto, con diverse percentuali di successo, in paesi del Medio Oriente.

Le operazioni di propaganda online di forze estere sono una realtà incontrastabile da quando internet è diventato un mezzo di comunicazione mainstream: Russia e Cina hanno organizzazioni attive rispettivamente dal 2003 e dal 2004, e non è un segreto che anche l’Occidente usi fattorie di troll per influenzare l’opinione pubblica.

Nel giugno 2015 una fattoria di troll britannici fu rivelata dai leak di Edward Snowden in un articolo di Glenn Greenwald e Andrew Fishman sull’Intercept.

Tra i documenti rivelati da Snowden, una lista dei metodi e delle tecniche utilizzate dal Joint Threat Research Intelligence Group, che si legge come una precisa guida su come costruire “fake news” e propaganda online.

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Un altro esempio di operazione di sockpuppetry e astroturfing di cui sappiamo di piú — perché in Occidente almeno abbiamo un po’ di stampa libera — è la Operation Earnest Voice del governo statunitense, dedicata alla diffusione di fake news in social network orientali e russi e svelata da Nick Fielding e Ian Cobain per il Guardian nel marzo 2011.

Con una faccia tosta che speriamo finisca sui libri di Storia l’allora generale David H. Petraeus sostenne che l’operazione non era di propaganda ma “dava spazio alle voci centriste del dibattito.” (L’operazione sotto esame era attiva in Afghanistan. Le voci centriste dell’Afghanistan del 2011: possiamo dire a questo punto, complimenti, missione fallita)

In molti si sono detti molto preoccupati dalla rimozione della pagina Facebook di DirettaNews, che non era una “semplice” pagina gentista ma una testata giornalistica registrata. Ora, sorvolando su quanto sia completamente antistorico e lol cercare una differenza tra una pagina Facebook populista e una testata registrata populista, il problema non si pone nemmeno: Facebook non è lo Stato, non è censura perché nessuno impedisce a Diretta News di pubblicare i propri contenuti sul proprio server e ai lettori di Diretta News di collegarsi al loro sito per leggerli. Se Facebook ritiene che i contenuti di Diretta News non sono adatti per la propria piattaforma, completamente privata, nessuno ha diritto di dirgli che non devono esserci: è assurdo pretendere che Facebook non sia una media company, e lentamente si sta abituando all’idea anche l’amministrazione dell’azienda — cancellare Diretta News è un’azione di cura editoriale.

Il problema che dovrebbero farsi tanti commentatori e il Partito democratico stesso non è la virulenza delle fake news sul pubblico italiano o la piú o meno vera ingerenza estera nella prossima campagna elettorale: ma la forma di questa propaganda, populista, xenofoba e tendenzialmente fascistoide.

Anche questo è un fenomeno assolutamente non nuovo, ma che aiuta a inquadrare quali siano le necessità e le urgenze per affrontare l’emergenza. Sì: è fondamentale pretendere agli strumenti di distribuzione di questi contenuti, in Italia principalmente Facebook, la loro rimozione sistematica. No: non è censura, nemmeno se mandata dallo Stato — il concetto di censura del fascismo è un paradosso, perché prevede che il fascismo meriti i canoni di libertà assegnati dalla società civile quando invece ricade al di fuori di essa.

Ma soprattutto: riconoscere che quando parliamo di fake news parliamo di un tipo di propaganda online ci dovrebbe permettere di trovare una vera soluzione — ed è una battaglia che si combatte nel campo dei contenuti, non dei mezzi di informazione.

In un editoriale per l’Atlantic, il ricercatore Simon Cottee centra il fulcro del problema, parlando però di un altro campo di battaglia — l’Occidente non è stato in grado di sconfiggere la propaganda online dello Stato Islamico perché, nei confronti delle persone che vivono in paesi distrutti dalla guerra, o costretti a vite borderline dal razzismo di stato dei paesi del primo mondo in cui vivono, l’Occidente non ha nessun messaggio piú convincente di quello dello Stato Islamico.

Se siamo tutti d’accordo che con “fake news” in Italia si intende soprattutto di casi come quello del disgustoso inganno sulla “sposa bambina” di Padova, allora la battaglia si combatte sui contenuti.

Perché il Pd non è in grado di comunicare con gli elettori riguardo la crisi dei migranti senza scimmiottare la destra? Perché quando il premier parla di “centralità del lavoro” finisce a parlare di robotica e non di tutele dei lavoratori?

Una parte della responsabilità di questi fallimenti è intrinseca nella presunta complessità delle proprie idee rispetto all’immediatezza degli argomenti del populismo, ma questa è una giustificazione, non una ragione per evitare di rispondere all’avanzata della retorica fascista con soluzioni vere, e non stereotipi sulle “fake news.” Insomma: basta scuse.

— FIN —

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