Ritorniamo all’isola di Arturo, con Marta Giaccone

Diaframma è la nostra rubrica–galleria di fotografia, fotogiornalismo e fotosintesi. Ogni settimana, una conversazione a quattr’occhi con un fotografo e un suo progetto che sveliamo giorno dopo giorno sul nostro profilo Instagram.

Questa settimana abbiamo intervistato Marta Giaccone, che ci presenta il suo progetto realizzato sull’isola di Procida, ispirata dal libro di Elsa Morante, da cui deriva il titolo del lavoro: Ritorno all’isola di Arturo.


Come è nata l’idea di questo progetto, dal libro, una fonte esterna, o da un tuo interesse particolare nei confronti di una generazione?

In generale sono affascinata dall’età della preadolescenza e dell’adolescenza. In un lavoro precedente che riguarda le madri adolescenti in Galles, ancora in corso, avevo già affrontato questo tema. Non sapevo neppure dell’esistenza di Procida fino a 2 anni fa ma avevo in testa il titolo di questo libro da tanto tempo, da quando, avrò avuto 10 anni, mia cugina lo leggeva in vacanza. Mi piaceva semplicemente il nome, L’isola di Arturo.

Poi, d’un tratto, quando mi trovavo in Galles per gli studi, nel 2014, mi è tornato in mente e ho guardato il fim di Damiano Damiani del ’62. L’anno dopo finalmente ho chiuso il cerchio leggendo il libro, che è del ’57. La storia mi è piaciuta molto perchè è narrata dal punto di vista di un ragazzino di quattordici anni e racconta una vita molto diversa da quella che ho vissuto io da adolescente. Certo, Arturo ha vissuto negli anni ’30 e oltrettutto in un’isola, un luogo che è molto lontano dalla mia realtà giovanile (sono cresciuta a Milano). Ma l’elemento principale che mi ha colpito è il rapporto molto forte che questo ragazzo ha con la propria isola.

Insomma, ero finalmente pronta a vedere come fosse Procida e i suoi adolescenti. Il giorno dopo aver finito di leggere il libro sono partita per l’isola.

Come è stato all’inizio, dopo che hai descritto questa lunga e, forse, inconscia preparazione?

Avevo poche nozioni su Procida, a parte quello che avevo visto nel fim e immaginato dal libro: sapevo solo che era molto piccola.

Inizialmente, per via delle forti suggestioni, del film in particolare, pensavo di realizzare una storia su un ragazzino moro con fotografie in bianco e nero. Ma Procida ha dei paesaggi e dei colori bellissimi, fin troppo belli, e quindi ho optato per il colore (fortunatamente avevo portato entrambe le pellicole). I paesaggi lì sono tutti degni di cartoline e quindi ho trovato difficoltà a fotografarli, si vedono appena come sfondo nei ritratti. La seconda volta che sono tornata ho iniziato a far fare ai ragazzi delle polaroid dei loro luoghi preferiti. Credo che siano interessanti ma non sempre le includo nel progetto, dipende dalla situazione.

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Come ti sei mossa una volta sull’isola?

Ho camminato. Mi sono interrogata sul da farsi, perché non conoscevo nessuno. Il primo giorno è stato strano, incontravo solo ragazzi in gruppo e mi intimoriva un po’ approcciare un branco di adolescenti!

L’inizio di questo progetto sembra una scelta dettata molto anche dall’istinto.

Non avevo piani precisi a parte voler passare qualche giorno a Procida e capire la situazione. La prima sera ho conosciuto una ragazza, finalmente sola, e le ho potuto spiegare il progetto che avevo in mente (anche se ancora non era chiaro nemmeno a me). E’ stata lei a invitarmi ad accompagnarla in un campetto di calcio dove si trovavano i suoi amici; questo è stato il trampolino di lancio che mi ha permesso di conoscere tanti altri ragazzi e ragazze.

Da quel momento è nato un bel rapporto, giocoso e complice, soprattutto con le ragazze, che alle volte mi chiedono foto da usare per uso personale, per i social.

Che età hanno questi ragazzi?

La prima che ho incontrato allora aveva tredici anni, altri che ho conosciuto potevano avere età diverse; c’è da dire che i gruppi lì sono molto eterogenei in fatto di età, comunque in media quelli con cui sono più in contatto ora hanno 13-17 anni.

Quali sono state le reazioni dei ragazzi al tuo progetto, alle tue fotografie?

Sono abituati ai turisti, sanno di vivere in un luogo bellissimo. Rispetto alla mia presenza erano abbastanza perplessi, nel senso che solitamente le persone arrivano a Procida per il luogo e anche per le feste religiose, non per concentrarsi sugli abitanti. Mi spiego, i ragazzi erano un po’ sorpresi che qualcuno venisse da fuori per fotografare proprio loro — in generale le femmine si prestavano molto a farsi fotografare mentre i maschi facevano i preziosi o non erano interessati: spesso li sottraevo al calcio per qualche minuto per rubargli uno scatto!

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Quante volte sei stata sull’isola, dopo la tua prima visita?

In totale ci sono stata sette volte negli ultimi due anni (e ovviamente ritornerò sia per passare qualche giorno al mare sia per vedere tutti i miei amici e continuare il progetto). Nel corso delle visite e degli anni ho stretto amicizie, ogni volta che torno il gruppo si allarga, quelli che conosco mi presentano a loro volta sempre nuovi amici.

Come hai iniziato a scattare, l’hai fatto da subito?

Ci ho messo del tempo perché preferisco un approccio lento; inoltre scatto con una Rolleiflex, che già è lenta di suo. In più, i ragazzi, che all’inizio non erano abituati a questo tipo di macchina, ne erano incuriositi e mi facevano domande. La macchina mi ha permesso di entrare in sintonia con i ragazzi, una sintonia di tipo giocoso – anche se le prime volte restavano delusi quando scoprivano che non potevano vedere subito le foto.

Che rapporto hai avuto, invece, con i genitori?

Pensavo si sarebbero mostrati riservati, diffidenti. Ho colto l’occasione del 60esimo dell’anniversario della pubblicazione del libro di Elsa Morante (1957-2017) per chiedere all’assessore alla Cultura di Procida di poter fare una mostra. Lui ha apprezzato molto il mio lavoro da subito, mi ha detto che mai Procida era stata fotograta in maniera così naturale e vera, sopratutto i ragazzi. Di pubblicazioni ce ne sono molte, ma spesso riguardano i paesaggi e i riti religiosi.

Con l’occasione della mostra ho conosciuto i genitori, volevo che sapessero chi fossi, con chi passavano i pomeriggi i propri figli. È stata una grande soddisfazione trovarli contenti ed entusiasti di vedere i figli al centro di un lavoro fotografico.

Com’è andata la mostra?

La mostra è rimasta aperta da fine settembre a fine ottobre di quest’anno ed è stata inserita all’interno di una rassegna con più eventi e un premio letterario. È stato un momento istituzionale, con la presenza del sindaco, l’assessore e tante figure importanti di Procida e Napoli venute appositamente per l’anniversario della pubblicazione del libro.

Hai detto che alcune di queste ragazze chiedevano delle foto da tenere per sé. Cosa può raccontare una fotografia autoriale rispetto ad una fotografia che si inserisce all’interno di un generico cliché (spiaggia, tramonto, profilo, ecc)?

Nelle foto che faccio ad adolescenti di una piccola isola italiana mi concentro su un contesto specifico, ma per parlare di un tema universale, che appunto è l’adolescenza. Magari potrei trovare questi ragazzi anche in altre realtà, chissà, ma ho scelto questo luogo. Le foto che faccio per loro, come scambio, per me sono molto importanti: so che farsi fotografare per il mio progetto ai ragazzi un po’ pesa, soprattutto alle femmine pesa non poter controllare come vengono, se l’espressione e la posa vanno bene. Ormai siamo abituati ai selfie e a fotografarci soltanto da soli. Facendo delle foto per loro, nel luogo che scelgono, con le pose che vogliono, mi sento di restituirgli almeno un po’ del favore e della complicità che mi donano per il mio lavoro.

La casualità può aiutare?

Per alcuni lavori mi affido completamente alla casualità, per altri organizzo tutto al meglio. Nel caso di Procida posso dire che mi ero fissata con questa isola e sono molto contenta di come è andata e di come sta andando.

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I ragazzi ritratti sembrano in pace con sé stessi. Si parla spesso dell’adolescenza come un periodo tumultuoso, tu mi sembra che abbia eluso questa caratteristica. È una scelta voluta?

Nonostante a Procida porti sempre la macchina fotografica con me, scatto solo quando ci sono determinate condizioni che mi coinvolgono. Passo molto tempo con i ragazzi, li vado a cercare in tutti gli angoli dell’isola (è solo quattro chilometri quadrati!) tra i vari campetti, le stradine con i muri alti e le spiagge. Naturalmente i tumulti dell’età adolescenziale sono presenti, forse in qualche foto s’intravedono, ad esempio l’affetto, l’amicizia, l’imbarazzo; può darsi però che nei momenti che stiamo insieme si crei una sorta di “zona franca.”

Il rapporto personale conta quindi?

Sì, certamente. Per lavori di questo genere, lunghi e in cui ritorno nello stesso luogo e incontro le stesse persone, instaurare un rapporto di amicizia e fiducia reciproca è fondamentale (come anche per il mio progetto sulle mamme adolescenti gallesi). Ovviamente quando ho fatto i primissimi ritratti non esisteva ancora un legame con i ragazzi, e in quel caso semplicemente si sono fidati e li ho messi a loro agio. Mi hanno sempre detto che ho questo dono (di far sentire la gente a proprio agio) e credo che sia vero. A volte mi capita di fare foto a qualcuno per strada mentre sono di passaggio, e anche lì credo che ci voglia una certa sensibilità, non sono un predatore che punta, scatta e scappa. Se le persone hanno tempo per fermarsi a parlare, io ne sono felice, mi interessa l’essere umano.

Cosa ne pensano i ragazzi delle tue fotografie?

Per loro — soprattutto le ragazze — è difficile accettare il fatto che io li voglia ritrarre con espressioni serie o comunque non sorridenti. Cerco uno sguardo più profondo del semplice sorriso forzato, credo sia uno sguardo che si manifesta, dopo qualche secondo o minuto, solo se la persona è coinvolta, capisce cosa sto cercando e si abbandona un minimo. E credo che un po’ di merito in qualsiasi ritratto vada anche al soggetto. Pian piano, facendo più foto agli stessi ragazzi nel corso del tempo, questi capiscono che non sorridere non significa avere un’espressione “triste”: hanno imparato a capire, accettarsi e riconoscersi nelle mie fotografie.

Un momento divertente è stato quando Vogue Italia, per parlare della mia mostra, ha realizzato una galleria su Instagram con alcune fotografie, che ha ricevuto diversi migliaia di like. La reazione di alcune ragazze è stata: gli puoi dire se mi taggano? Questo mi ha fatto sorridere, vuol dire che alla fine si piacciono nelle mie foto! In ogni caso chiedo sempre l’opinione dei soggetti ritratti, se una foto non piace assolutamente, non la tengo per il progetto; se faccio 2 o 3 scatti della stessa situazione cerco di capire quale sia quello migliore, secondo i gusti di entrambi. Non vorrei mai che una persona che ho ritratto odi la foto che gli ho fatto, non sarebbe giusto. È vero che sono la fotografa però qui si parla di una dimensione umana, che è imprescindibile.


kasselMarta Giaccone

Marta Giaccone (1988, Milano) ha conseguito un master in Documentary Photography alla University of South Wales, Newport, Regno Unito, nel 2014, e una laurea triennale in Letteratura Inglese e Ispanoamericana a Milano nel 2011. Le sue ricerche generalmente trattano temi inerenti ai giovani, alla famiglia e alle donne. È inoltre affascinata dalle contraddizioni culturali e ideologiche presenti nella società americana contemporanea. Per i suoi lavori a lungo termine usa macchine di medio e grande formato che permettono un approccio più intimo e riflessivo. Le sue foto sono state pubblicate su i-DVogue.itRefinery29Il Sole 24OreCosmopolitan, Il Manifesto e D di Repubblica e altre testate. I suoi clienti includono i-D Italia. Ha lavorato per Richard Mosse come assistente di produzione per “Incoming” e “Heat Maps”; come stagista presso Magnum Photos NYC, Bruce Davidson, Mary Ellen Mark e Alessandra Sanguinetti; come traduttrice per Mark Power e Olivia Arthur. È stata tra i finalisti di vari premi tra cui Burn Magazine EPF 2017 (US), Lucie Foundation Emerging Scholarship (US), Premio Pesaresi (IT), Intrepid Film Photography Award (UK), Athens Photo Festival (GR), Moscow International Photo Award (RU) e Source-Cord Prize (IE). Le sue foto hanno preso parte a mostre di gruppo in Inghilterra, Galles, Italia e Stati Uniti. La sua prima mostra personale, “Ritorno all’Isola di Arturo”, ha inaugurato a Procida a settembre 2017.

— FIN —

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