The Square ha vinto quest’anno la Palma d’oro della 70° edizione del Cannes Film Festival.

È una Palma d’oro che, qualora uno si fermasse alla pellicola, susciterebbe una dissonanza e farebbe giustamente storcere il naso. Si tratta infatti una Palma sui generis, inusitata. Ma se uno cala questo importante riconoscimento cinematografico all’interno della filmografia del regista svedese, è possibile notare come The Square sia il compimento della ricerca estetica di questo autore. È la dissoluzione della borghesia come sistema che può autocelebrarsi e autoconservarsi – sistema al quale lo stesso Östlund appartiene – senza fare i conti, per davvero, con il mondo.

Ricordo di aver visto Forza maggiore – penultimo lungometraggio del regista – un paio di anni fa. Non ero al cinema, se non ricordo male l’avevo recuperato in rete da qualche parte. Ad ogni modo, due anni fa conobbi Ruben Östlund. Il film, vagamente inquietante, parla di una famiglia medio borghese che decide di passare qualche giorno di vacanza in una località di alta montagna. Tutto regolare, il padre, lavoratore seriale, può finalmente passare del tempo con i figli e la bella moglie. Se non che, a un certo punto, davanti ad un evento incontrollabile (sia fisicamente che psicologicamente, una slavina per l’esattezza), il padre, in quanto “uomo” – che all’interno dell’orizzonte narrativo östlundiano dovrebbe incarnare una plurivocità di significati “positivi” – si ritrova, inaspettatamente, a fuggire. Mentre la slavina è prossima alla distruzione dello chalet dove la famiglia sta tranquillamente mangiando, l’ordine quotidiano, le certezze, la famiglia, le regole che ordinavano quel microcosmo perfetto semplicemente si spezzano.

Il padre fugge goffamente all’interno dell’edificio lasciando la moglie e i due figli in balia di qualcosa che non può controllare. Più ci penso più sono convinto che il film sia capace di mettere in imbarazzo qualsiasi uomo, soprattutto il prototipo macho o chi si reputa tale — basti pensare che l’altro “uomo” affetto da questa crisi dell’immagine è niente meno che Kristofer Hivju, il Tormund del Trono di Spade. La scelta risulta perfetta: prendere un attore noto per un ruolo decisamente machistico – Tormund nel Trono di Spade è una sorta di King-dei-bruti – e decostruire immanentemente la sovrastruttura di significati con il quale è stato caricato. Insomma, se siete maschi, guardando Forza maggiore, vi sentirete una merda. E questa è la potenza espressiva del cinema di Östlund: mostrare le contraddizioni sopra le quali abbiamo costruito una vita apparentemente bella, significativa e ordinata.

L’ultimo lavoro di Östlund invece parla di Christian (interpretato da Claes Bang), un egotico direttore di un museo di arte moderna e contemporanea. Christian vuole osare, e gli è permesso farlo. Il delirio inizia quando si decide di sponsorizzare una particolare opera, The Square appunto: “un santuario di fiducia e altruismo, al suo interno tutti condividiamo uguali diritti e doveri.” Tutto ruota attorno alla contraddizione che lacera tutti gli uomini dall’interno: da un lato l’idea che abbiamo di noi e che cerchiamo costantemente di trasporre al di fuori, dall’altra parte ciò che, in realtà, siamo nella nostra più intima essenza: degli stronzi. Se nel precedente lungometraggio ad essere messa in scacco era la famiglia borghese e l’idea di “maschio,” all’interno di quell’ecosistema così astratto, in The Square, la dialettica è tutta interna al mondo interiore dell’individuo.

Il film mostra i nostri isterici tentativi di essere migliori, di mostrarci tolleranti e cordiali con un prossimo che, in ultima analisi, detestiamo. La vicenda è una sequenza di accadimenti strampalati, fuori contesto, totalmente assurdi e che, nel loro non-senso, aprono la strada, forse, all’accettazione del fatto che si è tutti delle bestie. In una delle ultime scene ci troviamo a un diner placé a cui è invitata la crème de la crème del panorama radical chic del mondo dell’arte. La performance messa in atto è quella di Oleg (lo stuntman Terry Notary), l’uomo scimmia, che irrompe nella sala. Da simpatico siparietto in cui la performance artistica è svago, un happening quasi frivolo, la situazione si capovolge in un incubo all’interno del quale l’uomo scimmia prende il controllo del reale — non è più arte museale, non è più mera contemplazione, è interazione con l’opera: l’opera entra direttamente nella mondanità e crea dissenso.

Östlund riesce a riflettere anche qui sullo statuto dell’arte e su come essa sia contemplata e fruita dall’Art System di cui si circonda, un sistema insomma a cui sta bene l’opera d’arte finché, di fatto, non dà fastidio. Quando questa inizia a diventare politica o interagisce seriamente con il mondo è meglio scappare e rifugiarsi, di nuovo, nei propri sacri e intonsi salotti culturali.


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