Benvenuti a Eco 

la rassegna stampa quindicinale dedicata a energia, ambiente, ecologia e sostenibilità.eco-titlecard-003

In questa puntata: un mese dopo l’uragano Maria, Puerto Rico è ancora in gran parte senza fornitura elettrica. Intanto, il Giappone torna al carbone e i Russi tramano col petrolio, come sempre.

1. Giù le mani da Puerto Rico

L’uragano Maria ha colpito Puerto Rico ormai più di un mese fa, e la situazione sull’isola rimane drammatica. Tra centinaia di edifici distrutti, strade impraticabili e una situazione sanitaria precaria, il “territorio non incorporato” degli USA si trova ad affrontare gravissimi danneggiamenti anche alla rete elettrica, la cui ricostruzione è stata affidata ad una piccola azienda del Montana, la Whitefish Energy. Pochi giorni fa, però, è scoppiato il caso: la compagnia elettrica di Puerto Rico ha, infatti, cancellato il contratto da 300$ milioni con la W.E─anche a seguito delle critiche mossa dalla FEMA. I motivi della cancellazione andrebbero ricercati nei legami che l’azienda potrebbe avere con l’amministrazione Trump─in particolare con il Segretario degli Interni, Ryan Zinke─e nell’esperienza nulla nel gestire interventi su larga scala. In caso di disastri di tale portata, inoltre, le compagnie energetiche locali sono solite fare affidamento ad altre compagnie pubbliche per la ricostruzione della propria rete; non è chiaro perché non sia stata ancora seguita questa procedura.

2. Petrolio e politica, nel mirino della Russia

Il fatto che il petrolio non abbia solo un’importanza energetica, ma anche politica, non è una novità; eppure, sempre più negli ultimi anni questo aspetto è diventato lapalissiano, in particolare se si guarda all’uso che la Russia fa dell’oro nero. Rosneft─compagnia petrolifera a maggioranza statale─nello specifico è diventata il cavallo di Troia di Mosca in numerosi scenari: tramite accordi e/o prestiti erogati dal gigante dell’energia ad altre compagnie energetiche legate ad attori chiave nello scacchiere geopolitico─quali il Venezuela o i Curdi, di cui avevamo scritto─i Russi hanno iniziato a inserirsi attivamente in quelle aree dove l’influenza statunitense si è indebolita o non è ancora del tutto consolidata. Anche il Mediterraneo non è sfuggito all’attenzione di Rosneft, che, tra le altre operazioni, è riuscita ad ottenere da ENI una quota del 30% nella concessione di Shorouk, dove si trova il giacimento di gas naturale di Zohr, scoperto nel 2015 e considerato il più grande di tutto il Mediterraneo.

3. Se il Giappone punta al carbone

Andando contro quello che è ormai il trend globale─e nonostante molte imprese abbiano modelli di business che sarebbero avvantaggiati dall’utilizzo di energie pulite, come riportato da Influencemap─il Giappone è intenzionato ad aumentare la propria quota di energia elettrica prodotta tramite carbone, puntando ad arrivare ad un livello del 38% sul totale entro il 2030, secondo le stime di Bloomberg. Come mai? L’incidente di Fukushima del 2011 ha sicuramente contribuito al cambio di rotta─nei prossimi anni è in programma la costruzione di quarantacinque nuove centrali a carbone─considerando che gran parte degli impianti nucleare del paese sono stati fermati. A dimostrazione di come non si tratti di un cambiamento passeggero, stando ad una ricerca effettuata da vari organismi internazionali un paio di anni fa, il Giappone è il principale finanziatore pubblico di progetti relativi a centrali a carbone all’estero, dove cerca di rivendere le proprie tecnologie, tra le più avanzate del settore.

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4. L’Ue non è abbastanza ambiziosa?

Ridurre le emissioni di CO2 provenienti da auto e furgoni di quasi un terzo entro il 2030, oltre ad una serie di incentivi rivolti alle grandi case automobilistiche affinché producano un maggior numero di veicoli a zero (o quasi) emissioni. È questa la proposta della Commissione Europea, che prevede, inoltre, di raggiungere emissioni inferiori del 15%─rispetto a quelle che saranno registrate  nel 2021─entro il 2025. Eppure in molti ritengono la proposta della Commissione insufficiente e non abbastanza ambiziosa, apparentemente fiaccata da un’intensissima attività di lobbying dell’industria automobilistica tedesca: non vi saranno, ad esempio, specifiche quote vincolanti da raggiungere per quanto riguarda la vendita di veicoli non inquinanti, né sanzioni di alcun tipo. Transport and Environment─il principale gruppo di pressione a Bruxelles nell’ambito dei dei trasporti sostenibili─ha condannato pesantemente la mancanza di multe in caso non venissero raggiunti i target previsti.

5. Ah, forse c’è stato un incidente nucleare

Dove? In Russia, o forse in Kazakistan, probabilmente a sud degli Urali. Secondo l’IRSN, l’Institut de Radioprotection et de Sûreté Nucléaire, infatti, nelle scorse settimane─tra fine settembre ed inizio ottobre─sui cieli europei ha vagato una nube di inquinanti radioattivi, tra cui un particolare nuclide, il rutenio 106. Dal 13 ottobre non si sarebbero più rilevati dati anomali. L’istituto, comunque, ha escluso che il sospetto incidente sia avvenuto in un reattore nucleare, quanto più probabilmente in un centro per lo smaltimento di rifiuti radioattivi o di medicina nucleare. I Russi hanno rilasciato una dichiarazione, affermando di non sapere nulla al riguardo. Non ci dovrebbero essere, comunque, conseguenze per la salute umana─almeno, non in Europa. Che dire, buona domenica!

6. #MapOfTheWeek

Tutte le statistiche che volevate conoscere sull’energia idroelettrica nel mondo in una mappa. Alla prossima!


Eco è a cura di Giovanni Scomparin e Tommaso Sansone.

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