Per la giornata di oggi è stato indetto uno sciopero nazionale generale dalle sigle sindacali USB lavoro privato, Confederazione Italiana di base Unicobas, Cobas-Confederazione, Comitati di Base Cobas del lavoro privato e CUB trasporti.

Lo sciopero coinvolge sia il settore pubblico sia quello privato e rivendica la riduzione dell’orario di lavoro, parità salariale, la diminuzione dell’età pensionabile, “aumenti salariali veri e per tutti,” e si schiera contro la privatizzazione e la nazionalizzazione delle aziende strategiche in crisi.

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In un comunicato stampa di ieri, USB ha scritto che le motivazioni “le sanno gli operai delle aziende in crisi di cui licenziamenti si discute come si trattasse di numeri e non di persone in carne e ossa; le sanno i braccianti sfruttati dai caporali e tenuti in condizioni miserabili; i facchini della logistica alle prese con le cooperative “di sfruttamento”; le sanno i lavoratori del pubblico impiego in attesa da anni del contratto a cui vogliono rifilare l’ennesimo bidone, gli autisti e i lavoratori tutti dei trasporti alle prese con la fame di privatizzazioni […] Le sanno tutti quelli che ogni giorno affrontano a muso duro un sistema che garantisce profitti ai padroni e miseria a tutti gli altri.”

In realtà sulle motivazioni di questo sciopero, come su quelle della maggior parte degli scioperi che si susseguono a cadenza abbastanza regolare negli ultimi anni, non c’è grande chiarezza — un po’ per la pessima copertura stampa di cui sono oggetto tutte le agitazioni sindacali e un po’ per le dichiarazioni, spesso molto generiche, dei comunicati stampa delle sigle sindacali stesse.

Gli articoli che hanno affrontato il tema dello sciopero di oggi per la maggior parte si sono limitati a indicare gli orari dell’agitazione e ad evidenziare i possibili disagi per i cittadini, in alcuni casi proteggendosi dietro l’intramontabile formula “non è possibile prevedere in anticipo la portata dei disservizi”. L’unico articolo che prova ad andare oltre lo strato più superficiale della notizia è uscito sul Post, che ha quantomeno fornito un link dove “leggere per esteso le motivazioni dei sindacati”.

Quest’ultimo comunicato stampa entra nei dettagli e, come prima cosa, spiega che lo sciopero è generale e quindi coinvolge anche fabbriche, uffici pubblici e scuole e, dunque, “non si fermeranno solo i trasporti urbani […] come sembrerebbe a leggere le notizie stampa”; segue un elenco puntato che cerca di esemplificare le rivendicazioni che hanno portato allo sciopero, ovvero l’opposizione alla legge di stabilità 2018, gli scarsi finanziamenti ai contratti pubblici, l’elevata età pensionabile (dal 2019 la pensione di vecchiaia dovrebbe arrivare a 67 annindr) e l’intensificazione dello sfruttamento, “spesso accompagnato da una forte carica di razzismo e xenofobia”, nei settori ad alta presenza di lavoratori migranti.

Nonostante le motivazioni importanti e legittime la stampa italiana da anni non fa altro che minimizzare la portata degli scioperi o riducendoli a semplici seccature per gli onesti cittadini che vogliono andare a lavorare o trattandoli alla stregua di fenomeni naturali, come si parlasse del bollettino meteo, senza mai ricercare le cause, scatenanti o profonde, di queste agitazioni. Esemplificativo in questo senso è anche l’occhiello dell’articolo sullo sciopero del Corriere online di oggi che recita:

“[Lo sciopero] lo ha proclamato l’Unione Sindacale di Base con modalità che variano da città a città. A Milano l’agitazione è dalle 8:45 alle 15 e dalle 18 al termine del servizio. Il meteo: non sono previste piogge.”

In molti casi, gli scioperi vengono criticati perché indetti “nel momento sbagliato”: quello del 27 ottobre scorso, per esempio, per il rischio ambientale collegato all’eccessiva concentrazione di pm10 nell’aria, lo scorso anno invece perché avveniva durante il Salone del Mobile — insomma non è mai il momento giusto per scioperare.

Piero Santonastaso, responsabile dell’area stampa di USB, ci ha spiegato: “Abbiamo dovuto mandare una serie di diffide a diversi organi di stampa perché esistono obblighi sia per chi proclama lo sciopero sia per chi lo riporta, gli organi d’informazione devono dare informazioni sulle motivazioni degli scioperi.” Questo obbligo di riportare le motivazioni degli scioperi è completamente disatteso dalla maggior parte delle testate nazionali che, abitualmente, si fermano a una vuota retorica del “venerdì nero” e contribuiscono in questo modo ad un’alterata percezione degli scioperi che molti cittadini vivono quasi come dispetti da parte di categorie di lavoratori impigriti e che ha portato qualcuno stilare deliranti petizioni.  

Il “disagio” provocato dagli scioperi inoltre — uno dei pochi strumenti in mano ai lavoratori per far sentire la propria voce — viene preso di mira anche da provvedimenti legislativi ad hoc: oggi si parla di nuovo di un emendamento presentato da Maurizio Sacconi, ex ministro del Lavoro, alla legge di Bilancio in discussione al Senato, che obbligherebbe i lavoratori a segnalare in anticipo la propria partecipazione a uno sciopero, per evitare il cosiddetto “effetto annuncio” e prevedere esattamente l’entità delle agitazioni.

Intervistato dal Messaggero, il garante per gli scioperi Giuseppe Passarelli ha annunciato per l’anno prossimo una stretta sui giorni di tregua previsti obbligatoriamente dalla legge tra uno sciopero e l’altro (attualmente 10), per ridurre la frequenza di quelli che vengono ormai abitualmente definiti “venerdì neri.”

È anche vero, però, che mettere insieme rivendicazioni troppo disomogenee tra loro e intensificare la frequenza degli scioperi, spesso a cadenza più che mensile, non aiuta a far riavvicinare cittadini e lavoratori alle cause delle mobilitazioni — automaticamente depotenziando la loro portata (e anche la partecipazione: questa mattina i mezzi pubblici a Milano circolavano senza problemi).

A questo proposito Piero Santonastaso si è espresso a titolo personale affermando che non capisce dove si possa vedere la disomogeneità:”Da tempo si parla di un’Italia in situazione negativa, ultima in Europa per le cifre della ripresa tutto ciò va ricondotto a una causa comune e il destinatario di tutto il peso di questa situazione è sempre e soltanto il lavoratore.” L’oggetto di queste agitazioni è quindi un intero orizzonte economico, un obiettivo che forse è comunque troppo ambizioso per un semplice sciopero.

Bisogna dunque stare attenti a non lasciare che le agitazioni sindacali si trasformino da strumenti di lotta politica volti a ottenere miglioramenti delle condizioni lavorative a semplici contingenze svuotate di un vero significato e, per arginare questa vulgata, è necessario un diverso impegno da parte dei due principali attori coinvolti,i sindacati e, in questo caso, soprattutto la stampa.

 

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