La soluzione più efficace all’inquinamento del pianeta è veramente non riprodurci più? O sostenibilità e  diminuzione della popolazione sono un accostamento superficiale?

Articolo a cura di Free2Change.

Il Guardian ha recentemente stilato – su indicazione di un articolo scientifico pubblicato su Environmental Research Letters – una lista delle azioni individuali più efficaci per combattere il cambiamento climatico. Scorrendole dal basso verso l’alto, ci imbattiamo in poche sorprese: si parte dall’uso delle lampadine ad alta efficienza (0,1 tonnellate di CO2 all’anno) fino ad evitare l’uso di auto (2,4), passando per il seguire una dieta vegana (0,82). La misura più efficace, tuttavia, può lasciare interdetti.

Se prendiamo le misure già citate e le mettiamo assieme, ci accorgiamo che il modo più funzionale per compierle tutte è non generare qualcuno che debba accendere la luce, spostarsi in auto, mangiare carne. Per cui, la misura più efficace è non mettere al mondo un figlio.

La stima delle emissioni – ben 58,6 tonnellate di CO2 all’anno – può apparire alta: in effetti, facendo riferimento ai dati dell’OECD ci si accorge che le emissioni di CO2 pro capite nei paesi più avanzati si aggirano fra le 20 e le 25 tonnellate (Stati Uniti, Lussemburgo, Australia, Canada). Nell’articolo, infatti, si evidenzia come le alte emissioni sono dovute a un miglioramento delle condizioni di vita, il quale comporta un maggior uso di energia — un bambino nato nell’Africa Subsahariana avrebbe un impatto ben minore.

L’aumento della popolazione, unito a un maggior consumo di risorse pro capite, rappresenta in generale un aspetto allarmante per coloro che hanno a cuore la sostenibilità. Verrebbe facile pensare che l’uguaglianza ‘meno popolazione = più sostenibilità,’ benché difficile da mettere in pratica, possa essere la soluzione di tutti i mali. Ma questa prospettiva risulta tuttavia piuttosto superficiale.

Una decrescita della popolazione comporterebbe infatti un mantenimento della crescita del PIL pro capite, ma una riduzione della crescita complessiva. E non è poco: ad esempio, in una società in cui il sistema pensionistico è basato sul principio di ripartizione (ovvero, i prelievi fiscali vengono immediatamente usati per pagare le pensioni) la mancata crescita è da scongiurarsi come la peste. È una delle criticità additate dall’economista francese Thomas Piketty nel suo saggio del 2014 Il capitale nel XXI secolo.

Collegato al tema precedente è la scarsissima natalità che caratterizza l’occidente. I tassi di fecondità (numero di bambini nati per donna) si aggirano in Unione Europea attorno a 1,5, con la Francia al primo posto (2,01), secondo Eurostat. Queste condizioni non permettono nemmeno il mantenimento della popolazione, che necessita di 2,1 bambini per donna — pensare di diminuire ulteriormente la natalità in Europa significherebbe creare una società di sole persone anziane.

Un problema di cui si parla poco è proprio l’invecchiamento della popolazione: il miglioramento delle condizioni di vita ha permesso a una fetta sempre più larga della popolazione di sopravvivere ad età prima raramente raggiunte, e questo trend è destinato ad accentuarsi in futuro. Si prevede che gli ultrasessantenni nel 2050 saranno tre volte e mezzo quelli del 2000, come evidenzia questo report delle nazioni unite, concentrati nei paesi industrializzati. Sono molte le incognite che pone questo cambiamento a cui stiamo assistendo e che segnerà profondamente i tratti della società del futuro.

Ciò che pare più auspicabile – e che metta d’accordo tutti quanti – è una stabilizzazione della popolazione. In effetti, non sono pochi gli studi che evidenziano ciò potrebbe accadere nei prossimi 60 anni: secondo recenti previsioni dell’ONU e secondo gli studi dell’IIASA la popolazione dovrebbe raggiungere un picco di nove miliardi verso la fine di questo secolo, per poi cominciare a diminuire. Il grosso dell’incognita è rappresentato dallo sviluppo del continente africano.

Merita un’ultima riflessione il perché, effettivamente, intendiamo combattere il cambiamento climatico, e la risposta più naturale è che lo facciamo per lasciare alle generazioni future un pianeta in cui vivere senza temere carestie, inondazioni, ondate di caldo, malattie tropicali, migrazioni forzate. E ridurre la natalità in maniera più decisa di quanto le previsioni ONU o IIASA prospettano, soprattutto in occidente, in nome della sostenibilità, vuol dire aggirare l’ostacolo, non saltarlo. Non viviamo per combattere il cambiamento climatico, ma combattiamo il cambiamento climatico per vivere.

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