La mostra “Islam, it’s also our history!”, al Museum of Europe, è stata accolta con la solita retorica paranoica sull’islamizzazione e il “politicamente corretto.”

Il Museum of Europe, a Bruxelles, è nato diciassette anni fa con “lo scopo di riportare gli europei alle loro radici comuni.” Negli anni passati, il museo ha organizzato numerose mostre con l’obiettivo dichiarato di indagare le comuni radici dei popoli europei: “Lo studio delle relazioni europee, considerata nel suo insieme sia internamente sia esternamente, prende forma in una serie di esibizioni sviluppate attorno al concetto ‘It’s our history: L’Europa è la nostra storia, l’America è la nostra storia.”

islam

Dal settembre 2017 è in corso una mostra intitolata “Islam, it’s also our history!” che approfondisce “l’eredità lasciata dalla civilizzazione musulmana sul suolo europeo in 13 secoli di presenza.” La mostra si articola in tre diversi percorsi che affrontano tre diverse tradizioni: quella araba, che ha avuto la sua influenza soprattutto nell’Europa dell’ovest negli ottocento anni di occupazione della Spagna; quella ottomana, che fu presente quasi esclusivamente nei Balcani e divise il continente “in un’Europa cristiana in cui non vi erano quasi musulmani e un’Europa ottomana dominata dalla legge musulmana, ma principalmente popolata da cristiani”; e infine la tradizione coloniale, in cui erano le forze europee ad occupare regioni a maggioranza islamica, che in modo indiretto hanno lasciato la loro impronta sulla cultura europea.

La mostra ha anche un addendum che tratta queste influenze culturali in chiave contemporanea e affronta temi di stringente attualità come il fenomeno degli attacchi terroristici di matrice islamica.

Proprio questi attacchi, a partire da quello simbolico alle Torri Gemelle, insieme all’idea dello scontro di civiltà, resa famosa dal politologo americano Samuel P. Huntigton, hanno messo in discussione l’apporto della cultura islamica a quella europea e hanno contribuito alla supposta contrapposizione tra cultura cristiana-occidentale e cultura islamica. Una celebre testimone di questa visione è stata Oriana Fallaci che nel suo abusato “articolo” La rabbia e l’orgoglio, pubblicato all’indomani dell’11 settembre, scriveva:

“Perché vogliamo farlo questo discorso su ciò che tu chiami Contrasto-fra-le-Due-Culture? Bè, se vuoi proprio saperlo, a me dà fastidio perfino parlare di due culture: metterle sullo stesso piano come se fossero due realtà parallele, di uguale peso e di uguale misura. […] Dio, che bischeri! Non cambieranno mai. Ed ora ecco la fatale domanda: dietro all’altra cultura che c’ è? Boh! Cerca cerca, io non ci trovo che Maometto col suo Corano e Averroè coi suoi meriti di studioso. (I Commentari su Aristotele eccetera), Arafat ci trova anche i numeri e la matematica. Di nuovo berciandomi addosso, di nuovo coprendomi di saliva, nel 1972 mi disse che la sua cultura era superiore alla mia, molto superiore alla mia, perché i suoi nonni avevano inventato i numeri e la matematica.”

La moschea dell’Imperatore, Sarajevo

La moschea dell’Imperatore, Sarajevo

In questo estratto emerge in modo limpido l’idea per cui la cultura islamica e quella occidentale siano assolutamente contrapposte: qualificare l’una, inevitabilmente, comporta squalificare l’altra. Una visione di cui un certo milieu intellettuale di destra si è entusiasticamente appropriato e che continua, da vent’anni, a diffondersi senza perdere nulla della sua presa. Ed è così che un’iniziativa che nasce con un intento storico e conciliatore si trasforma in un articolo di Marco Gombacci, uscito ieri per Gli Occhi della Guerra, in cui si leggono argomentazioni capziose come questa:

“Ed è così che nell’Europa del politicamente corretto è accettato fare riferimento e sponsorizzare un’esibizione per rimarcare le radici islamiche dell’Europa ma è vietato citarne quelle cristiane.”

Gombacci prosegue: “Chissà cosa possono pensare di questa Europa che si vergogna della croce, quei cristiani che in Medio Oriente combattono per la sopravvivenza del cristianesimo nella loro terra, che con orgoglio portano crocifissi, rosari e facce di Gesù Cristo tatuate sulla loro pelle a rischio anche della morte.”

Il sito della mostra, forse sospettando il tenore di possibili polemiche e di certa retorica, ha persino posto un enorme disclaimer sulla pagina Exhibition del sito in cui si scrive chiaramente: “Islam, con la maiuscola perché il termine non denota solamente una religione ma anche una civiltà. Appare evidente che la nostra mostra arriva in un momento molto importante della storia quando l’incontro tra Europa e Islam è testimoniato dai cittadini in tutte le sue manifestazioni più tragiche — caotiche ondate d’immigrazione, insensata violenza terroristica, sensazioni di alienamento, incomprensioni e ostilità.”

Il disclaimer a quanto pare non è stato sufficiente. La mostra, che fa parte di un percorso più ampio di mostre in cui vengono presentate tutte le influenze culturali che hanno contribuito a quella che oggi è la cultura europea, viene presentata come un tentativo “del politicamente corretto” di soppiantare le tradizione cristiana dell’Europa, una paranoia ingiustificata e storicamente fallace, che dimostra quanto effettivamente ci sia bisogno di iniziative come questa. 


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