Puigdemont sperava che la sua presenza fisica nella capitale dell’Ue potesse essere decisiva per portare la crisi catalana sul tavolo di Bruxelles.

Aggiornamento 16:05 — i pubblici ministeri spagnoli che si occupano del caso hanno chiesto l’emissione di un mandato d’arresto per l’ex leader catalano.

BRUXELLES. Il piano di Carles Puigdemont non è riuscito. L’arrivo a Bruxelles dell’ex presidente della Generalitat catalana non ha sortito l’effetto sperato, ossia quello di far intervenire nella vicenda le istituzioni europee.

Incapace di scuotere le maggiori cariche dell’Unione europea da Barcellona, Puigdemont sperava che la sua presenza fisica nella capitale dell’Ue potesse essere decisiva per portare la crisi catalana sul tavolo di Bruxelles. Invece nulla da fare: dopo la conferenza stampa di martedì scorso, né il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, né quello del Consiglio europeo, Donald Tusk, hanno aperto bocca sulla questione.

L’unico a commentare la vicenda è stato il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, che in un’intervista al Corriere della Sera ha usato toni duri nei confronti del leader indipendentista: Puigdemont “non è un perseguitato politico”, bensì “ha tentato un colpo di mano illegale. Ha commesso errori molto gravi ed è rovinosamente finito in un vicolo cieco,” ha sottolineato Tajani. Dichiarazioni che mostrano chiaramente qual è l’euro-pensiero sulla vicenda catalana: come ribadito più volte dallo stesso Juncker, per Bruxelles si tratta di una questione interna alla Spagna, che va risolta tra Madrid e Barcellona. Non di certo chiamando in causa le istituzioni comunitarie (che tra l’altro hanno già i loro problemi da risolvere).

L’UE ha deciso di non intervenire nella vicenda e il silenzio dei principali organi comunitari, ancor più dopo le parole di Puigdemont a Bruxelles, è imbarazzante.

Eppure la mossa di KRLS, com’è noto su Twitter il presidente destituito della Catalogna, era sulla carta ben studiata. Giunto a Bruxelles in gran segreto, probabilmente domenica scorsa, Puigdemont ha ottenuto una visibilità mediatica straordinaria, che sicuramente non avrebbe avuto se fosse rimasto in Spagna in attesa di essere convocato davanti ai giudici. La conferenza stampa di martedì scorso è stata infatti seguita dalle grandi tv e radio europee (tra cui Sky News e BBC) e da quasi tutti i corrispondenti da Bruxelles; oltre un centinaio di giornalisti, stipati nella minuscola sala conferenze del Press Club Europe, sono accorsi ad ascoltare l’ex presidente fuggitivo.

Nel corso della sua conferenza stampa, Puigdemont si è presentato come un leader democratico costretto a scappare per evitare ritorsioni da parte di un sistema, quello spagnolo, che non tollera la causa indipendentista. Puigdemont ha denunciato “l‘uso politico della giustizia” fatto dal governo di Madrid nei confronti degli indipendentisti, sottolineando l’assurdità del vedersi minacciare la pena di 30 anni di carcere, “la stessa di chi commette atti terroristici”, nonostante non abbia mai evocato la violenza, affidandosi soltanto a mezzi democratici. L’ex presidente della Generalitat ha poi detto di “non voler chiedere asilo politico in Belgio,” e di essere pronto a tornare in Spagna una volta che gli sarà garantito un giusto processo.

Il discorso di Puigdemont a Bruxelles da un lato appare legittimo, poiché infliggere così tanti anni di carcere agli indipendentisti suona come una misura punitiva. Inoltre, le violenze commesse dalla polizia spagnola durante le operazioni di voto del referendum dello scorso primo ottobre, danno forza all’argomento del leader indipendentista, visto che Madrid ha in parte dimostrato di voler usare ogni mezzo per silenziare una causa sì illegale, ma di fatto civile e per nulla violenta, come quella indipendentista. In fondo Puigdemont ha ragione quando dice che l’Europa dovrebbe reagire: poiché “tollerare la violenza esercitata dai gruppi di estrema destra, l’uso di mezzi militari e imprigionare le persone è la fine dell’idea di Europa.”

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Dall’altro lato, Puigdemont dimentica di aver perso la sua già poca legittimità agli occhi delle istituzioni europee dichiarando unilateralmente l’indipendenza dopo un referendum fasullo. Come detto da Tajani, KRLS ha commesso un errore politico e ora è tardi per rimediare. Oltretutto, al netto della chiara intolleranza, al limite della repressione, del premier spagnolo Mariano Rajoy verso l’indipendentismo, la Spagna resta uno Stato di diritto, con un saldo equilibrio tra potere giudiziario ed esecutivo. Davanti alla stampa internazionale radunata a Bruxelles, le mosse di Puigdemont sono passate per quello che sono: ossia un grande bluff che non aveva i margini politici, oltre che legali, per riuscire.

Nonostante ciò, Puigdemont ha ignorato i segnali, continuando a testa bassa per la sua strada, che lo portava al baratro.

Arrivando nella capitale europea, KRLS ha ingannato se stesso, pensando di poter ancora una volta ribaltare il tavolo. Ma questi giochi non piacciono a Bruxelles, né ai giornalisti che vi lavorano, abituati al rigore istituzionale e alle lunghe trattative dei Consigli europei. Puigdemont probabilmente pensava di trovare un terreno amico per rilanciare la sfida con Madrid, invece è andato a sbattere contro un muro. Ora le sue prossime mosse dal Belgio, in attesa del voto del 21 dicembre, sono difficili da prevedere. Una cosa è certa: l’Europa gli ha voltato le spalle e non cambierà idea facilmente.


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