Se a funzionare sono le invenzioni registiche e a tradire sono invece i riferimenti all’opera originale, è lecito chiedersi quale sia il valore di questa operazione cinematografica.

Non si sa se il romanzo di Beppe Fenoglio, pubblicato postumo nel 1963 da Garzanti, sia un romanzo incompiuto oppure no. Incompiuta è però la sua storia editoriale: non si sa a chi attribuire il titolo, autoriale o redazionale, mentre delle tre versioni completate dallo scrittore solo due sono tuttora esistenti, la terza è andata perduta. Non deve quindi spaventare i conservatori letterari la didascalia “liberamente tratto da” che apre il film dei fratelli Taviani, Paolo e Vittorio.

Secondo Paolo – che ha seguito in solitaria tutta la promozione per l’uscita del film a causa della malattia del fratello – l’idea per l’adattamento è nata un po’ per caso, dopo aver ascoltato alla radio la lettura del romanzo con la voce di Omero Antonutti, con il quale i due registi avevano collaborato per Padre Padrone. Così nasce il secondo adattamento cinematografico di un’opera di Fenoglio: il primo era stato Partigiano Johnny diretto nel 2000 da Guido Chiesa, che già aveva dedicato un documentario alla vita dello scrittore piemontese.

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A 17 anni di distanza dal primo tentativo, il difficile compito di trasformare in immagini le parole dello scrittore della Resistenza è quindi affidato a due registi che hanno dimostrato fin dai loro primi film un impegno politico inequivocabile — I Sovversivi (1967) anticipa con estrema lucidità i moti del ‘68 mentre La notte di San Lorenzo (1982) descrive una delle pagine più buie della liberazione italiana durante la Seconda guerra mondiale, giusto per fare due esempi. Risulta ancora più amara quindi la delusione nello scoprire che l’amore dei due fratelli per lo scrittore non si sia trasformata in un adattamento, per quanto fedele, capace di far vivere Fenoglio sul grande schermo.

“Il film si sarebbe potuto chiamare ‘l’uomo che corre’” ha affermato Paolo Taviani durante la presentazione del film al cinema Anteo di Milano.

Ed effettivamente di corse nel film, così come nel libro, ce ne sono molte: in salita, in discesa, tra i rovi, nei campi, sulle montagne. Ma se nell’opera di Fenoglio il lettore percepiva la necessità della corsa e il suo motivo scatenante, nel film dei Taviani non si riesce mai a mettere ben a fuoco i motivi di questa corsa, se non il motivo stesso di muovere la camera. Certo c’è da salvare Giorgio e certo c’è da catturare un fascista e da rincorrere il ricordo di Fulvia, ma tutto questo arriva allo spettatore in maniera ovattata.

Quello che invece ai Taviani riesce bene è ciò che nel libro non troviamo. La scena di uno scarafaggio – così sono definiti i fascisti nel film – catturato dai partigiani che si cimenta in un assolo jazz immaginario riesce a rivelare e racchiudere la natura sadica e violenta del fascismo stesso. E ancora: una bambina fucilata con i genitori si alza per bere un bicchiere d’acqua nella sua cucina per poi accasciarsi di nuovo vicino al corpo della madre. O il fugace incontro con i genitori di Milton, che avviene sotto i portici di uno spettrale paese, evidenziando così la frattura nei rapporti familiari (uno dei temi centrali nei testi di Fenoglio) durante il periodo della guerra.

Anche il finale – rimasto ambiguo nel romanzo – trova una conclusione per mano dei Taviani che ci libera dal peso (probabilmente il più pesante lasciato dallo scrittore) e ci concede un po’ di speranza.

Ciò che nel libro non troviamo sono anche le ambientazioni delle riprese: dalle Langhe, le cui vigne sono oggi simmetricamente allineate al paesaggio, si passa alle cime e ai campi della Val Maira, calate nel periodo storico della Resistenza. “Ho chiesto al mio direttore della fotografia di tagliare tutte le cime, non volevo che diventasse un spot pubblicitario,” ha spiegato il regista consapevole dell’impatto che il cambio di paesaggi avrebbe avuto sui fenogliani più accaniti.

Se a funzionare sono le invenzioni registiche e a tradire sono invece i riferimenti all’opera originale, è lecito chiedersi quale sia il valore di questa operazione cinematografica. Durante le due presentazioni – a Roma e a Milano – Paolo Taviani si scaglia più volte contro il ritorno del fascismo e il diffondersi dei movimenti di estrema destra, citando il caso della strumentalizzazione di Anna Frank da parte dei tifosi della Lazio e il poster repubblichino adottato dalla propaganda di Forza Nuova. Il regista sottolinea come il film sia anche una risposta a tutti quelli che in fase di produzione gli hanno chiesto “ancora con questi fascisti? Non siete troppo vecchi?”

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Per Paolo la colpa è della scuola ancor prima che delle famiglie, ma le sue dichiarazioni – forse un po’ troppo generali – non si sono tradotte in un’opera capace di  tener conto del valore politico del romanzo. Secondo Calvino, che fu tra i primi a scoprire il Fenoglio scrittore, Una questione privata “è costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era […] con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione e la furia.”

Dove sono i forti valori morali nel film dei Taviani? Dov’è la commozione? Non nei personaggi di Fenoglio, sicuramente non in Giorgio e Fulvia, macchiette al servizio di un Milton troppo bello e troppo romanaccio per essere il partigiano “alto, scarno e curvo di spalle” che aveva immaginato lo scrittore piemontese.

Negli ultimi decenni il cinema italiano è riuscito a stento a raccontare questo capitolo della nostra storia, costretto da un pubblico sempre più distratto e sempre meno coinvolto da piccole produzioni e ricostruzioni storiche. Proprio per questo la delusione è più grande quando a fallire sono autori dal calibro dei Taviani, autori, come si diceva all’inizio, sempre impegnati e coinvolti nei propri film.

Il racconto dei Taviani non riesce ad assimilare all’interno del suo percorso l’opera originale e diventa così una delle mille sfumature con cui si può raccontare Beppe Fenoglio. Rimane però un ponte verso l’autore e le sue opere, testamenti indelebili della Resistenza e della lotta partigiana, e in quanto tale opera necessaria al bagaglio culturale del paese.

 

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